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David Sylvian / Nine Horses

di AA.VV.
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Foto: David Sylvian

 

 

 

 






  • Pulling Punches
  • The Ink in the Well
  • Nostalgia
  • Red Guitar
  • Weathered Wall
  • Backwaters
  • Brilliant Trees

Brillant Trees (Virgin, 1984)

di Gianni Avella

Nel 1984 le charts di tutto il mondo erano popolate dal synth pop, un delirante scenario di look glamour e note zuccherose che vedeva nei Duran Duran la sintesi perfetta di quel mondo nato anche grazie ai Japan di David Sylvian. E proprio mentre il seme Japan mieteva vittime tra i vari Simon Lebon e Tony Hadley, Sylvian confezionava tra Londra e Berlino il primo capitolo di una lunga carriera solista.

La lista dei crediti merita un tappeto rosso: Ryuichi Sakamoto (lume tutelare sin dai tempi dei Japan, che battezzò il Sylvian solista registrando con il Nostro il singolo Bamboo Houses/Bamboo Music due anni prima ), l’ex mentore dei Can Holger Czukay (titolare in seguito, con lo stesso Sylvian, di tre album dalle sonorità ambient alla Eno) e la tromba quartomondista di Joh Hassell, oltre ai fidati Richard Barbieri e Steve Jansen. Le atmosfere del nuovo Sylvian ammorbidiscono le nervose linee funk dei Japan, dai quali prende però l’elegante spocchia snob futuristica per trasformarla in una raffinata miscela art-cantautorale, un po’ Brian Eno (periodo Before After And Science), un po’ jazz.

Il cordone ombelicale dell’iniziale Pulling Punches mostra ancora evidenti debiti dell’esperienza Japan (quel basso slappato, quella voglia di pop…), ma la successiva The Ink In The Well mette subito l’accento su una levigatissima melodia da mille-e-una-not(t)e, la prima di una serie di ballate dove il nostro assume toni da crooner androgino. Nostalgia (eloquente già dal nome) è terreno fertile per l’ugola ovattata di Sylvian, che si ripete, in duetto con Hassell, nell’espressiva Wheatherer Wall. Red Guitar è ancora un funky da night club, mentre il basso distorto di Backwaters è il lato più tenebroso di un’opera che raggiunge il culmine nella conclusiva title track, uno di quei pezzi che rendono immortali: è un mantra di oltre otto minuti, in cui la voce di Sylvian domina la prima parte, per poi lasciare il testimone ai soffi world di un Hassel (coautore del brano) in stato di grazia, che dipinge un finale visionario come pochi. Brillant Trees è sì la risultante di varie menti, ma “gestite” da un'unica testa. La stessa che da qui in avanti esplorerà i lati più misteriosi della canzone d’autore.

  • Blemish
  • The Good Son
  • The Only Daughter
  • The Heart Knows Better
  • She Is Not
  • Late Night Shopping
  • How Little We Need to Be Happy
  • A Fire in the Forest

Blemish (Samadhisound)

di Edoardo Bridda

A quattro anni di distanza da Dead Bees on a Cake, David Sylvian ritorna con un’etichetta discografica e un album nuovi di zecca. Blemish è il titolo del primo lavoro uscito per la Samadhisound ed è una collezione di otto brani realizzati in collaborazione con Christian Fennesz e Derek Bailey nel solo mese di febbraio, composizioni che rivelano una ricerca di suggestioni estetiche per voce, elettronica e chitarra nella più immediata vena artistica dell’ex-Japan.
Fennesz, l’ingegnoso primo uomo della scuderia Mego è il principale ispiratore del cambio di pelle del musicista: grazie all'amicizia nata tra i due nel 2002, e soprattutto per merito dei suoi consigli e conoscenze, metà dei brani del nuovo album non solo si discostano parecchio dalla precedente produzione del musicista, ma ne rappresentano di fatto i momenti più eterei e trasognati dell’intera carriera.
Le composizioni sono dunque ipnagogiche, subconsce, metafisiche e le trame, rassicuranti e rarefatte, sono realizzate con particolare attenzione all’ovatta e al riverbero, tanto che sembrano percorrere il tratto di alcuni quadri di Mirò (si veda Partie de Campagne I, 1967).
Frasi che seguono sentieri desolati, pronte a spezzarsi.
Testi da viveur dell’era digitale.
Sylvian, facendo leva sull’inconfondibile timbro vocale, sposta l’interpretazione verso un minimalismo dai riflessi umani, dall’afflato emotivo; l'ombra di Fennsz colora sapientemente gli spazi lasciati incustoditi. Il risultato più convincente sono i tredici minuti di Blemish, sorta di trance music per aeroporti che aggiorna le intuizioni psico ambientali di Brian Eno ma anche Late Night Shopping, per battito di mani, lampi cosmici e piano in sordina, possiede un suo fascino sottile.
Inedito e gradito questo nuovo Sylvian sbarazzino e ironico (la canzone dovrebbe fare il paio al quadro che troviamo sul sito ufficiale dell’artista) ma ottimo anche quello obliquo e free-form con Derek Bailey.In The Good Son, She Is Not e How Little We Need To Be Happy, i fraseggi free del chitarrista, figli tanto di Coltrane quanto di Cage (prepared piano), ispirano al cantante un pathos paragonabile al Buckley di Lorca: l’ex Japan, non perdendo la verve, tende i passaggi di tonalità della voce, calibra le dissonanze, conduce Bailey e si fa condurre, dipingendo in tal modo un'ambigua costellazione al calor bianco.
Chiude l’album A fire in the forest, la sola ad essere accreditata alla coppia Fennesz/Sylvian, nonché la canzone che più si avvicina allo stile e alla tradizione del musicista. Un ottimo lavoro da annoverare tra i migliori di quest'anno. (7.0/10)

