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The Decemberists

di AA. VV.
Storie minori e improbabili. Suoni folk presi dalle tradizioni più disparate proiettati nell’universo indiepop del nuovo millennio. Dal principio a Picaresque: le mirabolanti e surreali imprese del capitano Colin Meloy e della sua ciurma.
Foto: Decemberists (Colin Meloy al piano)

“Will you love me in December as you do in May?”.
Imprese e fallimenti della legione musicale guidata dal capitano Colin Meloy.

di Matteo Quinzi

Prendendo spunto dal titolo della classic song statunitense di fine 800 scritta da Ernest R. Ball, si potrebbe formulare una fantasiosa, ma assolutamente pertinente domanda circa l’estetica e l’idea che si nasconde dietro le canzoni dei Decemberists. Domanda alla quale il leader e fondatore, nonché autore di tutti i brani in repertorio della band, al secolo Mr. Colin Meloy, risponderebbe senza indugi: ”Amore, non siamo arrivati neanche a Ottobre… Però che estate abbiamo passato…”. Un tipo di risposta che ci si aspetterebbe da una persona che giudica i sentimenti, i rapporti e la vita stessa, dall’intensità con la quale sono stati vissuti e non dalla loro durata.
Un’assoluta enfasi e, allo stesso tempo, grande eleganza e cura nei dettagli; realismo e sobrietà agli ultimi posti, proprio come colui che vive ogni istante di una storia d’amore come se fosse l’ultimo, eccolo Meloy, la sua creatura dicembrina, una one man band che dà grandissima importanza all’impatto musicale, emozionale e stilistico/contenutistico (parlando dei testi) all’interno delle composizioni, piuttosto che porre l’attenzione sull’organicità d’insieme finendo per far risultare i propri lavori (in particolar modo quelli sulla lunga durata) decisamente affascinanti ma non di meno disomogenei e altalenanti. Ma procediamo con ordine.

Colin Meloy, nativo di Missoula, si trasferisce a Portland con la chiara intenzione di arruolare alcuni compagni d’avventura per una campagna sonora fortemente voluta ma dai contorni non ancora delineati. Milita inizialmente in una misconosciuta band di alternative country (la caccia al nome è aperta…) dalla quale si separerà velocemente, nel frattempo frequenta un proficuo corso di laurea in scrittura creativa esercitando un talento innato e approfondendo innumerevoli letture di classici e non.
Una volta convogliata la creatività in una manciata di testi (la cui bontà e unicità rispetto alla media del panorama indie contemporaneo si farà presto notare) e, arruolata la ciurma, composta dagli specialisti Jenny Conlee (Hammond, Rodhes, piano, fisarmonica), Chris Funk (chitarre, theremin), Ezra Holbrook (batteria, voce, percussioni) e Nate Query (contrabbasso), il capitano Meloy (voce, chitarre, percussioni), può far finalmente salpare il suo veliero, The Decemberists, alla conquista dei paradisi più remoti e ricercati dell’oceano Indie.

Il suono proposto affonda le proprie radici tanto nella tradizione folk/country americana quanto in quella mitteleuropea, condita dalla malinconica spensieratezza tipica delle pop band scozzesi (Belle And Sebastian e Delgados su tutti), ma che può trovare delle più forti affinità con i Neutral Milk Hotel e con i canadesi The Arcade Fire (svuotati però della componente new wave). Aspetto assolutamente caratteristico e peculiare è la voce di Meloy, sempre indolente e spesso overtuned, sicuramente molto evocativa, riconoscibile fin dal primo ascolto e perfetta nel supportare e interpretare testi così surreali e letterari (Fondamentale anche l’apporto di Carson Ellis, autrice di tutti i progetti grafici, disegni e copertine delle uscite discografiche nonché del sito internet della band).

