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Dead Meadow

di AA.VV.
Sono i “fatti fantastici“ che catturano l'immaginazione di Jason Simon, una sorta di primitivo anelito alla “vita agreste” con ciò che di misterioso quell'apparente quiete cela. L'hard rock variegato del terzetto finisce per immergersi in una dimensione trascinante ed onirica. Quello che si suole chiamare psichedelia, o heavy psichedelia .

Ululati dalle colline

di Massimo Padalino

Band escapista per eccellenza, quella di Jason Simon. Niente riferimenti al mondo reale. Né men che mai a quello “politico”. Sono i “fatti fantastici“ che catturano l'immaginazione di Jason. Qualcosa che unisca una sorta di primitivo anelito alla “vita agreste“ con ciò che di misterioso quell'apparente quiete cela. L'unione, forse, di Walden ed E.A. Poe, di Henry D. Thoreau e Gordon Pym: lasciare l'uomo ospite nella sua natura mentre la fantasia si nutre degli echi, degli ululati, dei mille richiami misteriosi che da colline e boschi esalano quali spettri e voci di spettri.... Per poi sondarli quale “navigatore dell'ignoto“. Devoto a H.P. Lovecraft e Tolkien, Jason sembra incarnare perfettamente il connubio di tali due voci. Quella della Natura e quella dell'Interiorità. Come se l'una si riflettesse nell'altra in cerca di stimoli e conferme al “fantastico“ delle liriche di Simon, sempre attente alla “risonanza poetica“ suscitata, piuttosto che a narrare storie di senso compiuto. A proposito di Poe, Jason rivela:

“Provengo dalla tradizione di Poe, in cui le parole nascondono interi mondi da scoprire, anche attraverso l’immaginazione”.

I Dead Meadow nascono a Washington, nel 1998, dalle ceneri di due band locali (The Impossible Five e Colour). I componenti originari della band sono tre: Jason Simon (chitarra e voce), Steve Kille (basso e sitar), Mark Laughlin (batteria e congas). La formula del power-trio, visti i lidi stilistici rocciosi e hard frequentati quasi da subito dal combo, rimanderebbe ai Cream e a certi 60’s (anche se i nostri si son fatti le ossa suonando del punk amatoriale!). Vero è che i Dead Meadow, sin dall'esordio breve nell'anno 2000, per la Tolotta Records di Joe Lally (il vinile era già uscito su Planaria Records), hanno un range stilistico molto meno limitato di tante coeve band cosiddette “stoner”. Si va dai Pink Floyd ai Led Zeppelin, dai Black Sabbath ai Blue Oyster Cult.

In realtà, sovente, le liriche del terzetto, già nell'omonimo mini-lp d'esordio, parlano di foreste, d'una natura evocativa e spettrale. Il terzetto lo registra fra le colline appena fuori Washington, non a caso. Esemplare e paradigmatica, in tal verso, è la canzone The Breeze Always Blows. Contenuta nell'esordio lungo dei Nostri ( Howls From The Hill , 2001), che rinnovato il contratto con Lally escono ancora una volta su Tolotta Records, la canzone recita: “I've ben long in warm places, while the winter winds, they howl and moan, beneath the door creeps cold traces, of season i've not known”. Le musica è un bluesaccio sudista, suonato come dai Blue Oyster Cult, con vaghi accenni glammy. Meglio ancora, in quel disco, fanno la lunga (9 minuti) One And Old, con i suoi riff sabbathiani e la psichedelica, con tanto di sitar, Drifting Down Streams. Già da allora, fra mari di fuzz e distorsioni impenitenti, il sound d'assieme del gruppo è stemperato dal percussivismo (spesso) spatolato di Laughlin. Vissuto anche il “rito di passaggio” del live album ( Got Live if You Want It , Committee To Keep Music Evil, 2002), dove a percuotere le pelli subentra Stephen McCarty, i Dead Meadow ritornano in studio per Shivering King And Others ( Ba Da Ding, 2003). Il lavoro è un’ orgia di revisionismo creativo della hard psichedelia 60’s/70’s.

Ci sono le solite devozioni e abluzioni nel viscoso rifferama sabbathiano (I Love You Too) e numeri hard cosmici drogati (Raise The Sails), e c'è sempre la flebile voce di Jason quasi sommersa dalla strumentazione e persa nelle fantasticherie narrate, ma il succo vero del disco, persa quella vena southern del precedente, è nelle melodica bozza di Good Morning, nella circolare Everything's Going On e nell'anima bluesy d'una The Golden Cloud. The Shivering King, eccentrica rispetto al resto, mastica invece un idioma folk. Precedentemente, prima che John Peel morisse (25 ottobre 2004), i Dead Meadow riuscirono anche ad incidere una session per l'importante dj britannico. Peculiarità della quale, oltre alla resa “live in studio” dei Nostri, rimane il fatto che sia la prima ed unica John Peel Session registrata al di fuori degli studi BBC. E, più precisamente, fu catturata nella sala prove (nientemeno!) dei Fugazi nel 2002:

