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Death Cab For Cutie

di Marina Pierri
Melodie pop dal sapore agrodolce, chitarre psichedeliche in crescendo, ma anche pianoforti liquefatti ed una voce, quella di Ben Gibbard, da spezzare il cuore per raccontare in cinque album storie di ordinario romanticismo. I Death Cab For Cutie tornano con Plans, l’astro meno fulgido forse, ma capace di illuminare ancora.
Foto: Ben Gibbard

Di minuscoli vascelli e gigantesche distanze

di Marina Pierri

Ben Gibbard è un autore, nel senso più esauriente del termine. L'ascendente, misteriosa, a tratti scomoda, popolarità che accompagna la sua creatura più prolifica, i Death Cab For Cutie, si giustifica con una carriera legata da sempre al mondo indipendente (almeno fino a Transatlanticism , che solo ora avrà una migliore distribuzione grazie alla Grand Hotel Van Cleefl), con la grande coerenza del suo immaginario lirico, la nitidezza tintinnante della sua voce e, sopratutto, con la spontaneità con cui sembra scrivere copioni da vivere rigorosamente in soggettiva. Canzoni romantiche e dimesse, come vestiti da imbastirsi addosso secondo le proprie misure, da sporcare di lacrime e di vino come i perfetti protagonisti post-adolescenti di un film post-adolescenziale in cui mai niente va come dovrebbe andare. E va bene così, perché quando si parla di Death Cab For Cutire, la fine suona (quasi) sempre indimenticabile.

Copertina: Something About Airplanes (Barsuk / Self, 1998)
  • Bend To Squares
  • President Of What?
  • Champagne From A Paper Cup
  • Your Bruise
  • Pictures In An Exhibition
  • Sleep Spent
  • The Face That Launched 1000 Shits
  • Amputations
  • Fake Frowns
  • Line Of Best Fit

Something About Airplanes (Barsuk / Self, agosto 1998)

di Marina Pierri

È difficile scrivere dell'atto genetico di una grande band. E' ovvio che trattandosi di una nascita le parti del corpo non siano ancora mature e bene sviluppate; è chiaro anche che l'interazione di queste parti tra di loro sia altamente perfettibile. D'altro canto, è anche vero che i Death Cab For Cutie, nati dalla volontà di un Ben Gibbard già impegnato da solista e con gli All-Time Quarterback, nascono già grandi.
Something About Airplanes è un'opera prima ricca di spunti interessanti, che "soffre" (tra virgolette perché non è detto che si tratti di un difetto o di un problema) della somiglianza smaccata con i Built To Spill, ma che riesce pur sempre a ritagliare ad hoc lo spazio in cui crescere idiosincraticamente. La sensibilità lirica di Ben Gibbard, come sempre sarà da questo momento, rende molto più che semplicemente godibili - speciali - una manciata di pezzi che, per arrangiamenti più o meno ordinariamente indiepop, avrebbero potuto agilmente passare del tutto inosservati. Invece le giravolte delle chitarre, distorte e impegnate in continui crescendo quasi psichedelici, caricano i testi della strana atmosfera di impazienza e implosione che permea tutto il disco e lasciano che le parole galleggino in ambienti sonori che, forse, non saranno mai più così "pieni". Certo, si tratta di una "pienezza" che in certa misura passa anche dal disordine, un passaggio dell'ispirazione tra le coordinate caotiche dell'inesperienza, ma proprio la qualità viscerale di canzoni ancora rozze negli equilibri interni, come Fake Frows o la triade iniziale Bend To Squares - President Of What? - Champagne From A Paper Cup, fanno pensare a una storia già scritta che aspetta solo di farsi suono. (6.4/10)

Copertina: We Have The Facts And We Are Voting Yes (Barsuk / Self, 2000)
  • Title Track
  • The Employment Pages
  • Lowell , MA
  • For What Reason
  • 405
  • Little Fury Bugs
  • Company Calls
  • Company Calls Epilogue
  • No Joy In Mudville
  • Scientist Studies

We Have The Facts And We Are Voting Yes (Barsuk / Self, marzo 2000)

di Marina Pierri

I Built To Spill del geniale Doug Mart sch stanno per sparire nelle brume dopo l'intensissimo Keep It Like A Secret, ma hanno marcato la rotta a dovere. Così quando i Death Cab For Cutie, a pochi anni dalla formazione della band nel cuore di quella Washington DC così differente da quella nel cui seno si era annidata la Dischord, escono con We Have The Facts And We Are Voting Yes, hanno il campo libero: si preparano a diventare i migliori dei loro anni, nel loro genere.