  • The only daughter/ Remixed by Ryoji Ikeda
  • Blemish/ Remixed by Burnt Friedman
  • The heart knows better/ Remixed by Sweet Billy Pilgrim
  • A fire in the forest/ Remixed by Readymade FC
  • The good son/ Remixed by Yoshihiro Hanno
  • Late night shopping/ Remixed by Burnt Friedman
  • How little we need to be happy/ Remixed by Tatsuhiko Asano
  • The only daughter/ Remixed by Jan Bang and Erik Honor?eaturing
  • Blemish/ Remixed by Akira Rabelais

The Good Son Vs The Only Daughter (Samadhi Sound, 2005)

di Gianni Avella

Il dibattito su David Sylvian è sempre aperto: genio o “sanguisuga” del genio altrui? E dal 1979, epoca di Life In Tokyo, singolo dei Japan prodotto da Giorgio Moroder, che l’androgino David si circonda di calibri come Riuychi Sakamoto, Holger Czukay, Robert Fripp (per rimanere ai più blasonati, ma non si dimentichino Mark Ribot o David Torn) sino ai Fennesz e Derek Bailey ascoltati nel recente passato, scatenando cosi le ire di chi vede Sylvian incapace di muoversi se non “spalleggiato” dal collega di turno. E tanto per non smentire i maligni, anche il nuovo parto discografico del nostro gioca la carta dei “guest”: questa volta è la corrente scena elettronica ad appoggiare le voglie dell’ex Japan, che in disparte assiste al re(mix)modelling sull’ultimo Blemish.
The Good Son Vs The Only Daughter
, stampato dalla Samadhi Sound, etichetta di proprietà del nostro, smussa gli angoli più spigolosi di Blemish (How Little We Need to Be Happy, ad esempio, solare e rigenerata dall’ottimo lavoro di Atsuhiko Asano, cosi come la stessa The Only Daughter, che nelle mani di Ryoji Ikeda ne acquista in leggerezza). Encomiabile inoltre il lavoro che l’ottimo Burnt Friedman esegue sulla già bellissima Blemish, qui rivestita da una leggera patina tribale, mentre ha del miracoloso A Fire In The Forest rivisitata Readymade FC, in grado di non sfigurare se paragonata alla bellezza della versione che vedeva Fennesz timoniere e Sylvian paroliere. In definitiva, la risposta all’interrogativo di qualche riga fa e come la questione del bicchiere mezzo pieno mezzo vuoto: questione di punti di vista. Rimane il dato di fatto che ogni qual volta c’è David Sylvian di mezzo la garanzia di qualità è assodata. (8.0/10)

  • Wonderful World
  • Darkest Bird
  • The Banlity Of Evil
  • Atom And Cell
  • A History Of Holes
  • Snow Borne Sorrow
  • The Day The Earth Stole Heaven
  • Serotonin
  • The librarian

Nine Horses – Snow Borne Sorrow (Samadhisound / Self, ottobre 2005)

di Gianni Avella

Per i meno attenti un disco come Snow Borne Sorrowpotrebbe suonare inaspettato, visto le sperimentazioni del precedente Blemish, ma chi segue con attenzione le vicende di David Sylvian sarà a conoscenza del precedente Out In The Sticks, mini-lp accreditato a Sylvian, Burnt Friedman e Jaki Liebezeit dove l’ex Japan (alla voce in una delle tre song del mini) ritornava sulla strada maestra del jazz da camera, della ballata d’autore; il classico Sylvian, insomma. Rimasto fuori dai nostri confini, quel mini vede la diretta emanazione nel progetto Nine Horses, sigla che vede il buon David accompagnato dal vecchio collega (e fratello) Steve Jansen, il citato Friedman, il sempre fido Sakamoto e nuovi arruolati che rispondono a Arve Henriksen (la tromba dei Supersilent) e Stina Nordenstam.