“È divertente per quanto se n’è parlato; mi sono piaciute le session, e il fatto che abbiamo potuto farle in un periodo in cui eravamo senza soldi a girare in UK, cosicché l’interesse di John Peel nei nostri confronti ci permise di fare uscire lo show anche in America. Naturalmente oggi rimpiango il fatto di non averlo incontrato e parlato con lui, l’ultimo vero DJ”. (Jason Simon)

Trasformatisi in quartetto, con l'aggiunta di un secondo chitarrista nei ranghi (Cory Shane), i Meadow mettono a segno un ulteriore colpo con Feathers (Matador, 2004). La forma della litania, strascicata su tappeti heavy psych, si impossessa delle trame strumentali del gruppo (Get Up On Down e At Her Open Door), sino ad incorporare massicce dosi di rumore, magari filtrate da un anima blues, nel disco (Let's Jump In e Let It All Pass, figlie della Jusiamere Farm del debutto lungo). Eyeless Gaze All Eye e Such Hawks Such Hounds sofisticano persino l'interpretazione delle liriche, rendendo un po' fataliste ed esistenzialiste le visioni di Jason, richiamando forse alla mente anche i Doors degli esordi. Cory Shane, seconda chitarra aggiunta, rende il sound della band nel complesso maggiormente denso e ricco di sfumature in trasparenza. Ad inizio 2007, la band ridotta nuovamente a terzetto (Simon, Kille, McCarty) si rinchiude in uno studio del Sunset Strip losangelino, il Sunset Sound, e comincia a registrare Old Growth (Matador, 2008), dopo averlo composto (e in parte registrato), ancora una volta, nell'abbandono rurale che meglio alla band sembra si confaccia:

“Più che le vibrazioni che abbiamo ricevuto dallo studio – il Sunset Sound – c’è stata l’energia catturata tempo prima nella rurale Indiana”. (Jason Simon)

L'atmosfera è assolutamente irreale e trasognata:

“Il fantasma di Jim Morrison attraversava le stanze nel vecchio studio sul Sunset Strep”. (Jason Simon)

Il passaggio è concettualmente evidente: non solo la Natura come fonte primaria di ispirazione, bensì una location metropolitana. Il meglio dei due mondi, tenuti fino ad allora separati da Jason, in definitiva. E molti di quei rumori della vita d'ogni giorno della fattoria sono finiti nelle registrazioni dei pezzi stessi. Spettrali, o così sembrerebbe.... un violino strimpellante da lontananze ignote, dei passi al piano di sopra catturati quando la band era sola in casa... Un mondo fantastico, immaginato e immaginario sebbene spacciato dai racconti di Jason a riguardo per reale, che ancora una volta specchia a pieno la sua vena lirica, favolosa, popolata di forze misteriose e non che agitano la Natura e, di riflesso, l'Uomo:

Il nuovo disco esce in gennaio ma persino con un budget, abbiamo usato il nostro materiale, che abbiamo portato in questa vecchia casa dell’Ottocento. Abbiamo passato una settimana, solo noi tre, a preparare la musica qui, poi l’abbiamo trasferita in un piccolo studio di Los Angeles. È il meglio di entrambi i mondi. Prendere gli elementi grezzi ma volevamo anche qualcosa di vivo sonicamente, con la band viva, e questo non poteva essere realizzato in modo lo-fi”. (Jason Simon)

Mai così compatti, infatti, e guidati dalla batteria jazzy di Stephen McCarty, i Meadow registrano quello che è a oggi il loro capolavoro. Non indulge mai in un assolo chitarristico vano, eppure il disco avvince. Circolare, psicotropo, massimalista nei suoi percorsi armonici a suo modo “minimali”. Una melodia tracciata, seguita dalla chitarra ritmica a doppiarla, e la voce sognante di Jason a far da “centro di gravità permanente” all'intera impalcatura strumentale messa su. La band ha celebrato l'uscita di Old Growth con un concerto presso il Bowery Ballroom, a New York, il 16 gennaio scorso. Beati quelli che hanno potuto assistervi. Sembra che dal vivo l'hard rock variegato del terzetto losangelino d'adozione trovi una sua dimensione trascinante ed onirica. L'essenza, probabilmente, di quanto si suole definire psichedelia, o heavy psichedelia, dacché il genere esiste.