I primi approdi sono l’ep autoprodotto 5 Songs del 2001 (ristampato poi nel 2003 dalla Hush Records di Portland) e l’esordio sulla lunga distanza, Castaways And Cutouts, datato 2002, licenziati dalla Hush e ristampati in un secondo momento dalla Kill Rock Stars (Sleater-Kinney, Deerhoof) che darà la giusta visibilità e appoggio mediatico-promozionale alla band.
Ma come tutte le spedizioni a lungo termine, anche se costellate di successi sempre più schiaccianti (specialmente se vissute in gran parte in mare aperto), con il passare delle onde e delle lune si creano i primi attriti all’interno dell’equipaggio. Al posto dei dimissionari Query e Holbrook, entrano i motivatissimi Jesse Emerson (basso elettrico,contrabbasso,percussioni) e Rachel Blumberg (batteria, backing vocals, percussioni, glockenspiel, organo, vibes) con i quali il quintetto di Portland dà alle stampe l’album Her Majesty (2003, Kill Rock Star) e il mini The Tain (inciso nel 2004 per la spagnola Acuarela); due battaglie vinte (perlomeno a detta di gran parte della critica specializzata) grazie alle quali Meloy può finalmente vedere crescere la propria popolarità e credibilità fino a trovare posto nei salotti più altolocati dell’indie-pop d’autore di oggi.

Copertina: 5 songs (autoprodotto, 2001 - Hush, 2003)
  • Oceanside
  • Shiny
  • My Mother Was a Chinese Trapeze Artist
  • Angel, Won't You Call Me?
  • I Don't Mind
  • The Apology Song

5 songs (autoprodotto, 2001 - Hush, 2003)

di Matteo Quinzi

Il primo passo della discografia dei Decemberists è composto da cinque canzoni registrate nell’inverno del 2001 presso gli studi Type Foundry di Portland con l’aiuto di Jason Powers; alle quali è stato aggiunto, in occasione della ristampa del mini nel 2003 per i tipi della Hush, il brano Apology Song, concepito anch’esso nella principale città dell’Oregon, questa volta però negli Are you listening? Studio con la supervisione di Simon Widdowson. Svelato quindi il mistero dell’incongruenza tra la numerologia del titolo e quella dei brani presenti in scaletta; anche se, visto l’istrionismo di Meloy, ci si sarebbe potuto aspettare spiegazioni ben più fantasiose e singolari come le storie che ama raccontare nelle sue canzoni.

Cinque brani più uno, dunque, per poco meno di venticinque minuti di musica, ma che bastano ampiamente per dare un’idea della poetica e dell’estetica musicale del quintetto. Prevalenza di arrangiamenti acustici (dove le chitarre, il piano Rhodes e la fisarmonica giocano un ruolo di primo piano), di una ritmica volutamente cadenzata sul mid-tempo, e di sonorità, geograficamente parlando, di confine; quel confine che divide gli Stati Uniti con il Messico (ed ecco quindi il riferimento ai Calexico e anche all’Howe Gelb solista e al suo discepolo Matt Ward, soprattutto per la batteria spazzolata e per la pedal steel. A tal proposito si ascoltino Shiny e I don’t mind, quest’ultima impreziosita dal flauto di Jen Bernard). Ma non è l’unico confine chiamato in causa dai Decemberists; infatti in My mother was a Chinese trapeze artist (primo titolo di una lunga serie dove inizia a manifestarsi tutta la folle creatività di Meloy) si può sentire una classica chitarra made in Nashville perfettamente integrata in una melodia dal sapore balcanico. Ocean side, Angel, won’t you call me? sono invece due perfette pop songs che richiamano alla memoria tanto i Belle And Sebastian quanto gli australiani Lucksmiths: melodia a presa rapida, grande solarità d’insieme, e dei ritornelli ai quali è impossibile resistere, con tanto di fischiettio incluso da parte dell’ascoltatore di turno. Chiude il lotto la bonus track (se così vogliamo chiamarla) Apology song, voce e batteria in primo piano, hammond e una chitarra elettrica come sfondo, per un pezzo che in realtà rappresenta delle scuse all’ amico Steven per aver smarrito la sua amata bicicletta Madeleine.