Il nuovo lavoro della band prova che il grande potenziale ancora tutto in nuce dell'esordio è pronto a concretizzarsi: la scrittura di Ben Gibbard è talmente soda e immaginifica da fare pensare sempre più chiaramente al perfetto erede di Lou Barlow. La produzione è molto lontana dall'ottimo, ma già i testi si vedono: prendono corpo tra le chitarre che ne arpeggiano i luoghi e la batteria che, con precisione da metronomo ma perennemente in punta di piedi, ne scandisce i tempi. Sufficiente citare l' (absence follows) di For What Reason che tra parentesi racconta, senza raccontarlo, il secondo tempo di una prima parte che non c'è, oppure il dittico Company Calls / Company Calls Epilogue che, prendendo ancora a prestito la bipartizione temporale come dispositivo narrativo ad hoc (meccanismo che Gibbard perfezionerà negli anni), racconta di una festa d'addio, di un matrimonio e di una dichiarazione d'amore fuori tempo massimo. Quindi di un fallimento. Uno dei tanti. Che segue uno dei tanti amori cui i Death Cab nei dischi successivi daranno voce con intensità rara. (7,5/10)

Copertina: The Photo Album (Barsuk / Self, 2001)
  • Steadier Footing
  • A Movie Script Ending
  • We Laugh Indoors
  • Information Travels Faster
  • Why You’d Want To Live Here
  • Backing Out The Friction
  • I Was A Kaleidoscope
  • Styrofoam Plates
  • Coney Island
  • Debate Exposes Doubt

The Photo Album (Barsuk / Self, ottobre 2001 )

di Marina Pierri

Che i Death Cab For Cutie siano dei fuoriclasse in ascesa netta diviene ancora più chiaro nel 2001, anno in cui la penna vibrante di Ben Gibbard scrive The Photo Album. Le storie sono tante: dei pezzi di puzzle sparsi sul pavimento ideale della memoria o dell'ispirazione, fotogrammi in technicolor da fermare assolutamente perché non sbiadiscano. Il risultato è un libro sonoro da sfogliare con attenzione ed empatia, un disco che si impone all'attenzione americana prima, ed europea poi, e che - ragion d'essere della fotografie che gli danno il titolo - non si fa(rà) dimenticare tanto facilmente.
Per il quartetto è la stagione del indiepop più rotondo e completo. L'unità e l'uniformità del disco passa per dieci canzoni praticamente perfette, dieci frammenti finiti e compiuti: sentimenti e momenti sono ora cesellati minuziosamente nell'aria, ora gravati impietosamente nella pelle. Senza esagerare, in questo disco figurano forse alcuni degli episodi migliori usciti dalla fucina della musica indipendente del nuovo millennio: la struggente Information Travels Faster (con la voce che segue pedissequamente i movimenti di pianoforte sulle note di una storia d'amore catturata nel "medias res" della fine), la stupenda A Movie Script Ending che tacitamente dichiara la dimensione filmica così cara ai Death Cab, l'incontro per una sigaretta sul patio di Steadier Footing, il requiem paterno, freddo e dolente, di Styrofoam Plates, lo schizzo di pop colorato I Was A Kaleidoscope e l'uptempo incerto di Debate Exposes Doubt. Un album per tanti versi insuperato, né dagli stessi Death Cab for Cutie né, probabilmente, da altri. (8,0/10)

