Abbiamo deciso di celebrare, attraverso questa lunga e bizzarra monografia, quello che a nostro umile avviso è il miglior folksinger in circolazione, Devendra Banhart. A introdurre: Devendra ci racconterà di sé, nel più stralunato e sincero dei modi che conosce...

Ti dirò sono un uomo felice …felice come si può essere soltanto a volte. Non affogo nel dolore e neanche nuoto nella felicità.
E’ economico veramente. Stai sotto I cinque dollari. Devi soltanto metterti in testa il giusto taglio di capelli e sei a cavallo.
Il mio ricordo più bello è Michael (Gira ndr.) che danza nudo per mettermi a mio agio in Todo Los Dolores, che spettacolo!
Ho ordini precisi di stargli almeno a venti miglia lontano. Che uomo fortunato che è! Mondo infame…
Le canzoni di Kevin Barker da Curritck Co.
No, sono regali musicali a Caetano Veloso...
Sì è difficile… Certo, in primo luogo, perché devo rispondere a troppe gravidanze impreviste …proprio come le coppie che hanno amore libero per un lungo, lungo tempo… Queste sono le session ideali per i miei lavori…
Sono stato a Venezia e un gondoliere mi disse che conosceva satana. No, è una
storia vera questa!
Sì, sto programmando di venire molto presto. Per ora so che andrò in
Francia (The Camarg) per l’inverno poi da lì ci saranno altri
concerti italiani e spagnoli.
Bhé che dire… il 2003 è sicuramente un buon anno per Iggy!
LEI È UNA LEGGENDA! Ci sei vicino. È un onore, veramente, immaginare di scrivere una canzone per lei e poi averla a cantare con me. È stato fantastico, lei è un angelo, lo spirito della saggezza e della purezza!
È il figlio
Sì, sì (?)
Loro ci fissano come Donkey Godz! (tradotto sarebbe come asini dei ndr.)
Ascolta Fahey (John ndr.) in lui quello spirito vive ...e VIVE.
Madre natura ha nutrito la mia gola con latte, bucce di banana e richiami…
Loro sono delle maghe, teletrasportatrici, di quegli esseri che ti cambiano l'umore, in poche parole sono RELIGIONE!
Una volta. I pantaloni di mio padre mi coprivano letteralmente. Una cosa inedita…
Che domande: italiani!
Texas: the lone star state. Storicamente, terra di musicisti eccellenti, ma anche sbalestrati come cavalli. 13 floor elevators, Rocky Erickson, Red Crayola, Butthole Surfers, Ed Hall, Pain Teens e Daniel Johnston furono e sono, di tale autoctona follia, fra i più noti e celebrati monumenti. Tanto il sostrato sociale di quella porzione sud degli States è reazionario e bigotto (vaccari e rednecks, mica che!), quanto più creativo e innovativo risulta il suo fertilissimo humus artistico. Così è sempre stato e così, speriamo bene, lungamente continuerà a essere.
Devendra Banhart, classe 30 maggio 1981, è nato nel Texas,
maledetti stivali! …ma dopo pochi anni la famiglia si dovette
spostare a Caracas in Venezuela, dove rimase per parecchio tempo;
esattamente fino a quando la madre si risposò. E da lì,
il passaggio alla California fu repentino.
La nuova residenza diventò quindi un canyon di nome Encinal, luogo dove
trascorse i suoi teen-year e nel quale iniziò a suonare la chitarra,
questo fino a quanto giunse l’età del college e un nuovo cambiamento
geografico si profilò all’orizzonte. La nuova dimora divenne San
Francisco e la scuola un istituto d’arte multimediale.
Non potendo imparare il mestiere di musicista, Devendra si convinse che la
pittura era la sua vocazione. Non riuscì tuttavia a concludere nulla
del genere nell’ambito accademico. Certo, non fu tutto tempo sprecato:
divise la stanza con Jerry Elvis e Bob The Crippled Comic, frequentazioni illuminanti
che lo portarono dritto al suo primo show, al loro matrimonio.