Vista l’assoluta bontà del brano siamo convinti che il buon Steven se ne sarà sicuramente fatto una ragione. La stessa ragione che, analizzando nel complesso l’ep, il quale appare spontaneo, diretto ed un po’ ingenuo (come ogni esordio che si rispetti), ma anche meno ambizioso e pretenzioso rispetto ai futuri lavori, ci fa propendere nel promuove in pieno 5 Songs. (7.3/10)

Copertina: Castaways And Cutouts (Hush, 2002 - Kill Rock Star, 2003)
  • Leslie Anne Levine
  • . Here I Dreamt I Was an Architect
  • July, July!
  • A Cautionary Song
  • Odalisque
  • Cocoon
  • Grace Cathedral Hill
  • The Legionnaire's Lament
  • Clementine
  • California One / Youth and Beauty Brigade

Castaways And Cutouts (Hush, 2002 - Kill Rock Stars, 2003)

di Matteo Quinzi

Il dipinto in copertina mostra un veliero che naviga in mare aperto in condizioni di bonaccia, e dal quale sagome umane e di animali (si scorge chiaramente quella di un cane) abbandonano la loro dimensione terrena per elevarsi, spiritualmente e fisicamente, verso il cielo. Sembrerà strano pensarlo, e forse ancora di più dirlo, ma la musica contenuta nel debutto sulla lunga distanza dei Decemberists è perfettamente rappresentata da questa immagine, visto il trasporto emotivo ed il lirismo che riesce a trasmettere in chi l’ascolta.
Registrato negli Are you listening? Studio, sempre con la co-produzione di Simon Widdowson, l’album si apre come meglio non potrebbe. Infatti Leslie Anne Levine, Here I Dreamt I Was An Architect e July, July!, i primi tre brani in scaletta sono senza alcun dubbio i migliori mai usciti dalla penna di Meloy, e da soli basterebbero per giustificare l’acquisto dell’ intero lavoro. I primi due sono delle ballate mid-tempo con arrangiamento acustico, costruite con sapienza e grazia su dei crescendo armonici e vocali tra la strofa ed il ritornello, e con i soliti testi, che ormai definire surreali è perlomeno riduttivo (non è da tutti sognare di essere all’interno dello stessa vicenda un soldato che passeggia per Birkenau durante il carnevale, un architetto preoccupato di costruire un luogo sicuro, ma privo di barriere, in cui vivere ed amare ed infine un burattinaio spagnolo insidiato da contesse e cortigiane…); mentre il terzo è un vero e proprio gioiello di indiepop melodico, un inno alla stagione estiva, con tutta la sua contagiosa positività. Altre perle dell’album sono la ballata a luce di candela Grace Cathedral Hill e l’accoppiata finale California One-Youth And Beauty Brigade, stranamente unite in un’ unica traccia pur essendo due splendide e compiute canzoni a sé stante, la prima con un suono molto west coast (come il titolo suggerisce), la seconda più folkeggiante. Anche Odalisque, con l’hammond di Jenny Conlee e la voce di Meloy in bella evidenza, e Cocoon, più introspettiva e guidata da un romantico fraseggio tra la chitarra e il piano, sono due episodi di assoluto spessore.

Ma è nel suo complesso che Castaways And Cutouts riesce pienamente a convincere, con la sua varietà di umori e, allo stesso tempo, la sua precisa identità stilistica (elemento distintivo di tutti i grandi album), che lo rendono come il disco fondamentale all’interno della discografia dei Decemberists (accompagnato dall’ ep d’esordio), oltre che un acquisto obbligatorio per gli appassionati del pop più ricercato ma comunque dall’alto tasso melodico. Sono veramente pochi i dischi che riescono a farti sognare ed emozionare sia con i testi che con la musica. Da questo punto di vista, Castaways… è un centro pieno, un’avvincente raccolta di racconti musicati, ed un’evocativa collezione di canzoni letterarie. E poi quella copertina… (7.5/10)

