Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Drink To Me

di Manfredi Lamartina e Vincenzo Santarcangelo
La forza del gruppo sta tutta nella capacità di scorrazzare per le pagine della storia del rock, spesso quello relegato nei capitoli meno consultati di un’immaginaria enciclopedia lunga sessant’anni (new wave oscura, post punk, krautrock, bluesaccio) - per poi aggiornarla con un gusto per il grottesco ed il provocatorio, la strafottenza e l’ironia, che è tutto italiano, che è tutto fuorché affettazione. La nostra intervista.

 

.

Rock senza prefissi

di Vincenzo Santarcangelo

I Drink To Me non hanno da prendere lezioni di bon ton da nessun astuto comunicatore. O di stile da qualche consulente di immagine. O di coraggio, dagli ormai famigerati motivatori. I Drink To Me sono diretti. Perché il rock è diretto. E i Drink To Me suonano rock, come nel migliore dei sillogismi. Senza post, pre, nu, o new. Alt, classic, electro o stomp. I Drink To Me suonano rock e basta. Rock senza prefissi. Che si tratti di saturare i volumi di un amplificatore fino quasi al parossismo - tutti gli strumenti in un sol coro -, come nel caso di almeno un episodio (Insane, Put Your Head In The Sky) del recente esordio Don’t Panic, Go Organic!; di ergersi a provocatori o a cabarettisti sul palco di un’esibizione live grazie a uscite stravaganti e boutade al limite dell’umana decenza, come avviene nelle ormai leggendarie Stuprobrucio Nights (serate, o meglio sarebbe dire, nottate-evento che finiscono per radunare tutti gli artisti gravitanti attorno all’etichetta laboratorio-di-suoni eporediese Stuprobrucio).

I Drink To Me si comportano, come ha giustamente scritto il nostro Manfredi Lamartina in sede di recensione, come se il riff di chitarra fosse stato inventato soltanto ieri. O, aggiungeremmo noi, come se la chitarra fosse stata inventata soltanto ieri. Perché è attorno alle potenzialità dello strumento rock per antonomasia che tutti i brani di Don’t Panic, Go Organic! si strutturano, come ci ha confermato in sede di intervista Marco Bianchi, voce, sintetizzatore e, ovviamente, chitarra. Con buona pace di chi continua a ripeterci, statistiche alla mano, numeri sciorinati a mo’ di salmodia, che i campionatori ultimamente vendono meglio delle seicorde. Si astengano cercatori d’oro da ultimo trend o monomaniacali, con Drink To Me, perché la forza - o la debolezza - dell’ormai terzetto (da quando Pierre Chindemi, seconda chitarra, non è più della partita) sta tutta nella capacità di scorrazzare in lungo e in largo per le pagine della storia del rock, di certo rock - spesso quello relegato nei capitoli meno consultati di un’immaginaria enciclopedia lunga sessant’anni (new wave oscura, post punk, krautrock, bluesaccio) - per poi aggiornarla, quella storia, con un gusto per il grottesco ed il provocatorio, la strafottenza e l’ironia, che è tutto italiano, che è tutto fuorché affettazione.

Intervista

di Manfredi Lamartina e Vincenzo Santarcangelo

I lunghi corsi stradali che fendono Torino in parallelo, alberati eppure austeri, sembrano davvero, come si sente dire, non incrociarsi mai. Certi percorsi, invece, finiscono quasi sempre per incontrarsi. Se ti interessi delle sorti di certa musica, i volti che scorgi nei luoghi deputati alla circolazione di suoni ed idee finiscono ben presto per diventare familiari. Con Marco Bianchi, chitarra e voce di Drink To Me, il caso ha voluto giocare subdolamente, utilizzando come agenzie di socializzazione non il bar di qualche locale, ma aule universitarie. Nondimeno, si era deciso di scambiare due chiacchiere davanti alla classica birra, in ossequio al verbo del rock che il terzetto eporediese si propone di diffondere. Ma, con DTM, e lo dice già la ragione sociale, un boccale di birra rischia quasi sicuramente di diventare due boccali di birra. E tre. E quattro. Si è così optato, di comune accordo, per un asettico scambio di mail, che non ha tuttavia impedito divagazioni al limite del decoro, provocazioni e boutade. D’altronde è questa la forza di DTM: declinare il lessico del rock di matrice anglosassone con un gusto per l’ironia che, e lo diciamo con orgoglio, è tutto italiano.

Ci sono state alcune critiche riguardo un presunto eccesso di eterogeneità tra i vostri pezzi. A parte che l'atmosfera generale del disco non ci sembra così eterogenea, perché secondo voi cercare di variare il proprio repertorio viene visto sempre più come un difetto anziché un pregio?

Siamo essenzialmente d'accordo con voi. Crediamo che l'eterogeneità del nostro disco risulti uniformata da un tocco personale e riconoscibile che ne riscatta la genesi "dispersiva" (è stato scritto nell'arco di anni). Il fatto che sia vario comunque per noi è un pregio. Crediamo di aver dato prova di carattere e creatività. Non ci è mai interessato, al contrario, limitare le nostre possibilità espressive, e questo è ciò che Don't Panic, Go Organic! dovrebbe comunicare. Ciò comporta, però, una richiesta d'attenzione maggiore, una disposizione alla sorpresa, una piccola fatica che l'ascoltatore medio non è abituato a investire nella musica. Un ascolto passivo, distratto, pigro, non può che giudicare come un difetto la varietà di un repertorio.

Che cosa vuol dire essere musicisti indipendenti oggi in Italia?