E lì, in quel magico evento, tra il verde del prato inglese e il legno
dipinto di bianco di una casa adibita a chiesetta, suonò una personale
versione di How Great Though Art e Love me Tender …e gli piacque farlo,
tanto che il live successivo non tardò a arrivare.
Fu a Wazeima, in un ristorante etiope; il proprietario era un famoso fantapolitico
del luogo che teorizzò un complicato colpo di Stato basato su infrastrutture
stradali che avrebbero dovuto agevolare spostamenti di carriarmati e aerei.
Dopo non molto, il fatidico momento di metter su una band accadde, accadde
tanto naturalmente quanto fu spontaneo il suo scioglimento; capitò a
Los Angeles quando formò i Black Babies, o meglio, Devendra
Banhart or The Black Babies, Peccato che New York si sia messa in
mezzo, rompendo l’incanto.
Il giovane Devendra vive tuttora nella Grande Mela, in uno squat,
un vecchio locale di Salsa nella stessa stanza dove un attore di belle
speranze morì suicida. Vive in quella stanza, non sopravvive.
Tra i bossoli di fucile e il buio di quattro mura senza finestre.
Helter skelter!
“ Qui ci si sente liberi”, dice.
“ John Hurt, Fred McDowell, Karen Dalton, Vashti Bunyan e
Fred Neil sono i migliori musicisti al mondo”, dice.
“ La mia vita è questa”, dice.
A parte il mistero e la mitologia che ormai circonda il giovane folkster, di sicuro diverse persone hanno costellato la sua vita musicale reale: Black Hearts Procession, Microphones, Smog, Little Wings, Karl Blau, Vetiver, Flux Information Sciences, The Lowdown, Young People, Old Time Relijun, Jerry Lee Lewis 60th picnic party. Sono solo alcuni dei volti che Devandra ha incontrato, loro e altri senza nome, pirati gay di un oceano maledetto dalla prima luna.
Comunque sia, siamo seri, è Michael Gira l’uomo che scopre il suo talento e questa storia, pur strampalata, inizia, se non sbaglio, più o meno così…
Nel tardo 2002, il capo della YoungGod Records conosce un giovane
busker dal nome esotico a un sushi bar. Quella sera c’è anche Sammy
Hagar, l’ex cantante dei Van Halen. Devandra è lì a
racimolare due dollari e tirar giornata, ma le sue canzoni non ottengono
il plauso degli astanti.
Le composizioni sono free form belli e buoni, che mal si addicono allo spirito
zen del locale, tant’è che sia al canto, sia negli arrangiamenti,
se così li possiamo chiamare, il Nostro risulta stomachevole quanto
un sashimi di pesce triocchiuto.
Devandra dà fiato alle tonsille e sembra non curarsi molto delle facce
corrucciate; quel che esce dalle esili labbra è una vocina dal registro
tanto nasale quanto spettrale, come se un medium avesse richiamato le anime
di Nick Drake e Marc Bolan sfasando per errore
i loro interventi d’un paio di tonalità. A Devandra poi, piace
cantare a capella…
È probabile che Micheal Gira, futuro padrino di Me
Oh My…, abbia visto nel busker texano un altro sé quella
sera, un alter ego nel quale specchiarsi, oppure un artista "puro",
un pezzo incontaminato dell’anima che gli è sempre mancato, una
costola regalata alla società in qualche parte dell’adolescenza.
Da sempre, l'ex Swans esplora i lati oscuri e le zone d’ombra dell’anima,
ma la sua è pur sempre un'analisi colta, da figlio d'artisti, uomo che
ha imparato e visto, e così la sua musica: prodotto di turbamenti emotivi
e di costruzioni della mente, di bios e di logos.
In fin dei conti, per Gira l'espressione artistica è venuta "da
fuori" prima che "da dentro", mentre per Devandra sembra vero
il contrario. Il folk singer pare colato in uno stampino di malata marzianità,
un disagio non catalogato nelle liste di psicologi e analisti.