Copertina: Transatlanticism (Munich Records / Barsuk, 2003)
  • The New Year
  • Lightness
  • Title And Registration
  • Expo '86
  • The Sound Of Settling
  • Tiny Vessels
  • Transatlanticism
  • Passenger Seat
  • Death Of An Interior Decorator
  • We Looked Like Giants
  • A Lack Of Color

Transatlanticism (Munich Records / Barsuk, ottobre 2003)

di Marina Pierri

Due anni dopo lo segue Transatlanticism. L’ultimo album per l’etichetta indipendente Barsuk (prima di accasarsi presso l’Atlantic) e il più difficile da reperire in Italia - ma non solo -, se non attraverso l’importazione (una distribuzione carente migliorata recentemente dalla tedesca Grand Hotel Van Cleef). Le nenie logoranti, forma e sostanza ultima del lavoro, portano dentro un immaginario - quello gibbardiano, ovviamente - che si fa sempre più pesante sotto le ossessioni personali di distacco, precarietà e (di frequente) fine.

Le melodie (rispetto al sound compatto e pure raffinatissimo per produzione e composizione del lavoro precedente) si fanno più irregolari e disuguali, non di rado rarefatte nella misura in cui si fanno racchiudere da un disco complessivamente avvitato sulla meccanica estenuante della distanza. Le canzoni, unità olistiche che oramai fanno chiaramente da cuore pulsante di tutta la produzione della band, sono suites a volte sfilacciate per vocazione, plasmate affinché facciano da tramite empatico tra oceani; ponti che si allungano a perdita d'occhio. Quello che comincia a farsi "classico" sound Death Cab For Cutie emerge con prepotenza dalla brume transatlantiche e si concretizza in pezzi, ancora una volta, praticamente perfetti: Title And Registration, We Looked Like Giants, Expo 86 e Passenger Seat avrebbero potuto agilmente fare parte della raccolta - sin troppo compiuta - di scatti di The Photo Album. Altrove, nella scaletta si raggomitolano episodi più innovativi, come la doppietta Tiny Vessels / Transatlanticism, cavalcata dilatata - sull'abdicazione di un amore presente, facile ma insignificante, per uno reso tortuoso dalle miglia interposte - che nei suoi dolcissimi dodici minuti configura il refrain "I need you so much closer" come autetico nucleo tematico dell'intero album. Ci sono anche The New Year (appena più irruente del solito) ed il trionfo dell'estetica onomatopeica del pop The Sound Of Settling a testimoniare di una verve compositiva che, ben lungi dallo scemare, si evolve, cresce, matura e regge le altissime aspettative. (7,9/10)

Copertina: Plans (Atlantic / Warner, 30 agosto 2005)
  • Marching Bands Of Manhattan
  • Soul Meets Body
  • Summer Skin
  • Different Names For The Same Thing
  • I Will Follow You Into The Dar
  • Your Heart Is An Empty Room
  • Someday You Will Be Loved
  • Crooked Teeth
  • What Sarah Said
  • Brothers On A Hotel Bed

Plans (Atlantic / Warner, 30 agosto 2005)

di Marina Pierri

Passati due anni da Transatlanticism - tempo che si configura come intervallo creativo canonico, per quanto questa volta sia spezzato dall’ultrafortunato progetto parallelo di Ben Gibbard e Jimmy Tamborello, The Postal Service - i lunghi vagabondaggi (trans)acquatici del quartettiper ora finiscono qui, nel cespuglio sottomarino di coralli della copertina di Plans.
Le coordinate stilistiche e liriche della band non sembrano essere particolarmente cambiate, eccezion fatta per i pianoforti più liquidi e ingombranti, messi in primo piano dalla produzione di un Christopher Walla che li privilegia spesso alle scansioni melodiche della chitarra ed a quelle ben carate della sezione ritmica. Anche il viaggio c'è ancora, solo, è un viaggio diverso, che viene a chiudere la sequenza degli altri viaggi. La bellissima I Will Follow You Into The Dark (una delle canzoni più belle che i Death Cab abbiano mai scritto, probabilmente) appare come una sorta di continuazione od opposto speculare della A Lack Of Color che concludeva il disco precedente: allo strappo Plans sostuituisce la promessa di continuità anche nella "blackest of rooms" della morte, nella stanza d'ospedale di What Sarah Said, nel letto d'albergo di Brothers On A Hotel Bed, nel luogo altro e indefinito del primo singolo del disco, Soul Meets Body.

