Creatura del songwriter-dandy irlandese Neil Hannon, i Divine Comedy rappresentano una tra le realtà più incisive del pop d’autore britannico degli ultimi dieci anni, autori di una musica irresistibilmente rétro che porta dritta ai maestri del pop orchestrale dei ’60, alla chanson francese decadente e a Scott Walker.


A tre anni di distanza da Regeneration, Neil Hannon si ripresenta al pubblico nella veste a lui più congeniale: l’ultimo dei dandy. E non poteva essere altrimenti: se nel disco passato l’irlandese si era voluto confrontare, a mo’ di sfida, con il pop-rock (avvalendosi tra l’altro dei servigi di Nigel Godrich), per questa solitaria fatica opportunamente intitolata Absent Friends (titolo che è un riferimento all’abbandono dei vecchi membri della sua band), il Nostro va senza indugio a rispolverare le sonorità orchestrali che già erano state il tratto distintivo della Divina Commedia in passato, con un’impostazione più matura, intima e riflessiva. E’ un riappropriarsi di quello che Hannon ritiene è il linguaggio “pop” per eccellenza, ovvero la canzone decadente di ascendenza Jacques Brel, filtrata attraverso la lezione dello Scott Walker di fine ‘60: undici tracce avvolte in una nebbia rétro, in un equilibrio compositivo invidiabile. E’ qui che la scrittura di Hannon raggiunge probabilmente il suo picco, dosando una produzione magniloquente ma misurata e introspezione cantautorale per delle tracce tra le più intime del suo repertorio, in cui il mezzo orchestrale, indiscusso protagonista sonoro, è funzionale alla melodia, veicolata dalla voce come sempre vibrante, profonda, malinconica.
“Oscar Wilde was a lonely child”, recita la traccia d’apertura, su una cavalcata come non mai walkeriana; questi i toni su cui prosegue l’album, tra il nostalgico walzer di Sticks And Stones, la solenne Leaving today, il singolo Come Home Billy Bird, l’unico dall’appeal radiofonico (vago incedere r’n’b del basso, chitarre spagnoleggianti, linea vocale degna del primissimo Bowie, e un ritornello affidato a cori in stile Julian Cope); tante le chicche, dalla semiacustica My imaginary friend alla rarefatta The Wreck Of The Beautiful, (tra il Walker più oscuro e il Brian Wilson più onirico), fino alla drammatica Our Mutual Friend, con uno strepitoso finale in cinemascope. Dopo l’ascolto, resta la sensazione di trovarsi di fronte al capolavoro di una carriera.
Fuori dal tempo e dalle mode, con questo disco Neil Hannon si realizza pienamente come il migliore interprete e autore contemporaneo di una musica che, a partire da Scott 4, è indispensabile e prezioso nutrimento per il cuore.
(7.8/10)

Di fronte all’ingrato compito di bissare i fasti di Absent Friends, Neil Hannon fa un mezzo passo indietro, riportando il suono della sua - ora ritrovata - band ai tempi di Casanova (1996) e recuperando al contempo quello spirito sornione e ironico, accantonato nei lavori precedenti. Victory For The Comic Muse si nutre quindi del passato dei Divine Comedy (già il titolo riprende il primo LP del 1990, Fanfare For The Comic Muse), ma la maturazione degli ultimi anni non è passata invano: al nono album in studio l’artista irlandese si dimostra raffinatissimo arrangiatore e produttore, nonché (credibile e convincente) interprete di sé stesso.
Torna a gigioneggiare Neil, e si sente da subito nella traccia d’apertura To Die A Virgin, divertente schermaglia amorosa su un arrangiamento d’archi che porta dritti al suono storico del gruppo, e nella successiva Mother Dear, marcetta dalle sfumature country, densa di humour tipicamente british à la Ray Davies; e se in A Lady Of A Certain Age si concede al melodramma francese con un po’ di maniera, altrove rimette su la maschera del dandy raffinato, amante dei viaggi (la geografia in musica di Count Grassi's Passage Over Piedmont) e delle belle donne, che canta nostalgicamente di vecchi amori (The Light Of Day) o racconta storie di gente ordinaria (l’avventuroso protagonista di The Plough). I numi tutelari, manco a dirlo, sono quelli di sempre, Bacharach per gli arrangiamenti certosini (il lounge del singolo Diva Lady), David Bowie e Bryan Ferry per il crooning (ogni tanto riecheggia perfino il collega Jarvis Cocker, vedi Arthur C. Clarke's Mysterious World), il maestro Scott Walker per lo spessore dell’insieme (un esempio su tutti? Party Fears Two); da navigato professionista poi, Hannon riserva la zampate di classe per il finale, ripescando i drammatici crescendo d’archi che avevano reso grande Absent Friends nella chiusura di Snowball In Negative.
Nel suo ripiegarsi su sé stesso, forse Victory For The Comic Muse sarà una parziale delusione per chi avrebbe voluto ritrovare i toni meditativi, intimi e “domestici” dell’Hannon più recente, ma anche se preso come un puro esercizio di stile, non può che far piacere ritrovare intatta la stoffa di una delle realtà più significative del pop britannico degli ultimi dieci anni. (6.8/10)