  • Let's jump in
  • Such Hawks Such Hounds
  • Get up on down
  • Heaven
  • At her open door
  • Eyeless gaze all eye/Don't tell the riverman
  • Stacy's song
  • Let it all pass
  • Through the gates of the sleepy silver door

Feathers (Matador, marzo 2005)

di Fabrizio Zampighi

I Dead Meadow sono tornati carichi delle loro fascinazioni hard-blues, torturati come non mai da quell’incubo sonico che nei Settanta si faceva chiamare Sabba Nero, protési senza alcun timore verso una musica che innalza il latrato espansivo delle chitarre a unica legge possibile. Lo fanno con stile e cognizione di causa, memori dei buoni risultati ottenuti con il precedente Shivering king and others e certi d'avere ancora qualche cartuccia da sparare.

Nello specifico si tratta di riprendere gli stimoli emersi nell’episodio precedente spogliandoli dei riffoni a effetto tanto cari ai nostalgici di Ozzy e compagni e indirizzando il suono verso lande boscose dove il sole è un puntino arancione all'orizzonte e le ombre incombenti nascondono strane creature e riti ancestrali. Fuor di metafora, un'impennata radicale sull’asse delle fascinazioni lisergiche quella del quartetto americano che si concretizza in suoni lenti e ragionati di basso, chitarra elettrica e batteria, vaghezze eteree e nebbiosi scenari crepuscolari. Tra i numi tutelari di questo Feathers ci pare di poter identificare (oltre a Black Sabbath), il Twink di Think pink, i Pink Floyd di Dark side of the moon – almeno per alcune chitarre di contorno – e i compagni di merenda Warlocks. Il tutto per una musica che alterna momenti di stasi a climax eretici, copiose lead guitars a fangose sinfonie in riverbero, contrappunti urlanti di wah wah a grancasse poco inclini al compromesso.

Il nuovo episodio conferma una formula ormai consolidata (Eyless Gaze All Eye / Don’t Tell The Riverman) tuttavia abbraccia insolite aperture melodiche (che ci crediate o no At Her Open Door ricorda vagamente certi Oasis), suona liquido ed onirico (Let’s Jump In) e si srotola in folk quasi medievaleggianti (Such Hawks Such Hounds) che non sarebbero dispiaciuti alla spettabile ditta Page & Plant. L'opera di una band impastata fino al midollo di feedback e lamentose distorsioni, vociare ossessivo e reiterazioni psichedeliche, alfiere di un hard dilatato sorto dal blues e tramutatosi in una twilight zone dalle tinte davvero inquietanti. (7.0/10)

  • Driving Down Streams
  • Dusty Nothing
  • Jusiamere Farm
  • The White Worm
  • The One I Don't Know
  • Everything's Goin' On
  • One And Old
  • The Breeze Always Blows

Howls From The Hills (Toletta Records, 2001 - Xemu / Goodfellas, 17 aprile 2007)

di Gaspare Caliri

I Dead Meadow sono ormai abbastanza stagionati, e non solo per la musica che fanno - sta per uscire il loro sesto album; ma per rivangare il concetto stanno ripubblicando sull’etichetta Xemu le loro prime uscite. Dopo la ristampa dell’esordio Self Titled, ci ripropongono ora anche il loro secondo lavoro, del 2001, originariamente uscito per la Toletta Records, dal titolo Howls From The Hills.

Come il disco precedente (del 2000), anche questo album è semplicemente riassumibile ricordando le origini dell’hard-rock. Le canzoni sono passi di pachiderma metallico, acido e lento (splendida la ballata con sitar The One I Don't Know), sudista e sudato, assolutamente tradizionali nella loro oscurità – e assimilabili al primo disco dei Black Sabbath (Dusty Nothing), più che alle evoluzioni involute e primitiviste del secondo. Ma non tutto il vecchio è da buttare, come ci hanno spiegato, tra gli altri, i Brian Jonestown Massacre. Certo, questi ultimi puntavano sulla combinazione, non proprio sul mimetismo. E bisogna sapersi destreggiare, con la tradizione (ci sanno fare benissimo con il nervosismo del guitar-solo di The White Worm), sennò si diventa ridicoli. Proprio la chitarra – elemento ovviamente centrale in un disco come questo – riesce a non essere servile al genere per cui è predisposta (One And Old), in un modo similmente convincente ai revivalismi di Acid Mother Temple.

Se volete farvi tre quarti d’ora da diabolici fine Sessanta, quindi, con questi ragazzi l’esperimento riuscirà. Se poi amate i cortocircuiti tecnologici, infilando il cd in un pc, vi potrete vedere il video di una loro performance piuttosto grezza (e per questo spesso interessante) nel 2000. Non vedrete sporchi capelloni dark-freak, ma ragazzi giovanissimi. (6.5/10)

  • Aint Got Nothing To Go Wrong
  • Between Me And The Ground
  • What Needs Must Be
  • Down Here
  • ’Till Kingdom Come
  • I’m Gone
  • Seven Seers
  • The Great Deceiver
  • The Queen Of All Returns
  • Keep On Walking
  • Hard People/Hard Times
  • Either Way