Il campionario può essere lungo: pazzo, schizofrenico, morboso, psicopatico,
destrutturato, autistico, masochista …o semplicemente unico. Devandra è un
cantante di strada, sopra le righe, refrattario a qualsiasi estetica che non
sia la modulazione della sua stessa voce. Non stupisce che ricordi le take
1 delle registrazioni di Barrett, quelle dove l'ex Pink Floyd
canta al vuoto, con la chitarra come unica compagna.
È dunque un gioco di stanze, di mura senza finestre e di geishe orientali
che servono sushi ripieni di funghi magici, la magia, l'empatica dialettica tra
i due, che si osservano l’uno di fronte all’altro, il primo seduto
a un tavolino nell’angolo e l’altro che sbuca dalla finestra tra
la cucina e la sala ristorante.
La successione degli eventi è tragica: Hagar e compagni, infastiditi
dallo strazio musicale, inseriscono un gettone nel juke box, mettono 5150,
un vecchio cavallo di battaglia dei Van Halen e, a quel punto, accade il temibile:
il minuto folkster sputa nel piatto del rocker e, non contento, tenta di ripetere
il gesto in faccia a Hagar, lo manca, e bagna un energumeno dalla lunga criniera
bionda…
Quella sera finì come ci si può aspettare, specie a Los Angeles.
Ma… tutto il male, si sa, non viene per nuocere, tant’è che
Mike, riportando il malconcio texano a casa, si offre di produrgli un album.
Devendra, neanche a dirlo, affronterà la nuova sfida con totale nonchalance…ma
anche questa è un’altra storia.

Refrattario a qualsiasi luogo dato alla registrazione, Devendra lavora alle incisioni dell’album, commissionatogli dal cantautore Michael Gira per l’etichetta di sua proprietà Young God, servendosi unicamente di un quattro tracce e dalle segreterie telefoniche degli amici. lle segreterie telefoniche: Banhart telefonava agli amici improvvisando improbabili ritornelli e filastrocche d’altri tempi, dopodichè si fiondava a casa loro con una scatola piena d'adesivi e bottoni sgangherati nel tentativo spesso vano di recuperare il nastro e inciderlo.
Molte registrazioni andarono perse in quello che rappresenta un giochetto in cui la follia si combina al calcolo concettuale. O al calcolo delle probabilità.e ti capita, ricordati di non cancellare la segreteria telefonica, è per un lavoro mio”, aveva più volte fatto presente Devendra, e così gli equivoci erano all'ordine del giorno: alcuni dimenticavano l'esperimento, altri pensavano alla classica telefonata anonima del bambino viziato di turno; nessuno sapeva minimamente che quelle registrazioni avrebbero fatto parte di un album e quell’album avrebbe preso il nome di: Me Oh My the Way the Day Goes By the Sun is Setting Dogs are Dreaming Lovesongs of the Christmas Spirit. Un titolo che la dice lunga e che tradotto suona più o meno così: “Io, oh cielo, come passa il giorno. Il sole sta tramontando. I cani stanno sognando canzoni d'amore dello spirito del Natale”.
La pazzia di Devendra sembra non inferiore a quella più patologica di
quel piccolo grande uomo Daniel Johnston. Devandra è come
Daniel caso umano e clinico, ancor prima che musicale. Forse dissociazione
psichica, forse regressione infantile o forse pure calcolato genio… non
sappiamo bene. A sentirlo pare più la seconda: una vocina querula e
rotta, da bimbo smarrito o da troll drogato (The Red Lagoon, Happy
Happy Oh).
E la musica? Folk e blues, innanzitutto, ma sballati da tali dosi d'involontario
umorismo da far impazzire l'immaginaria bussola dei generi, un po’ come
in Yip/Jump Music (Homestead 1988, ma le registrazioni
risalgono a 5 anni prima) del compagno d’armi Daniel, un po’ come
lui.
Soli battiti di mani, chitarra stonata e la caricatura d'un falsetto
a sorreggere armonicamente 22 marziani frammenti cantautorati, tanto
sinceri (dubitiamo?) quanto spostati, tanto tragici quanto ridicoli.