Significa lottare contro i mulini a vento. Si è chiusi in un paradosso: per costruire qualcosa di decente devi dedicare tempo, denaro, pensieri, cuore al tuo progetto musicale, che man mano diventa indispensabile per la tua vita, ma non hai minima idea di cosa ne potrai ricavare e ti tocca, nel frattempo, lavorare! Talvolta rischi anche di non ottenere nemmeno soddisfazioni personali, rischi di passare inosservato, di essere snobbato o che. Il senso del musicista indipendente è questo piccolo "eroismo". Continuare, nonostante tutto.

Because Because. Un pezzo molto bello con un testo molto breve. "Just because it makes you cry doesn't mean you're all alone". Com'è nato? A chi è dedicato?

E' nato da un'improvvisazione scherzosa, in cui ironizzavamo sul romanticismo di certe canzoni. Poi il giro semplice, la linea vocale e il ritmo particolare della batteria gli hanno dato un perché. Tuttavia resta, nella nostra testa, uno scherzo. Dolcezza e pathos appositamente saturati per evitare di prendersi sul serio. Per rendere meglio l'intenzione che le diamo, dal vivo, a partire dal tour di febbraio, ho iniziato a cantarla con un disegno di un cazzo gigante appeso al collo simulando pose da cantante romantico. L'effetto è comico-grottesco. Così noi e il pubblico ci divertiamo di più, comunque.

Esiste, secondo Drink To Me e Stuprobrucio, un'arte della provocazione? O la provocazione dell'arte di oggi, come sembra a tanti, non è altro che una maschera che uno indossa (come tu indossi il cazzo gigante) perchè, in fondo, è rimasto poco altro da dire?

La pretesa di provocare oggi è ovviamente ridimensionata, se non votata in anticipo al fallimento. Quando lo scandalo o l'orrido o il linguaggio dell'avanguardia vengono assorbiti nella grammatica del dominio e forniscono a questo nuove possibilità di riscattarsi, elasticizzarsi, riproporsi meglio di prima, resta poco da fare. E in noi la pretesa di smuovere coscienze non c'è. Abbiamo piuttosto intenzione di buttare tutto dentro alla merda, noi compresi. Niente moralismo. La merda è ognuno di noi. E poi è divertente...

La formazione ora è a tre elementi. Come mai se n'è andato Pierre Chindemi?

Pierre ci ha lasciati di sua iniziativa nel febbraio del 2007. Una forte crisi d'entusiasmo. In principio si parlava di una pausa, che però dura tutt'ora. Pierre ci ha lasciati in un momento delicato, e pur avendo riallacciato ultimamente i rapporti, non sappiamo sinceramente se il suo rientro sia possibile o meno. C'è da riconoscere che la maggior parte dei pezzi del disco sono nati da giri di chitarra di Pierre, e che i Drink To Me non sarebbero quelli che conoscete senza di lui. Questo significa anche che stiamo cambiando ulteriormente stile.

  • Dancin' On TV
  • Frozen George
  • Drunk-on's
  • Insane
  • Desert Eye
  • Because Because
  • Put Your Head In The Sky
  • I Love My Job
  • Paso Adelante
  • Drink To Celia
  • Music Could Be Poison
  • Cinebrivido
  • Camposanto

Drink To Me – Don’t Panic, Go Organic! (Midfinger / Audioglobe, 14 marzo 2008)

di Manfredi Lamartina

Suonare rock come se il riff di chitarra fosse stato inventato soltanto ieri può essere un’arma a doppio taglio. Perché il rischio è quello di trovare una scusa pronta e ruffiana nell’(ab)uso comodo di cliché precotti, masticati, digeriti e rigettati da molti, tanti, troppi. E una minestra riscaldata non è certo ciò che si definisce una prelibatezza. Però il talento a volte passa tra le vie del già sentito. E riesce a raccontare la stessa, vecchia storia attraverso numerose prospettive diverse. Come i Drink To Me.
È bene dirlo subito per sottolineare bene il concetto. Il trio – il quarto membro, l’altro chitarrista Pierre Chindemi, ha da tempo lasciato la band – è in gamba. Sul serio. Uno di quei gruppi dalle potenzialità pazzesche. Don’t Panic, Go Organic!, primo lavoro dei Drink To Me dopo l’EP uscito in download gratuito per Midfinger, è quello che si definisce un matrimonio felice tra melodia, ricerca e un bel po’ di sana incoscienza rock’n’roll. Dancin’ On Tv e Frozen George sono ovvii e naturali incipit di un discorso complesso e ricco di variabili, più di quanto le aspettative facessero intendere: un rockaccio sporco e dissonante il primo – un cerino acceso sull’altare dei primi Liars – e un furbo e orecchiabile pezzo indie pop il secondo. Altra variabile è rappresentata da Because Because, il cuore nero della band, una ballata dalle atmosfere così torbide e tormentare da spaccare il cuore e morirci dentro. E poi un carrarmato di rock che non si vergogna, pur nella sua prepotenza muscolare e chitarristica, di girovagare in mezzo a serpentine wave e – vagamente – shoegaze che stemperano la furia ma non l’impatto. Su ogni cosa svetta l’hardcore primigenio di Insane, un inno che esige pugni roteanti e gole in fiamme.
Particolare di un certo rilievo è la genesi estera di Don’t Panic, Go Organic!, che vede al mixer Andy Savours, già con Blonde Redhead e Yeah Yeah Yeahs. E non perché l’Italia deve sempre avere la benedizione forestiera per acquisire credibilità. Piuttosto perché è ora che altri si rendano conto di quello che già sappiamo. In Italia si suona che è una meraviglia. (7.5/10)