Musica, immagine, stile per un gruppo in costante evoluzione. Il nostro incontro con il chitarrista Alessio Natalizia che ci svela cos’è l’hip hop per i Disco Drive.
Incidere da indipendenti e pensare in grande è qualcosa che agli occhi della cerchia indie italiana suona quasi come una bestemmia. Tant’è che chi lo fa si ritrova ad essere suo malgrado – o forse di proposito – il bersaglio principale degli strali degli integralisti in musica. Parlate male di me, purché parliate di me, disse qualcuno. Prendiamo il caso dei Disco Drive. Un paio di anni fa pubblicarono un album che già dal titolo – What’s Wrong With You, People? – sembrava voler prendere in contropiede tutte le discussioni che di lì a poco sarebbero nate, cresciute e alimentate intorno alla band. La prima, per inciso, che è riuscita a sdoganare in Italia in maniera credibile il verbo del punk-funk, senza dover passare per patetici wannabe (scritto, per ovvie ragioni, rigorosamente in inglese).
Un gruppo più inglese che italiano, quindi, per come è stato concepito. I Disco Drive sono musica, immagine, stile. Loro ne sono convinti e consapevoli. Pure troppo, secondo molti, che infatti mostrano qualche segno di insofferenza quando vede il gruppo che posa per un servizio di moda (sic!) in una rivista patinata musicale. Per non parlare di quelli che quando passa un loro video su MTV cominciano a soffiare manco fossero gatti idrofobi. It’s a long way to the top, cantano d’altronde i DD in Things To Do Today, naturale evoluzione del percorso cominciato con il disco d’esordio. Un lavoro che all’urgenza dell’hardcore preferisce di gran lunga le lusinghe del dancefloor. Pur mantenendo, e questa è la sorpresa, un approccio dissonante di fondo. Il risultato è senza dubbio interessante. Anche se è ben lontano dalla ventata di novità che inizialmente promettevano i Disco Drive.
Nel frattempo, tra cambi di formazione (Matteo Lavagna che sostituisce al basso Andrea Pomini), EP passati sotto silenzio (The Very EP, pubblicato lo scorso anno, ultimo lavoro registrato dal trio originario) e più di trecento concerti in curriculum, riusciamo a beccare la band nel bel mezzo del loro tour in Gran Bretagna. Dove, manco a dirlo, pare stia andando tutto davvero bene. Il chitarrista Alessio Natalizia ci svela cos’è l’hip hop secondo i Disco Drive. E soprattutto si dichiara un po’ stufo del volemose bbene che sembra imperare nei rapporti tra i complessi italiani.
No, non c’è nessun continuum con l’album precedente. Tutt’altro. È un disco con nuove idee e nuove tematiche. Things To Do Today si riferisce alle cose che abbiamo bisogno di fare oggi, qui e ora nel 2007.
Non volevamo prendere in giro nessuno. Il nostro obiettivo era quello di fare un album dei Disco Drive in tutto e per tutto ma in un modo completamente diverso. Magari l’hip hop non si sente e chiaramente la nostra intenzione non era quello di fare un disco di hip hop puro, ma è stato uno dei nostri punti di riferimento maggiori (vedi i beat di Fingers And Nails, Things To Do Today e Grow up!, e la metrica di molti cantati). In questo disco ci sono diversi strumenti e quindi nuovi timbri, diversi riferimenti, abbiamo prodotto, registrato, e mixato i pezzi in maniera totalmente diversa. Anche il modo di scrivere è cambiato e abbiamo inserito molti loop su cui si regge la struttura di intere canzoni.
Non è stato difficile ma piuttosto naturale e fisiologico. Paradossalmente sarebbe stato più complicato cercare di fare un’altra volta lo stesso disco che comunque non avremmo voluto e potuto fare.
Esatto. È proprio il risultato che volevamo ottenere. I ritmi sono meno serrati per lasciare spazio a soluzioni diverse. Prima il ritmo era elemento portante e primario, adesso contribuisce alla struttura del pezzo insieme a tutti gli altri elementi.
No. Quei pezzi sono nati insieme durante il tour del primo album e abbiamo preferito registrarli subito piuttosto che farli invecchiare aspettando che ne arrivassero altri.
Forse perché quando sei convinto e sicuro di quello che fai puoi dare l’impressione di sentirti più figo degli altri. Noi non ci sentiamo più bravi e più fighi di nessuno ma neanche il contrario. Magari siamo persone che se ne stanno abbastanza per i fatti loro e anche questo nell’angusto contesto italiano può dare l’impressione di spocchia e senso di superiorità, ma non si tratta di questo. Il fatto è che il carattere di una persona nel momento in cui suona in un gruppo viene percepito in maniera diversa: se te ne stai per i fatti tuoi rischi di venire etichettato come uno stronzo. Oltretutto in Italia c’è questa regola non scritta del “volemose bbene”. E ogni volta che ti ci sottrai sei di nuovo visto come l’arrogante di turno. Ma per noi è più importante essere sinceri piuttosto che sfoderare il complimento preconfezionato. In Italia c’è troppo vittimismo e poco coraggio.