  • Shanty for the Arethusa
  • Billy Liar
  • Los Angeles, I'm Yours
  • The Gymnast, High Above the Ground
  • The Bachelor and the Bride
  • Song for Myla Goldberg
  • The Soldiering Life
  • Red Right Ankle
  • The Chimbley Sweep
  • I Was Meant for the Stage
  • As I Rise

Her Majesty (Kill Rock Stars, 2003)

di Stefano Solventi e Edoardo Bridda

Un formato canzone ad ampio spettro e un cantante spesso disattento nella posa vocale fanno dei Decemberist un gruppo spassoso, a volte ispirato, ma mai sopra le righe. Il leader, nonché autore unico Colin Meloy, sembra dibattuto tra melodie ammiccanti (per le quali dimostra una invidiabile propensione, vedi il chorus adesivo di The Gymnast, High Above The Ground) e forme desuete (il gusto retrò à la Tin Pan Alley, l’epica tragicità dei loser evocati nei testi, quel canto monotono e svagato quasi a ridursi al ruolo di cronachista, il ricorso talora capriccioso a strumenti come glockenspiel, vibrafono e fisarmoniche), finendo spesso col rimanere a metà strada in nessun luogo preciso (si veda l’aura mediocritas di I Was Meant For Rhe Stage - colpevole di ricordare un po’ troppo Fields Of Gold di Sting - il cui cacofonico finale sembra applicato col bostik).
In altre parole, vorrebbero essere dei Neutral Milk Hotel più commestibili senza riuscire ad aggirare l’ossimoro annidato nell’intenzione, e comunque del combo di Jeff Mangum non possiedono la fragilità impetuosa, la struggente sguaiatezza, la fisiologica dissociazione. Peccato, ma d’altronde il difetto era già evidente nell’esordio Castaways And Cutouts, mentre il precedente ep 5 Songs si riscattava, se non altro, per levità e brillantezza.
S’apprezza, comunque, la buona varietà delle influenze quali il power folk, il vaudeville psichedelico caro a McCartney (The Soldiering Life e, soprattutto, Billy Liar) e l’alt country (la gramparsoniana As I Rise), nonché i temi che vanno dal desert di Shany For Arethusa e The Chimney Sweep (quasi dei Calexico bucanieri) al pop-folk della già citata The Gymnast e Los Angeles I’m Yours (curiosa l’escursione soul alla Stevie Wonder del middle-eight) fino al country rock intimista di The Bachelor And The Bride e Red Right Ankle.
Le cadute di tono (imputabile soprattutto al cantato: scusate l’insistenza, ma è un dato oggettivo) e il sapor di patetico (The Bachelor And The Bride, anche qui la cattiva intonazione à la Liam Gallagher non paga affatto) contribuiscono ad abbassare il giudizio sull’album, ma non sono la cosa peggiore.

Il vero problema è la sensazione costante di una proposta sonora cui sfugge una motivazione forte per quanto ad essa aspiri, che vorrebbe succhiare dal midollo stesso del Malessere Americano riuscendo vieppiù a sventolare un’amarognola malinconia.
Non mancano alcuni buoni spunti, anzi complessivamente il lavoro si lascia anche ascoltare (gli episodi migliori sono quelli meno gravi, come Song For Myla Goldberg e Red Right Ankle), ma rischia seriamente di scivolare innocuo, portando nel proprio codice genetico l’errore di sequenza che ne provocherà l’amnesia. (6.0/10)

Copertina: The Tain (Acuarela, 2004)
  • The Tain (Parts I-V)

The Tain (Acuarela, 2004)

di Matteo Quinzi

Proseguendo nel suo lungo viaggio, il veliero The Decemberists arriva fino al Vecchio Continente, e più precisamente sbarca in Spagna. L’ep in questione è stato stampato infatti dall’Acuarela di Madrid, etichetta che nel corso degli ultimi due lustri si è guadagnata sul campo il titolo di miglior indie label iberica. Titolo conquistato scoprendo e promuovendo artisti locali come i Migala, Sr. Chinarro, Emak Bakia, Manta Ray, Mus, Refree, Aroah e Viva Las Vegas; ma in particolar modo grazie alla felice intuizione di commissionare degli ep esclusivi ad artisti stranieri appartenenti alle scene musicali più disparate, con l’unico punto in comune di essere apprezzati per sensibilità o originalità dallo staff (ed in primis dal boss Jesus Llorente) dell’etichetta stessa.

