Se con The Glad Fact il principale Dirty Projectors, Dave Longstreth aveva fatto pensare all’ennesima esaltazione della tanto in voga “musica da cameretta”, il successivo Slaves’Graves ha rappresentato un grande salto in avanti nel suo progetto artistico. A un anno di distanza, il terzo capitolo dell’ancora breve carriera del ventiduenne di New Haven esaspera le sue ambizioni “colte” lasciando un po’ l’amaro in bocca.

Ha appena ventidue anni Dave Longstreth, ma già all’attivo tre album e un paio di produzioni. Di certo la prolificità non è sempre sinonimo di qualità, ma qui siamo di fronte a un musicista che ha idee da vendere. Dopo l’esordio discografico su Western Vinyl The Glad Fact, una piccola produzione per la States rights records (Morning better last!) e il secondo lavoro in studio Slaves’Graves And Ballads, usciti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, questo ragazzo di New Haven, Connecticut si è impegnato in quella che lui stesso definisce una glitch-opera. Un lavoro triennale, un progetto ambizioso, che lo ha tenuto impegnato per tre anni nelle vesti di compositore e di esecutore. Scritto per voce, sestetto di fiati, archi e coro di donne, The Getty Address, si pone (relativamente) in linea di continuità con l’esperimento precedente, che ha visto coinvolta un’orchestra di dieci membri messa in piedi da lui stesso. Ma dopo il bellissimo Slave’s Graves And Ballads le aspettative erano cresciute e lui non è riuscito a soddisfarle, percorrendo la strada di una complicatezza spesso fine a sé stessa, cervellotica ma poco organica che non poteva non far stringere nelle spalle con disappunto chi come noi avrebbe scommesso (se li avesse avuti) parecchi soldi su un “cavallo” così promettente.

Più straniante che spiazzante questo esordio del giovane statunitense Dave Longstreth. O meglio, è al debutto con il moniker The Dirty Projectors, perché il ragazzo può già vantare un lavoro targato 2002, quel The Graceful Fallen di cui perdonatemi nulla so.
Sotto molti punti di vista può essere considerato l'ennesimo caso di elucubrazione solipsistica lo-fi a sottolineare l'avvenuta implosione dell'agorà musicale all'interno dello studio-cameretta, come se la porzione di mondo che ci è fisicamente concessa fosse stata definitivamente rimpiazzata da una compressione del mondo in costante download.
Non proprio una proposta originale quindi, tuttavia sembra un lavoro destinato a lasciare qualche traccia, o se volete il primo passo duna discografia che potrebbe delinearsi particolarissima. Dopo lascolto rimane infatti un senso di genuina quanto malsana empatia, come se nel tessuto si aprissero squarci di lucida disperazione, buchi della serratura dai quali possiamo chiaramente intravedere un'anima ballerina sulla graticola di irrisolti dissidi. Un po M. Ward e un po Captain Beefheart, un po Vincent Gallo e un po Daniel Johnston: fate voi.
Avrete capito che non è molto facile individuare le coordinate sulla mappa. Proviamoci lo stesso. Ci aggiriamo dalle parti di un soul-jazz prima essiccato quindi puntellato da malferme stratificazioni elettro-sintetiche (Ground Underfoot, Two Brown Finches), la qual cosa capita più o meno a certe strategie tropicali (quella specie di mambo traslucido che è My Offwhite Flag, la cospirazione folk-dub di Off Science Hill) e agli ectoplasmi folk-blues (Spirit Furure Medley, The Minutes).
Tracce cui un diffuso senso di precarietà (riverberi scabri, missaggi avventati, deragliamenti tonali e dinamici, schizofrenie & giustapposizioni stilistiche
) e soprattutto la voce inafferrabile di Longstreth (in scellerata quanto rabbrividente escursione timbrica, ora corposamente flautata ora esangue ora ispida ora in cigolante falsetto) conferiscono cifra sonora piuttosto personale, direi quasi inconfondibile.
Va altresì detto che la title-track potrebbe far pensare ad una jam natalizia tra Xiu Xiu e Microphones, mentre il toccante ginepraio di visioni soul-jazz-folk di Like Fake Blood In Crisp October sembra un sogno avariato di Jeff Buckley. Ribadisco però che il Nostro sembra avere abbastanza mezzi e allucinazioni di suo, basta notare come prima schianti al suolo il reggae-funk industriale di Boredom Is A Product (schizoide nevrastenia Cuordibue) e poi con tocco delizioso riesca a stemperare spiritual e calypso in un brodo tiepido di organo e ukulele nella stupenda Imaginary Love.
Oppure ancora la disinvoltura con cui sa donare corpo e voce tanto alla devoluzione ciber-reggae di Three Brown Finches quanto all'onanismo pop-psych di Winter Is Here, passando per l'accorata nostalgia soul di Lit From Below.
Languido, dissacrante e minaccioso. Decadente e divertente. Se nel prossimo lavoro il giovane sporco Dave si toglierà un po' di buccia, se metterà maggiormente a nudo la polpa autoriale e d'interprete, potrebbe rivelarsi una leccornia. (6.8/10)