Ancora una volta - almeno, per chi a sette anni dalla formazione della band ne padroneggia il "vocabolario" - ci si trova davanti ai quadri di molti luoghi con nomi molto diversi, ma dotati della medesima valenza lirica e dicotomica di unione/separazione così cara all' autore, che viene racchiusa una volta per tutte in Different Names For The Same Thing. E ancora una volta, a ricordare di cosa i Death Cab For Cutie sono fatti, Summer Skin e The Marching Bands Of Manhattan riportano senza scarti allo splendore malinconico e terminale di una carriera dignitosamente lunga e costellata di frammenti sonori indimenticabili.
Eppure pare che qualcosa, dai tempi di We Have The Facts… ad oggi, si sia perduto. E forse più che mai prima d'ora, le deviazioni e i passi falsi rispetto al percorso della tracklist (narrativamente quasi ineccepibile, come sempre) non mancano: la sciapa Your Heart Is An Empty Room, la banalotta (pure un pochino ruffiana, visto il grande successo di pubblico che l'adozione come colonna sonora del telefilm The OC gli ha procurato) Someday You Will Be Loved e la francamente neutrale Stable Song inficiano l'intensità di un disco che per creatori, esecutori e protagonisti avrebbe potuto meritare qualcosa di meglio di un (7.0/10). Il capitolo meno fortunato di una storia, quella di Ben Gibbard e dei suoi Death Cab For Cutie, che è valsa e vale ancora la pena di raccontare.

Copertina: Plans (Atlantic / Warner, 30 agosto 2005)
  • Bixby Canyon Bridge
  • I Will Possess Your Heart
  • No Sunlight
  • Cath…
  • Talking Bird
  • You Can Do Better Than Me
  • Grapevine Fires
  • Your New Twin Sized Bed
  • Long Division
  • Pity And Fear
  • The Ice Is Getting Thinner

Death Cab For Cutie – Narrow Stairs ( Atlantic, 13 maggio 2008)

di Andrea Provinciali

A cinque anni dall’album che ha reso possibile uno degli ossimori più inquietanti e pericolosi dal punto di vista musicale, ovvero etichettare i Death Cab For Cutie come band regina dell’indierock nonostante la vistosissima targa major impressa nel booklet, Ben Gibbard e soci con Narrow Stairs hanno il gravoso onere di non deludere né i vecchi né i nuovi fans, entrambi con atteggiamenti opposti ma concordanti sulla riuscita di Plans. E affermiamo subito che i Nostri non prendono posizione: si muovono a proprio agio sul confine tra indie e mainstream distribuendo come loro solito ottime e immediate melodie, ora più inclini a quel loro passato autenticamente indipendente (Bixby Canyon Bridge e Long Division) ora più accessibilmente pop (non dispiacciono Cath... e Your New Twin Sized Bed). Ciò non costituirebbe uno scontato demerito, anzi. La voglia di accontentare tutti non è da disprezzare, ma qui c’è da aggiungere, purtroppo, che non viene registrato alcun passo in avanti. Le potenzialità stilistico-melodiche dei DCFC sono più che note, e vederle sottostare alla mercè di una formula oramai più che rodata dispiace, facendo pensare a derive manieristiche che non avremmo creduto. L’unico episodio in grado di rischiare in una direzione inedita è I Will Possess Your Heart: introdotta da una lunghissima e ripetitiva session strumentale si schiude in aperture armoniche molto più mature rispetto a quell’urgenza adolescenziale fino ad oggi egregiamente espressa. Sia ben chiaro: Narrow Stairs è un perfetto condensato di pop rock. Niente da eccepire. Ma gradiremmo che fossero prese responsabilità maggiori, per il bene della musica, in primis. Almeno non etichettiamoli più sotto la voce “indie”. (5.5/10)