Quindi, addio totale alle avanguardie di Blemish? Lungi da noi affermarlo, resta il fatto che Snow Borne Sorrow non ha niente di quel disco se non la voce di Sylvian, che torna protagonista al cospetto di arrangiamenti che lavorano per la sua indistinguibile tonalità come dimostra il soulful jazzato di AHistory Of Holes, ennesimo saggio di eleganza in musica graziato da un Henriksen che forse non sarà il Jon Hassell di Brilliant Trees, ma in quanto a pathos non gli è assolutamente secondo. Jazz dalle sembianze noir anche per Wonderful World, un sinistro swing impreziosito dall’ugola fanciullesca della Nordenstam che dice la sua anche nel gospel sensuale di Atom And Cell mentre Serotonin ricorda, con quel suo mood dance, i Japan più “dancefloor”.

Dicevamo prima di Out In The Sticks, disco che qui rivive in due canzoni come The Day The Earth Stole Heaven (riarrangiata nel cantato, assente nella versione originale) e una The Librarian resa sì bellissima da un intro che riprende la Obscured by 5 (da Secret Rhythms del 2002) della coppia Burnt Friedman & Jaki Liebezeit, ma il citazionismo attuato (con gentile concessione degli interessati, presumo) non pregiudica il prodotto finito che, per inciso, entra di diritto nei classici dell’uomo.

Un disco che forse non sarà il massimo dell’originalità questo Snow Borne Sorrow, ma bello e rispettoso perché sincero parto di una mente che dopo 25 e passa anni di carriera, riesce nell’impossibile gesto di “ripetersi” senza scimmiottarsi. (6.8/10)

  • Money For All
  • Get The Hell Out
  • The Banality Of Evil (Burnt Friedman remix)
  • Wonderful World (Burnt Friedman remix)
  • Bird Sing For Their Lives
  • Serotonin (Burnt Friedman remix)
  • Money For All (version)
  • Get The Hell Out (Burnt Friedman remix)

Nine Horses – Money For All (Samadhisound / Self, 9 febbraio 2007)

di Gaspare Caliri

In attesa del seguito di Snow Borne Sorrow, i Nine Horses di David Sylvian fanno uscire un paio di nuove canzoni accompagnate da una carovana di remix (di brani provenienti dal succitato album) e da una canzone (Birds Sing For Their Lives, realizzata con Stina Nordenstam) originariamente comparsa come bonus-track in Giappone. Money For All è allora un misto tra un ep nuovo, un ep vecchio e un tentativo di arricchire la discografia che arricchisce (di spirito, si intenda) una persona in particolare: Burnt Friedman, uno dei tre membri dei Nine Horses.
Suoi i rimaneggiamenti delle vecchie uscite della nuova uscita. Sue le nuove ricercatezze e rincorse della stessa sensualità delicata che Sylvian corteggia da una vita. Suoi i riusciti inserti di fiati.
Ma andiamo con ordine. Le prime due tracce (la title-track e Get The Hell Out, gli inediti di cui sopra) nulla aggiungono e nulla tolgono nell’universo dei nove cavalli. Fungono semmai da anello (poco) mancante tra i due tipi di miscelatura convocati da Sylvian e da Friedman. Se quello del primo è infatti il dandismo astrale ricco di etnie marziane e di percussività vicine e lontane, cui siamo abituati, Friedman sviluppa una rarefazione accora più jazzy calda e più terrestre, forte di un sax (Serotonin, peraltro già forte dello strumento a fiato nella versione di Snow Borne Sorrow, ma ora più ottonica di prima; ma anche The Banality Of Evil) o di un arrangiamento chill-jazz (Wonderful World, la sua versione di Get The Hell Out).

L’impressione finale è che comunque le due menti arrangiatrici siano reciprocabili, senza sbalzi, senza sorprese, senza necessità di un disco apposito. Con qualche piccola sfumatura di differenza; ma qui si parla di arte della sfumatura, intesa come artigianato della gestione della sfumatura. Che ci sia stato dell’arte, beh, de gustibus. (6.2/10)