Anche Dave Longsteth stesso, dall’alto della sua eccentricità, ha provato a definire la sua musica con gli appellativi più strampalati (glitch folk, wabi sabi, dun-songs) fallendo sistematicamente. Forse perché neanche il mentore dei Dirty Projectors si è reso conto della grandezza del suo lavoro.
Dopo un album che lo aveva inquadrato in una corrente neo-folk tanto attiva quanto variegata, il ventunenne del Connecticut si avvia già verso un’artisticità più pronunciata prendendosi sotto braccio il Robert Wyatt più ispirato e la migliore tradizione cantautorale americana, da Tim Buckley a Tom Waits. Chi si aspettava una riconferma di quello stile “casalingo” che aveva contraddistinto “The glad fact” rimarrà deluso a metà, visto che, se parte dell’album si conferma in pieno stile lo-fi, il resto parla un linguaggio orchestrale che per raffinatezza e freschezza degli arrangiamenti fa quasi gridare al miracolo.
Il suono di una marimba accompagnato da un sordo rumore di percussioni e una voce narrante sullo sfondo introducono la prima parte dell’album, che vede come protagonista, oltre a Longstreth, la Orchestral Society For the Preservation of the Orchestra (sic), una formazione composta da un flauto, un oboe, un clarinetto, un corno, due violini, un violoncello e percussioni. Le parti orchestrali, scritte e dirette dallo stesso Longstreth più che funzionare come semplice accompagnamento (abuso tipicamente pop), sono usate con un’espressività più unica che rara: dalla leggerezza (On the beach) ad una gestualità quasi operistica (Slaves’graves) l’orchestra si muove attraverso passaggi armonici che lascerebbero a bocca aperta anche George Martin.
La distorsione acustica di (Throw on the) Hazard lights piomba in una sorta di lo-fi orchestrale e viene riproposta a mò di ripresa per chiudere il primo capitolo di questo album. E’ a questo punto che la one-man-band Dirty Projectors viene fuori nella sua versione più intimista e Longstreth rimane quasi totalmente solo con la sua chitarra a sussurrare le sue “homemade songs”.
Prevale la dolcezza in Ladies, you have exiled me e Obscure wisdom,mentre l’atmosfera cupa di since I opened è perfetta per chiudere un album che non cala mai di intensità. L’etichetta “neo-folk” la lascerei a chi ha bisogno di un’identità musicale non ancora trovata. Questa mi piacerebbe semplicemente definirla grande musica. (8.5/10)

Una glitch opera sul leader degli Eagles Don Henley e sul conflitto tra Hernan Cortes e gli aztechi del 1519-21. Stavolta Dave Longstreth prova per grandi salti a dare la sua visione dell’America, racchiudendola tra due personaggi che non hanno niente in comune se non il fatto di appartenere entrambi alla vita degli Stati Uniti. Che cosa sia poi una glitch opera (!) non è dato saperlo, anche perché, a parte qualche elaborazione elettronica (Ponds and puddless), la musica ha veramente poco a che vedere con quello che si definisce glitch. Per non parlare dei riferimenti all’opera..
Dopo i buoni livelli compositivi raggiunti l’anno scorso con Slave’s, Graves & Ballads il principale Dirty Projector si fa prendere da ambizioni “colte”, cadendo in un tranello molto insidioso per gli artisti popular. Per sua fortuna Longstreth non si mette a emulare nessuno (a parte alcuni momenti di scrittura operistica tardoromantica – in stile wagneriano, per intenderci), ma la sua originalità non è coinvolgente.
Laddove l’album precedente era organizzato in canzoni, accorpate in due parti in base a scelte strumentali, The Getty Address si presenta come una lunga suite, con il coinvolgimento di un organico strumentale impressionante per varietà: un ottetto di violoncelli, fiati, percussioni di tutti i tipi e coro femminile, il tutto scritto ed elaborato da Longstreth stesso, che ha lavorato le parti al computer e le ha ricostruite sovrapponendoci la sua voce. Una voce che naviga per tutti i cinquanta e passa minuti dell’album su uno stile a metà tra Robert Wyatt e Jeff Buckley.
A parte qualche richiamo melodico qua e là, The Getty Address non dà l’impressione di un progetto organico (quello che dovrebbe essere un’opera). Una musica che si sforza di essere evocativa, intellettuale, ma che risulta statica, “legnosa”, ingessata dietro una forma troppo pretenziosa. Non che sia un brutto lavoro, è senz’altro un operazione complessa quella di Longstreth, con un risultato che ha bisogno di tempo per essere metabolizzato. Momenti come Time birthed spilled blood, con le sue sovrapposizioni di parti mettono in risalto la fantasia compositiva di Dirty Projectors, che però si perde nella noiosa lentezza di I will truck o di Warholian wigs. Ritmi lenti che in quanto a bpm si avvicinano molto al trip hop, ma che vengono costruiti spesso con percussioni dal sapore etnico come marimbas e campanacci (Jolly jolly jolly ego).
Un album a volte stucchevole, altre volte affascinante, un percorso musicale pieno di fermate, discontinuo, ma che se attraversato a piccoli tratti rivela meglio il suo fascino, tra il cervellotico e il sempliciotto. Forse il giovane Dave avrebbe dovuto aspettare qualche annetto in più per cimentarsi in un’avventura che non sembra essere stato in grado di gestire fino in fondo, alla quale non è bastato il suo approccio tra il colto e il naїf , che pure aveva dato linfa vitale ai due lavori precedenti. Un passo falso, un’eagerazione, ma fisiologica, comprensibile, che potrebbe preludere (vogliamo sperare) a una ulteriore fase di crescita artistica. Da uno come Longstreth, che di idee ne ha da vendere, c’è da aspettarselo. (6.5/10)