In tal senso, anche Charles
C. Leary o Soon is Good, che sono dell'album le canzoni
più compiute,
eccedono in bizzarrie sonore esibite e autocompiaciute, mentre in Roots toni
e temi trattati sono quasi elegiaci ("…if the sky were a stone,
made of lips, made of bones"), pur rimandandoci un'immagine di natura
tutta deformata e surreale. Cambiano i soggetti, continuano i ritratti: Michigan
State lo è d'una terra amata, seppure nel bislacco mood di Devandra.
Il musicista ha inoltre confessato qualche passione musicale. Al vertice
del proprio personale pantheon di autori, egli colloca personaggi quali Fred
Neil o Karen Dalton.
Probabile, ascoltando Hey Miss, che li abbia poi cuciti assieme per le terga, lasciandoli sanguinanti a gridare al cielo e invocare l'aiuto degli dei del loro Olimpo.
Il talento del nostro, a pensarci bene, è di quelli direttamente proporzionali al grado di follia: quanto più è instabile mentalmente, tanto più i suoi componimenti ci giungono intensi e viscerali. Se un regista di fama decidesse un giorno di ibridare, in un improbabile remake, film quali "Qualcuno volò sul nido del cuculo", "Il silenzio degli innocenti" e "Zelig" di Woody Allen… beh, state allora sicuri che qualcuno gli ricorderebbe, per il possibile soundtrack, proprio questo Me Oh My… (7.3/10)

A pochi mesi dall’album d’esordio, e sull’onda
del grande successo di critica, la Young God pubblica questo ep
di otto tracce. A parte Cosmos And Demos e The Charles
C. Leary, già pubblicati, seppur in take differenti,
i restanti brani riprendono lo spartano stile compositivo di Me
Oh My.
Tuttavia il taglio è più bucolico
e perversamente francescano. “My Baby is a red bird flying
across the sky, My Baby is a blue bird learing how to fly” canta
il Devendra nel giardino degli uccelli blu (Bluebird); “When
I’m on my way / Or and ancient walk / And I start to say
and I start to walk”, intona poi leggiadro, tra i rami
e i ramoscelli (Onward the Indian); infine, “Who
knows explain? Who knows explain?”, esclama tra lallazioni
e fischiettate al cielo nella lunga Long Song (due minuti).
E come dar torto al folletto allucinogeno innamorato della natura?
(7.0/10)

Se Me Oh My poteva sembrare (era?) uno sparare a casaccio (all'impazzata) i proiettili vaganti (o vaghi, fate voi) del proprio instabile arsenale, con Rejoicing In The Hands il buon Devendra - coadiuvato dal mentore Michael Gira - prende la mira, oh, se la prende. Ed è già una grande notizia, un fatto tutt'altro che scontato.
Vogliamo dire, abbiamo a che fare - finalmente - con sedici canzoni fatte e compiute, finite e rifinite (concedendo qualcosa all'approssimazione nella quasi garrula Todo Los Dolores), per quanto talora rapidissime, folk-blues che spuntano dal buio come lampi di lama (There Was Sun) o sguardi insidiosi (Dogs They Make Up The Dark) per farvi subito ritorno.
Sedici colpi battuti alla porta del Mistero Americano o meglio di ciò che ne rimane, per scoprire che - oh, sì - ne rimane. Cuore di tenebra fatto di vetro e carne in cui innocenza e morale, intimismo e fatalismo, purezza e perversione continuano ad agitarsi dimenticati, ma vivi, incompatibili con il codice dei media, ma non per questo assenti, semmai dispersi, dissimulati, diluiti, attivi agenti omeopatici, immutabili nel tessuto culturale, cifre nascoste del DNA.
Congiungiamo le mani, preghiamo, sembra voler dire Devendra,
sgranando perla dopo perla: Love Me Tender, BBOBBBOBBOBBBOB,
Viva Las Vegas, All Shook Up, Hearthbreak Hotel, Blue Moon and
Blue Suede Shoes. È il rosario dell’America rurale
presleyiana, del Sud che giaceva alle spalle di una rivoluzione
che avverrà, di quelle gonne che si accorceranno e quei
bacini che ruoteranno pelvici. Gli USA. Non quelli bianchi, grassi
e razzisti, pronti a roventar carne nei barbecue, difensori del
perimetro e falcia-giardini. No… non il rodeo, non le vacche,
non il saloon, il whiskey e i rocks. Piuttosto l’America
degli emarginati, dei sognatori, dei predicatori, dei Medicine
Man, dei saltimbanchi e dei viaggiatori. Quelli a piedi o sulle
rotaie, nel treno merci o nascosti tra le paglie di un truck,
in attesa e già arrivati, in corsa e in cammino.