Old Growth (Matador, 8 febbraio 2008)

di Massimo Padalino

E' il disco della quadratura del cerchio. Quello in cui tutti i nodi, hard and heavy, vengono al pettine della peculiare visione psichedelica dei washingtoniani. Registrato a Los Angeles, Old Growth affina ancor di più le visioni d'antagonismo fantastico narrate da Simon, agganciandole a sofisticazioni jazzy e ad un sound duro e “massimalista” al contempo (Between Me And The Ground). Obiettivo non dichiarato: precedere l'emozione poetica suscitata dalle visioni delle liriche di ciascun pezzo imbrigliandola in una rete fitta di riff duri, semplici, ipnotici e massimamente comunicativi (seppur parchi nella loro linearità). La melodia spesso la fa da padrona, e sembra davvero che Jason sia un cantautore moderno accompagnato da una band heavy (What Needs Must Be). Si ritorna anche ai vecchi vizi southern (l'opener Ain't Got Nothing To Go Wrong) ma cantati come in trance sonnambula, come da degli Allman Brothers in jam session nottambula coi Pink Floyd di Jugband Blues. Il che è tutto dire! Eccentrici al resto del CD, ci sono episodi come Seven Seers (raga-rock da incubo) o The Queen Of All Returns, omaggio ai Mountain maggiormente monolitici. Il disco è un capolavoro di inflessioni hard'n'heavy, come si diceva, e migliora spessissimo anche i modelli originali cui sembra rifarsi. Amanti dell'hard rock seventies purista, astenersi tutti. Tutti gli altri, si facciano pure avanti baldanzosi e speranzosi. (7.5/10)

 

Live: Dead Meadow + Moha! + Ovo - Bronson, Ravenna (18 marzo 2008)

di Fabrizio Zampighi

Serata all'insegna dei decibel al Bronson di Ravenna, se è vero che nel giro di tre ore si alternano sul palco Moha!, Ovo e Dead Meadow. Un cartellone interessante, capace di accomunare tre realtà musicali dall'estetica profondamente diversa ma simili per attitudine e voglia di trascendere i limiti formali del rock tradizionale.

A inaugurare questo sabba in onore degli spigoli pensa il duo norvegese, rapito dal rullare selvaggio della batteria – notevole, in questo senso, la grancassa metallica (crediamo) artigianale, completa di doppio pedale e collegata al laptop di Morten J. Olsen -, dai riverberi accecanti della chitarra elettrica, dai fraseggi schizoidi della tastiera che si succedono veloci nei quaranta minuti di esibizione. Logaritmi in note sparati dal muro di amplificatori alle spalle dei musicisti che sono il risultato di una simbiosi tra chi suona e, nei momenti meno didascalici, diventano inquietante caos cosmico. Quando non rumorismo gratuito.

Discorso diverso per gli Ovo. Al solito ipnotica e intransigente con il suo tribalismo post-industriale ai confini con l'hardcore, la formazione milanese si è presentata sul palco col viso coperto da maschere, per dare il via a un concerto che si è trasformato ben presto in una sorta di rito sciamanico. Con Stefania Pedretti a sintonizzare i presenti sui bassi fangosi dei suoi mantra, a violentare la chitarra, a farsi guida spirituale in un viaggio senza tempo verso un pimitivismo musicale sui generis. Con Bruno Dorella in mezzo al pubblico a picchiare duro su sedie di plastica e bidoni rovesciati, a sguinzagliare il feedback del basso, a miscelare, come sua abitudine, teatralità ed eccessi. Il risultato è pathos e intensità emotiva allo stato puro, necessari a rendere incisiva una musica, per sua natura, poco incline ai compromessi.

Salire sul palco dopo due set tanto avvincenti non era impresa facile. E infatti gli headliner della serata, pur garantendo una prestazione dignitosa – valore aggiunto, la batteria alla Ian Paice di Stephen McCarty -, hanno pagato pegno sul piano dell'impatto visivo e dell'interesse suscitato. Colpa, forse, anche di un set iniziato verso la mezzanotte di un martedì sera – non moltissime le presenze, drasticamente ridottesi verso fine concerto, quando all'interno del locale si contavano meno di un centinaio di persone -, di una band abituata a ben altri scenari e forse non troppo motivata in una sede tanto edulcorata, di una formula derivativa che dal vivo poco aggiunge a quanto già ascoltato su disco. Né la voce strascicata di Jason Simon – spesso e volentieri soffocata dagli strumenti -, ne i riff acidi della sua Telecaster, né il basso onnipresente di Steve Kille hanno potuto trasformare un esercizio di stile, per quanto gradevole, in un concerto memorabile, con buona pace degli ottimi riscontri di critica – assolutamente giustificati, almeno su disco – raccolti dall'ultimo Old Growth.