L’estetica e la musica sono due cose che da sempre vanno di pari passo e non si escludono a vicenda. E’ chiaro che ci sono degli eccessi e basta andare in giro per l’Inghilterra per farsene un’idea. Ma il mondo indipendente italiano è talmente piccolo e chiuso in se che non ci si può permettere di escludere nessuna possibilità di arrivare ad altre orecchie (ed altri occhi).
Esatto. Non farebbe male a nessuno e molte barriere inutili sarebbero abbattute.
Non siamo mai stati al Mei ma diciamo che l’idea che ci siamo fatti a leggerne non è delle migliori.
Sì, può portare all’esasperazione. Ma, dopo quasi trecento concerti, te ne fai una ragione. Di certo non ballano tutti come se fossero in discoteca ma per fortuna non stanno neanche immobili. C’è capitato anche di fare un pezzo e vedere qualche testa muoversi e poi ascoltarlo messo dal DJ due ore dopo e vedere tutti ballare scatenati. E la cosa comunque ha anche il suo senso.
Che il cambio delle tecnologie abbia influito è innegabile. Non solo per lo scambio di file ma anche per la facilità di fare musica, registrarla e metterla online. Oggi un gruppo è un gruppo se ha una pagina su myspace e non se ha un disco fuori. A queste condizioni fare progetti a lunga scadenza è molto complicato, soprattutto se l’intenzione è di limitarsi solo all’Italia.
I Disco Drive vogliono continuare a fare musica interessante e sempre diversa per il più lungo tempo possibile.

Scintillante come può essere uno specchio per le allodole e scanzonato come i migliori !!!, così si presenta il sound dei Disco Drive. A metà strada tra il punk-rock (come loro stessi si definiscono) e il funk di matrice disco. Le asperità di Washington DC (i due minuti di The Leaving Feet e Save Your Fire sono pura rabbia montante, su chitarra e batteria lanciate alla velocità della luce, non a caso gli unici episodi brevi, come si conviene al punk) sono stemperate da un groove sinuoso e coinvolgente, come in All About This, o da un giro di basso in versione dub (Moving Along e Forward!). Percussioni di sapore quasi latino scandiscono Better Is The New More o danno il via ad un cambio di ritmo (la convulsiva Safer Now sarebbe perfetta ad una festa liceale), su cui spinge un cantato di facile presa, grazie alla sua frizzante formula call&response (come non innamorarsi di quel suadente e ripetitivo ”On And On”di Calling Calling?). Espedienti e combinazioni sonore che chiaramente prendono spunto dai Q And Not U di Different Damage, ma che rapportati alla nostra realtà stupiscono non poco, soprattutto se consideriamo che qui tutto è rigorosamente suonato dalle mani di tre persone (senza alcuna intromissione elettronica) a cui, evidentemente, l’esperienza live ha fatto un gran bene. E se dopo il primo ascolto avrete ancora un minimo di forza in corpo, mettete pure repeat e continuate fino a quando non cadrete sfiniti, ma contenti. (7.0/10)

Ep di transizione per i Disco Drive, formazione che ha visto recentemente la sostituzione del co-fondatore Andrea Pomini con Matteo Lavagna. Very rappresenta l’ultima uscita del trio in formazione originale, la fotografia di una band che si allontana dai cliché p-funk cercando nuove e più stimolanti lande musicali.
Le direttrici dei 6 pezzi prevedono groove disco-punk e percussività funk (di stampo Liars), ma sono molti gli elementi presenti nelle trame: dall’intro rumorista di Abuse Of Power alle melodie vocali a cappella simil TV On The Radio (A Factory Of Minds), dalle urla belluine (una difficile Back And Forth per chitarre affilate come rasoi e melodie astratte) alle chitarre accattivanti di My Party.
Ma è soprattutto un certo funk Ottanta (alla Liquid Liquid o Gang Of Four) a farsi largo in brani come Dot Dash Dew e Comes As No Surprise, dove il ritmo è bianco e algido, straniante e coinvolgente.
A sottendere il sound dell’eppì sono dunque impeto percussivo e dilatazioni oniriche, aspetti che lasciano intravedere all’orizzonte una sorta di psichedelia percussiva e reiterata à la Oneida. In attesa del nuovo album, accontentiamoci di una gran classe in movimento. (6.8/10)
Graditi ospiti del il minifestival Indicrazia, svoltosi all'interno dell’ArciViterbo, i Disco Drive si presentano in formazione rinnovata e stupiscono con la nuova formula: da gruppo simil fighetto al traino dell’effimero filone p-funk a vera e propria macchina da guerra ritmica con tanto di raddoppio della batteria da parte del chitarrista Alessio, la trasformazione – forse grazie al rodaggio di un’incessante attività dal vivo, si mormora di 200 live nell’ultimo anno! – si mostra in tutta la sua bellezza accattivante.