Gente mai esistita di un mondo lento che non c’è più, persone
che non hanno mai calpestato questa terra o forse sì, nei nostri più sommersi
timori. Per riscoprire di costoro l’essenza, mezzo di contrasto ideale è il
recupero delle forme comunitarie in cui usavano manifestarsi. Devendra suona
sentendo di sapere, tingendo il presente di ritmi e immagini che sa di aver
visto e vissuto. Lo fa attraverso le lenti di folk blues fragranti e tenebrosi
(la toccante Will Is My Friend), contagiati di rag e gospel e boogie.
Reverie algide e struggenti, pescate nel liquido nero del proprio sé archetipo.
La post-produzione, in qualche modo, intensifica questo senso di "arcaico
vibrante", ravvivando d'archi orientali, gocce di vibrafono e pianoforte
le strutture più liriche (si ascolti le non meno che sconvolgenti When
The Sun Shone On Vetiver - vertigini desertiche riverendo acidi doorsiani - A
Sight To Behold - Jeff Buckley sognato dal Mark
Lanegan più oppiaceo - e Poughkeepsie - pazzesco vaudeville
tra Berlino, Memphis e Bombay), accendendole di fuoco fatuo, iridescenze gassose,
bagliori strascicati di magnesio.
Nota più o meno a margine: qualcosa di simile avviene nel lavoro di debutto delle sorelline CocoRosie (ma su un piano di capricciosa e intrigante intimità), oppure negli ultimi titoli di Howe Gelb e del protetto M.Ward (ma instaurando una dialettica prettamente musicale con l'oggetto del contendere). Tuttavia, per l’attitudine del Nostro all'obliquità stilistico-mentale-temporale, viene in mente semmai l'ineffabile Vincent Gallo, seppure quest'ultimo decisamente concentrato a rievocare i propri ectoplasmi jazz-prog (o Canterbury, se preferite).
Le melodie di Rejoicing In The Hands sono
pagine con poche frasi, però ficcanti, raffiche trasversali,
fisionomie di sguincio, ma indimenticabili.
Chitarra e voce per lo più, come si è detto, ma quella voce è uno
speculo, la poesia di un hobo ubriaco alla luna, di un cantico apocrifo della
Natura, con quel vibrato che gratta la coda a nuovi/antichi significati, il
timbro sordido sintonizzato su registri beffardi come un Marc Bolan liofilizzato,
impervi come un Tim Buckley senza più centro di gravità,
cupi come un Nick Drake devastato dallo spleen (riassume tutto
la stringente Insect Eyes).
Chiude il breve quadretto piano-voce-silenzio di Autumn's Child, che è come un rannicchiarsi nel dolore, chiudendo le palpebre sulla fine di un sogno, il volo breve e indelebile d'una preghiera.
Pochi artisti oggi sembrano in grado di rivelarsi con tanta inquietante/affascinante/fragile/scapestrata/genuina bellezza. (8.1/10)

Ad appena cinque mesi dall’ottimo Rejoicing In
The Hands, il giovane Devendra non molla la presa e ritorna, in
barba al marketing ed ai tradizionali meccanismi di promozione, con questo
Nino Rojo. Del resto, le canzoni dei due dischi risalgono
alle medesime session (trentadue pezzi in due settimane, niente male!),
quindi potremmo a ben ragione parlare del secondo volume di un doppio
album mancato (in formato cd, a dire il vero: il doppio vinile sarà presto
messo in commercio). E’ d'altronde lo stesso Devendra a suggerirci una
differenza più sostanziale che formale tra le due parti: se Rejoicing era
l’”Imperatrice dorata” - la madre - che si limita ad osservare e commentare, Nino Rojo - il “bimbo rosso” - è la curiosità, la creatività
e l’esuberanza che muovono all’esplorazione delle cose. Quella che potrebbe
apparire come una bizzarra spiegazione in giustificazione di una singolare
strategia commerciale, si rivela, ascoltato il nuovo lavoro, più che
mai fondata.