Che Dave Longstreth, in arte Dirty Projectors, fosse molto più che un fenomeno passeggero lo avevamo già intuito dai primi passi del giovanissimo musicista statunitense. Anzi, avevamo anche avuto più di una conferma che la maturità fosse alle porte, nonostante il piccolo passo falso dello stucchevole The Getty Address, un album un po’ troppo pretenzioso.
Ma, si sa, chi non risica non rosica e Dave ha dimostrato negli anni di avere il coraggio e le capacità di provarle tutte senza il minimo interesse di compiacere il pubblico. Ed eccolo di nuovo, in perfetta coerenza con questa linea di pensiero, a cambiare completamente le carte in tavola, spiazzando chi lo aveva già incasellato nella scomoda categoria di musicista “colto”. Rise Above è proprio ciò che nessuno si sarebbe aspettato dopo gli ultimi due capitoli della sua già dignitosa carriera. Spogliatosi della scrittura complessa e cameristica di Slaves’ Graves And Ballads e della pomposità corale di The Getty Address, Longstreth si presenta alla prova (forse) definitiva della sua maturazione artistica con un sound che, grazie ad un organico strumentale ridotto all’osso (chitarra in evidenza, basso e batteria, con coro femminile) strizza l’occhio in maniera del tutto personale e schizofrenica alla “negritudine”: rythm’n’blues, funky e soul in stile Motown. Ma, al cospetto di una personalità così estrosa e musicalmente onnivora, questi riferimenti vanno presi con le molle, tanto sono amalgamati e metabolizzati (e, di conseguenza, nascosti) attraverso strutture e stili che ne rappresentano l’esatto contrario. Tra questi, una certa vena prog, che pervade tutto l’album e conferisce forse il marchio più peculiarmente distintivo a questa ennesima piccola-grande svolta; così come le sferzate noise e i passaggi dal sapore post-rock (Depression, Spray Paint), ai quali è dato il compito di rompere improvvisamente un’atmosfera generale che si può definire piuttosto pacata (in questo senso spicca la beffarda tenerezza di Thirsty And Miserable e di Gimme Gimme Gimme), anche se i toni sono quasi sempre sopra le righe. Fino a giungere alla sintesi estrema di tutti questi elementi con la bellissima Room 13.
Dirty Projectors mantiene, in ogni caso, i suoi tratti distintivi, come quella particolare, ondulante e inafferrabile emissione vocale di Dave, che ricorda, e non poco (come già si è avuto occasione di dire) il miglior Jeff Buckley. Non manca del tutto la scrittura cameristica, relegata, stavolta, ad alcuni episodi (Police Story), a brevi introduzioni (No More) e alla ghost track che chiude l’album, ma mai predominante. Ciò che invece svolge un ruolo assolutamente primario è la chitarra, suonata con svariate tecniche, che spaziano da arpeggi tipicamente neo-folk a graffianti andamenti atonali. Dare un giudizio su un disco complesso come questo presuppone l’accettazione dei limiti di una recensione che, nel contesto degli spazi a disposizione, della tempistica e dell’immediatezza che le sono proprie, può soltanto cogliere aspetti generali di un’opera che aggiunge sempre qualcosa di interessante ad ogni ascolto e che, a dispetto di una piacevole immediatezza di fondo racchiude raffinatezze degne di un grande artista. Maturo. (7.6/10)