E quindi ecco vedere partecipare all’ iniziativa nomi del calibro di Will Oldham, Thalia Zedek, Piano Magic, Spokane, Sodastream, The Album Leaf, Early Day Miners, Tara Jane O’Neil, The Clientele, Zephyrs, Xiu Xiu solo per citarne alcuni, che hanno permesso all’Acuarela di acquistare grande visibilità e credibilità ben al di fuori dei propri confini nazionali. Summa di questa operazione di conquista del mercato estero sono state le Acuarela Songs, compilation arrivate al terzo volume, nelle quali sono incluse canzoni inedite, e scritte appositamente per l’occasione, di artisti, band, entità musicali, che come unico obbligo avevano quello di inserire la parola acquerello (acuarela, appunto in castigliano, o watercolour in inglese) come titolo del brano o all’interno del testo.

Tornando a The Tain, Colin Meloy ha deciso di ispirarsi liberamente all’omonimo poema epico irlandese scritto nell’ ottavo secolo. La sua versione, suddivisa in cinque parti, e composta con l’aiuto di Rachel Blumberg (autrice del quarto capitolo), risulta essere, musicalmente parlando, l’opera più massimalista, enfatica e ridondante mai uscita a nome della band. Un unico brano, come precedentemente detto, diviso, solo a livello narrativo, in cinque sezioni. Venti minuti scarsi di flusso sonoro dove all’interno possiamo trovare di volta in volta l’hard-blues psichedelico dei Coral del debutto, il pop sinfonico dei Polyphonic Spree, mescolati e frullati con le sonorità più canoniche dei dicembrini. Special guest Chris Walla dei Death Cab For Cutie, che dona alla causa la sua voce e la sua abilità di produttore.

Pur apprezzando l’idea e lo spirito dell’operazione non si può fare a meno di notare come The Tain risulti essere il picco più basso della carriera di Meloy e co., in particolar modo a causa della sua estrema e prolissa eterogeneità, nonché della scelta di portare il suono verso territori più elettrici, ma non abbastanza incisivi, causando un totale effetto di pesantezza e spossatezza nell’ascoltatore. D’altronde quando si comincia a combattere su un territorio nuovo, in terra straniera, il classico passo falso è sempre dietro l’angolo. L’importante è ritirarsi velocemente per ridurre al minimo le perdite, e cercare di riorganizzarsi quanto prima. Quello che è certo è che la prossima volta il nemico non avrà pietà. Il capitano Meloy e i Decemberists sono avvertiti. (4.7/10)

Copertina: Picaresque (Kill Rock Stars, 2005)
  • The Infanta
  • We Both Go Down Together
  • Eli, The Barrow Boy
  • The Sporting Life
  • The Bagman’s Gambit
  • (From My Own True Love) Lost at Sea
  • Sixteen Military Wives
  • The Engine Driver
  • On the Bus Mall
  • The Mariner’s Revenge Song
  • Of Angels and Angels

Picaresque (Kill Rock Stars, 2005)

di Valentina Cassano

Picaresque, il titolo che i Decemberists hanno scelto per il loro terzo album, ha tutta l’aria di essere una dichiarazione d’intenti. Infatti richiama alla mente quel genere letterario nato in Spagna nel XVI secolo, che prende il nome dal termine picaro, ovvero vagabondo, e che poi ha dato vita al romanzo propriamente detto. Sono infatti questi racconti a mettere per la prima volta l’accento sulla componente realistica della narrazione, che fino ad allora si era limitata a descrivere scenari sentimentali e pastorali. L’esempio che noi tutti conosciamo è il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, in cui si raccontano le stravaganti imprese avventurose di un nobile decaduto di provincia, imbrigliato tra la realtà circostante e le sue proiezioni fantastiche. In particolare, ciò che rende questo romanzo un capostipite del genere è la rappresentazione completa dell’umanità, tanto nella sua grandezza quanto nelle sue debolezze.