Un disco più terreno ed intimo, stupito di tanta magia a cui pare essersi
appena approssimato.Non inferiore, ma in un certo senso propedeutico al
precedente, come la rincorsa sta al decollo. Stilisticamente le novità sono
poche, cambiano semmai i colori, la luce che pervade il tutto.
Nient’altro che Devendra, dunque, lo stesso che conoscevamo (o no?), a
mostrarci la propria visione del mondo con l’innocenza sciroccata e sapiente
di un bambino antico. Intonando filastrocche (l’iniziale e programmatica Wake Up, Little Sparrow,
cover dell’idolatrata Ella Jenkins),
affidandosi ad arrangiamenti più variegati (il fingerpicking ossessivo
e il flauto ipnotico nella tesa Horseheadedfleshwizard, oppure
i languori di harmonium su arpeggio solare – con Andy dei Vetiver
- nella dolcissima At The Hop), talora abbandonandosi a veri e
propri divertissement (come in We All Know, o quando sfarfalla
la grazia misteriosa di un homunculus ebbro in Little Yellow Spider).
Qui il folk procede per bozzetti e sussulti (nell’emozionante semplicità di An Island – rintocchi di plettro sulla paletta – e
nello scazzo spampanato pervaso di Giamaica di The good red road, o come in
Noah, dove il piano e un coro madreperlaceo – una Coco Rosie? – si adagiano nel grembo d’un
valzer Will Oldham).
Qui il jazz spira come una brezza trasversale (le vibrazioni Buckley -
padre o figlio, fate voi - di My Ships,
lo swing legnoso e straccione della già citata We all know,
il mood trasognato tra slittamenti di corde, opacità Vincent Gallo
e mestizia Nick Drake di A Ribbon).
Qui il blues aleggia come una memoria insidiosa (nel lamento magnetico
di Ay Mama, tra i chiaroscuri di Sister – fingerpicking
nodoso - e nell’impellente Be Kind – tra i sussulti sixties
di armonica, piano e riccioli di chitarra fino alla conclusiva dissolvenza
in bianco).
Una strategia di piccoli passi, slittamenti minimi, spinte impercettibili
che allargano i confini di genere, aprendoci pian piano le porte di
una dimensione poetica
sempre più profonda e strutturata. Entrare nell’universo
di questo ragazzo è una continua scoperta. Uguale a sé stesso, ma sempre diverso, è come
se egli ci svelasse di volta in volta un lato di quel diamante sfaccettato
che è la sua essenza artistica, che non ha forma, né luogo, né un tempo
preciso. In questo senso il “messaggio” di Devendra sembra essere il suo
stesso esistere in quanto distorsione stilistico/temporale, tenera anomalia
di passaggio sulle cose. In fondo questo stralunato menestrello non è
così enigmatico…è soltanto come sceglie di apparirci, sta a noi cogliere
la sua essenza, carpendola dai suoi suggerimenti. (8,1/10)

Che il buon Devendra fosse irrimediabilmente affetto da “prezzemolite” si era capito già da un po’, così ecco che a ridosso di Cripple Crow (senza considerare il cameo in Noah’s Ark della sua amata Bianca/CocoRosie) la Troubleman Unlimited dà alle stampe questo split in vinile con Jana Hunter, che non è altri che l’ultima delle sue protette. Questa folksinger texana trapiantata a Brooklin, proveniente dagli illustri sconosciuti Matty & Mossy, era già apparsa in The Golden Apples Of The Sun (2004), compilation di folk underground curata dal Nostro; in attesa del debutto vero e proprio, possiamo gustare cinque brevi tracce acustiche in bassa fedeltà, in cui Jana mette in mostra la sua voce aspra e un songwriting forse ancora acerbo, tra fricchettonate à la Tyrannosaurus Rex (Laughing & Crying) e - ma guarda un po’! – il primo Devendra (Black Haven) e ballate (That Dragon is My Husband) che fanno intravedere un certo potenziale.