Il trio ha presentato i classici, ma soprattutto alcuni inediti che mostrano una totale evoluzione. E sono proprio i brani nuovi a lasciare ben sperare per la piega da prendere in futuro. Se It’s A Long Way To The Top con le sue armonie vocali ricorda a tratti Tv On The Radio è What Are You Talking About And Why Are You Talking About It (se non abbiamo capito male il titolo) il pezzo in cui si notano gli sviluppi più interessanti. Sembra di ascoltare degli Oneida in acido che si spostano ubriachi tra accenni quasi folk, cavalcate ritmiche e scatti nevrotici. E proprio i newyorkesi sembrano essere, molto più del carrozzone p-funk, la pietra di paragone – non l’influenza sterile - sulla quale calcolare il valore del gruppo in futuro.
Con la chiesa medievale cantata da Dante nell’Inferno sullo sfondo, in precedenza il gruppo di casa - e tempestivo organizzatore dell'evento - Winter Beach Disco non si è risparmiato affatto: sono così sfilati tutti i classici del gruppo come Gianni Bugno o Meet Me At The Cuba Libre Tonight. Un trionfo rock’n’roll che farebbe impallidire i pur validi (International) Noise Conspiracy, e in cui hanno trovato spazio alcuni inediti che dovrebbero finire nel nuovo disco.
Un coraggio sicuramente da incitare, così come l’invito ai ragazzi di WBD ad organizzare in proprio un bel mini festival come questo, mosso tra arti visuali e musica con contributi di una serie di artisti giovani ma non sprovveduti (Seblat Bolletti, Paolo Cipriani - chitarrista nei WBD, Face The Fact e Gaia Corporation -, Alessio Tosoni, Alessio Nunzi, Giorgio Santucci), il tutto incastonato nelle suggestive ambientazioni medievali del centro storico della città. Della serie: “si fanno le nozze coi fichi secchi”.

Grow Up!, dicono subito i Disco Drive, mentre in sottofondo la musica si fa ipnotica, lenta, dissonante. E per un attimo sembra realizzarsi la profezia che la band di What’s Wrong With You, People andava ripetendo in giro da un po’ di tempo a questa parte. “Il nuovo disco – ammonivano – sarà completamente diverso rispetto a quello che eravate abituati a sentire da noi”. Ma è una sensazione che accompagna l’ascolto solo per qualche minuto. La successiva The Flower Stall infatti riporta la questione in ambiti più realistici e sobri. I Disco Drive sono tornati. E sono sempre loro. Niente pericolose inversioni a U. Niente derapate hip hop. Niente cambiamenti epocali. Piuttosto, Things To Do Today è la naturale evoluzione del discorso iniziato un paio d’anni fa col CD d’esordio. Un’attitudine punk-funk che tende a contaminarsi e ad allungare il proprio raggio d’azione.
Evoluzione, quindi. Che porta stavolta il trio Unhip – con Matteo Lavagna che prende il posto di Andrea Pomini al basso – a lasciare a casa il poster dei Fugazi, a subire le fascinazioni lisergiche dei primi Liars e ovviamente a tenere nel portafoglio – manco fosse una reliquia – una fototessera autografata di LCD Soundsystem. Si continua a ballare, dunque, battendo le mani e dicendo – ça va sans dire – yeah. Gonna Love This è la Stayin’ Alive dell’indie rock. It’s A Long Way To The Top è allo stesso tempo una festa caciarona, un inno d’amore eterno al quattro quarti e uno scioglilingua pop. E la canzone che dà il titolo al disco è un pezzo che se lo sentissero quelli di Pitchfork lo innalzerebbero a brano dell’anno, con buona pace delle band angloamericane che credono di saper suonare la grancassa e il charleston meglio di tutti gli altri.
Se da una parte allora si assiste al perfezionamento di una formula che aveva fatto gridare al miracolo alla sua prima apparizione, dall’altra si nota come il gruppo abbia inserito il freno a mano per gettare un ponte verso la sperimentazione. Find Me Animal sembra provenire dal periodo psichedelico dei Beatles. Cholsey è in bilico tra pop e dub, prima di deragliare nelle distorsioni assordanti del finale. Finger and Nails è come sentire i Clash rallentati di London Calling in versione electro, ipotesi di una prossima evoluzione dei Disco Drive. Che confermano a questo giro di essere una band dalle buone potenzialità, pienamente espresse peraltro dal proprio repertorio. Anche se li preferivamo quando ci permettevano talvolta di sfogare i nostri istinti con qualche sacrosanto, violento pogo sotto il palco. Ma non si può avere tutto dalla vita. (6.8/10)