Ed è un po’ quello che la band di Portland ha cercato di fare, a partire dall’esordio Castways And Cutouts, fino a quest’ultimo lavoro. Guidati dalla penna ispirata e dalla voce nasale di Colin Meloy (una laurea in scrittura creativa, e qui si chiude il cerchio), ritroviamo in questo nuovo capitolo personaggi bizzarri e sfortunati, come il protagonista di The Sporting Life, che cade nel bel mezzo di un’importante evento sportivo, sotto gli occhi puntati di suo padre, della sua ragazza e del pubblico intero. Un brano forte di un ritmo accattivante e orecchiabile, che tanto ricorda i Belle And Sebastian di The Boy With The Arab Strap. Queste melodie squisitamente pop sono la colonna portante di altre vicende, nonché le migliori dell’intero album, quali Sixteen Military Wives (la scelta di utilizzare una nutrita sezione di fiati come chorus si rivela efficace), On the Bus Mall e The Engine Driver, in cui spicca la magnifica voce di Petra Haden (si, proprio la figlia del grande contrabbasista Charlie), il nuovo acquisto del quintetto, insieme a John Moen, dopo la defezione di Rachel Blumberg.
Purtroppo le notevoli capacità della Haden con il suo strumento, il violino, vengono nascoste proprio quando in realtà dovrebbero esplodere: in The Mariner’s Revenge Song è la fisarmonica di Jenny Conlee a condurre quella che sembra essere una vera e propria banda di paese, alle prese con una storia di marinai d’altri tempi rinchiusi nella pancia di una balena (la fantasia di Meloy arriva anche a questo). E se da un lato può essere piacevole seguire i risvolti della suddetta favola, come bambini curiosi di scoprirne l’epilogo, dall’altro non giustifica i quasi nove minuti di durata. Eccessivi. Così come risulta eccessiva la seicentesca spagnoleggiante The Infanta, con il suo barbaro incedere da “assalto alle navi”, o la ballata country-folk (From My Own True Life) Lost at Sea, resa poco credibile da un glockenspiel che non ha motivo di essere presente.

Nonostante un songwriting originale e di sapore letterario, nonostante l’apporto in studio di Christopher Walla dei Death Cab For Cutie (una sicurezza in fatto di pop melodico di alto livello e le cui influenze si notano proprio nei brani migliori), Picaresque non riesce a porsi come moderno Don Chisciotte in versione musicale. Almeno non nell’accezione che abbiamo dato al romanzo di Cervantes, ossia ritratto della complessità umana, suscitando più di una volta, se non proprio la noia, il desiderio di sostituirlo con l’ep 5 Songs. (5.5/10)

Copertina: The Crane Wife
  • The Crane Wife 3
  • The Island: Come And See, The Landlord’s Daughter, You’ll Not Feel The Drowning
  • Yankee Bayonet (I Will Be Home Then)
  • O Valencia!
  • The Perfect Crime #2
  • When The War Came
  • Shankill Butchers
  • Summersong
  • The Crane Wife 1 And 2
  • Sons And Daughters

The Crane Wife (Capitol / EMI, 3 ottobre 2006)

di Valentina Cassano

Continua la saga Decemberists e il nuovo capitolo li porta dritti nelle braccia di una - udite, udite! - major, la Capitol.