Chi invece già pensa a un’irrefrenabile logorrea compositiva del folkster più osannato degli ultimi tempi calmi i bollenti spiriti (o tiri un sospiro di sollievo, in alternativa): ad eccezione dell’outtake In Golden Empress Hands si tratta di materiale già edito su Nino Rojo, tra versioni alternative e improvvisazioni in studio. Quindi è ancora una volta pre-war, anche se si tratta – plausibilmente - solo di una parentesi: la conferma è data dalla finale Little Monkey, “vecchia” ballad qui riletta in versione full band e arricchita di deliziose sfumature soul tanto da finire fusa in medley con Step in the name of love di R.Kelly (!); per chi non l’avesse ancora visto dal vivo, un gustoso assaggio dell’eclettismo di cui Devendra è capace sul palco. (6.5/10)

Siamo di quelli che inseguono la meraviglia e l’inciampo. Quanto alle meraviglie, il Devendra ce ne ha già fornite tante. A raffica. Logico quindi – anzi inevitabile – attendersi a questo punto il capitombolo. Sarebbe ben strano il contrario. Sconveniente, diciamo. Ragion per cui stiamo dietro la curva, all’ombra di quel cartello già stantio (lo era anche da nuovo, del resto) che indica la toponomastica del luogo: prewar folk-blues. E aspettiamo. Senza fretta: in fondo, non è passato che qualche mese da Nino Rojo. Invece, proprio mentre scaldiamo il caffé sotto la luna giallo lampione, ecco la brezza portarci cantilene legnose, effluvi di sparso esotismo, incanti sciropposi, bagliori di cascante impudenza trattenuta con stentorea impudenza. Hai capito, il folle, lo sciroccato, il giullare? Ha preso un altro sentiero. Quello che passa più a sud, dove la guerra è anche il brontolio d’un tuono. Dove l’orizzonte riacquista colore, consistenza, prospettiva. Dove in un ronzio di cose il presente si ferma a pensarsi mai passato.
Così, addio prewar folk-blues, e tanti saluti al capitombolo: questo disco mette da parte le precedenti premesse estetiche, parte alla ricerca di un battito – una polpa, un alito – che capita di avvertire nei dischi della riscoperta folk dei sixties, un attimo prima e un attimo dopo il contagio del rock psichedelico. Una mera questione di coordinate temporali, dunque? Non proprio. L’epifania del Devendra – il fellone – è da sempre questione complessa, si manifesta alla stregua di mistero travestito da leggerezza sbarazzina, e viceversa. Oggi, dimostra una robustezza nuova, che prova a bastarsi, a oltrepassarsi. Prendete le movenze traslucide un po’ Lennon un po’ Young di Heard Somebody Say, poi subito dopo l’acidità aromatica di Long Haired Child: scoprirete che quanto prima era espediente stilistico è diventato calligrafia (ad esempio la voce in vibrato), il suono si sviluppa spigliato dove prima (volutamente) inciampava, ciò che spingeva all’indagine pseudocritica oggi - semplicemente - palpeggia il cuore.
Certo, non rinuncia la canaglia al gioco giocato, anzi sbruffoneggia come non mai (l’esercizio ragtime di Some People Ride The Wave, il ruffiano spagnoleggiare tra pensosità e passione di Quedate Luna, il piglio dritto da Lou Reed giovane di I Feel Just Like A Child, la ballata fifties col cuore malato Roy Orbison di Queen Bee), ma questi scherzetti sono il meditato respiro di una scaletta ipertrofica, un modo di tendere e mollare il filo di un cinerama che di schianto ti attanaglia e allibisce. Ad esempio con la ballata ariosa/scivolosa di Korean Dogwood (piano, archi, slide, tra il Grant Lee Phillips più trepido e il John Cale di Fear), o col raga far west di Lazy Butterfly (tabla e sitar, chitarrine acidule), o con l’incedere da epica folk Jefferson Airplane della title track, o col Fred Neil a go-go di How’s About Tellin A Story. E altro ancora. Forse troppo (22 tracce). Forse no.
Ebbene, Devendra Banhart è cresciuto. Si è spostato. Ha portato con sé le sue più tenere, beffarde, vivide allucinazioni. Ha dato loro fuoco. Le ha guardate sfumare, diventare altre forme, altre ancora. Cosa attendersi, d’ora in poi? (7.3/10)

Uno di quei dischi che tenta di raccogliere tutto quel che c'è da raccogliere in un dato tempo in un dato luogo. Pensate a qualche celebre doppio vinile del passato - non fatemi citare titoli - e capirete dove voglio andare a parare. Devendra Banhart consuma una fatidica resa dei conti con se stesso, ordisce un eremitaggio irrequieto assieme alla sua band di musicisti e compari fricchettoni (tra i quali l'attore Gael García Bernal - il Che Guevara de I Diari Della Motocicletta! -, Nick Valensi degli Strokes e Chris Robinson già Black Crowes), srotola il tappeto delle meditazioni e ci lascia cadere qualsiasi demonietto gli passi tra la testa e il cuore: folk, blues, samba, psichedelia, progressive, funk, dub, rumba, caro vecchio rock'n'roll... Un trip folle e scentrato, spiazzante e inafferrabile. Un dare fondo e vita a qualsiasi scintilla valida, ad ogni particella sonora che giustifichi il Devendra Banhart musicista ora e qui, in questo mondo più folle di lui.
Difficile trovare il bandolo del filo che attraversa tutti questi sedici pezzi, a meno che non si decida d'averlo già trovato in questa tensione accumulatrice, rivelatrice e liberatoria, in questo darsi totale, in questo cercarsi visionario nel pelago delle (proprie) visioni. Nell'affermare se stesso - uomo e artista, una cosa sola - attraverso musica che sembra uscire dalle pieghe d'un sogno storto, alambiccato, a tratti febbrile. Pur sempre un sogno gioioso, anche quando le trame s'infittiscono di mistero e umori inesprimibili. Perché Devendra conosce il segreto della leggerezza, un equilibrio ebbro ma saldo tra i flutti che schiaffeggiano con liquida disinvoltura ora la placida e incontenibile inquietudine del Caetano Veloso londinese (Samba Vexillographica, Rosa), ora brume doorsiane spiritati glam (Tonada Yanomaminista), ora funk-glam tipo Bolan & The Family Stone (Lover), ora schivi capricci Grant Lee Buffalo (Bad Girl), ora adorabili e inquietanti chimere fifties (So Long Old Bean, Shabop Shalom).
Un micragnoso sdrucciolare tra suggestioni contigue ma eterogenee che azzeccano talora combinazioni di stordente bellezza - come l'incantevole ninna nanna incantata mexico di Cristobal, i filamenti spersi Tim Buckley a ordire il folk mistico di Seaside o ancora le placide illuminazioni d'archi e slide Mojave 3 sulla spiaggia younghiana di Freely - oppure soltanto divertenti, come la rumba elettrica di Carmencita o il gospel asprigno nel baraccone loureediano/lennoniano di Saved. Nel caso di Seahorse c'è addirittura l'azzardo della suite-manifesto, otto minuti di solenne folk psych morbidamente ammorbato soul, il Van Morrison giovane sbilanciato prog con naturale movimento black, nel gorgo imbastito da piano, organo, flauti, cori (ai quali partecipa l’immancabile Vashti Bunyan), nell'oppiacea tracotanza Traffic frastagliata Jethro Tull, tra elettricità doorsiane dalla ieratica quadratura (assolo acido compreso), galleggiando come un piccolo prodigio di Madre Natura concesso a questi strani giorni rock.
I fantasmi - quei fantasmi prewar che Devendra raccattava da chissà quali cassetti di chissà quali stanze dimenticate - finalmente ha imparato a cavarseli di sana pianta dal cuore. Senza che sembrino per questo meno sconcertanti. (7.4/10)