Una grande conquista per il capitano Meloy, che non perde la sua vena letteraria, ma anzi la rimpolpa con un’antica fiaba giapponese, scoperta per caso in una libreria, da cui prendono vita le storie di The Crane Wife, sempre in bilico tra fervida fantasia (in questo caso di ispirazione nipponica, come nell’iniziale The Crane Wife 3 e nella conclusiva suite The Crane Wife 1 And 2) e rivisitazioni del reale (gli assassini urbani di Shankill Butchers, la morte e la violenza di The Island: Come And See, The Landlord’s Daughter, You’ll Not Feel The Drowning). Il verbo è sempre quello di certo indie pop lussureggiante e teatrale tanto caro a Mr. Meloy, come un Sufjan Stevens alla corte di Luigi XV. Questa volta, però, il piglio è più ruspante, aggressivo, se paragonato ai precedenti lavori (le elettriche quasi metal di When The War Came, i dodici minuti di opera prog The Island: Come And See... non proprio riuscita, il funk Settanta di The Perfect Crime #2), con una produzione - sempre curata dall’ineffabile mano di Chris Walla - più scabra rispetto a Picaresque e decisamente rock oriented. A trarne beneficio la leggiadra Yankee Bayonet (I Will Be Home Then) con Laura Veirs a dividersi il microfono, Summersong in puro stile dicembrino e Sons And Daughters, inno pop corposo e rotondo da far impallidire i Belle And Sebastian.

Tirino pure un sospiro di sollievo i fan del combo, dopo il mezzo passo falso dello scorso anno e con un importante cambio di etichetta sulle spalle, i Decemberists riprendono saldamente in mano la rotta e senza piegarsi ai venti di stagione. (6.5/10)

  • Devil's Elbow
  • We Both Go Down Together
  • "Evoking A Campfire Singalong"
  • The Gymnast, High Above The Ground
  • Here I Dreamt I Was An Architect / Dreams
  • Dracula's Daughter
  • Wonder
  • "A Brief Introduction To Shirley Collins"
  • Barbara Allen
  • The Engine Driver
  • On The Bus Mall
  • "A Skull, A Ship, And A Sheep"
  • California One / Youth And Beauty Brigrade / Ask
  • The Bachelor And The Bride
  • A Cautionary Song
  • Red Right Ankle
  • Bandit Queen

Colin Meloy – Colin Meloy Sings Live! (Rough Trade / Self, 7 aprile 2008)

di Andrea Provinciali

Il cantastorie Colin Meloy canta se stesso. Ovvero i Decemberist, per l’appunto, dei quali ne rappresenta il capitano, il leader indiscusso. Colin Meloy Sings Live! non è altro che il frutto delle registrazioni live della tournée statunitense del 2006 che il Nostro svolse in solitaria, accompagnato soltanto dalla sua fedele chitarra. Diciassette canzoni per un totale di un’ora e quattordici minuti in cui vengono ripercorsi soprattutto i fasti del gruppo madre (prevalentemente da Castaways And Cutouts e da Her Majesty The Decemberist, solo alcuni episodi da Picaresque), due canzoni inedite (l’ironica Dracula’s Daughter e l’interessante Wonder), alcune cover abbozzate (Ask Me degli Smiths e Barbara Allen di Shirley Collins) e molto, molto intrattenimento con un pubblico affezionatogli oltremodo. Dalla quale conversazione ciò che risulta più evidente è la sua naturale predisposizione alla narrazione orale. Così le tanto attese The Gymnast, High Above The Ground (l’episodio più emozionante del live), Here I Dreamt I Was An Architect, A Cautionary Song e We Both Go Down Together vengono accolte calorosamente tra una risata e l’altra, tra una battuta e un racconto picaresco, tanto per rimanere in tema. Da segnalare positivamente quella Devil’s Elbow posta in apertura, scritta dal Meloy addirittura con la sua prima band, i Tarkio. Un album consigliato sia ai fan più incalliti dei Decemberist, ma anche a chi volesse avvicinarsi a loro per la prima volta. È proprio il tono confidenziale della performance a non appesantire l’ascolto del live. (6.4/10)