Dagli Slint ai Matmos passando per Stereolab e Tortoise, le frequentazioni del chitarrista di Lousville sono di quelle che fanno alzare le sopracciglia. Al punto che quasi ci si scorda di lui, David Christian Pajo, autore e polistrumentista dalla ormai piuttosto robusta discografia solista.

Il pedigree di David Pajo, originario di Louisville con discendenze filippine, sembra un corso accelerato di quanto il rock abbia offerto di sconvolgente negli ultimi tre lustri o giù di lì. Vedi alla voce post-rock. C'era lui, o meglio la sua chitarra, a scorticare la febbrile solennità delle architetture Slint, quel delirante lavorio alle fondamenta che celebra ad un tempo la caduta e la riedificazione dell'edificio rock, la perdita della fede e l'insopprimibile devozione per una manifestazione elettrica che è pur sempre uno spasimo in direzione libertà. Un liberarsi che però tiene sempre bene a mente il proprio stato di costrizione.
Era la fine degli anni '80, e gli Slint appena nati già morivano. Lasciarono un'eredità di appena due album, dei quali però si sarebbe avvertita l'eco per un bel pezzo. Nei lavori di The For Carnation e Tortoise ad esempio, i primi autori d'una limacciosa meditazione post-blues e i secondi dediti a stupefacenti elucubrazioni electro e fusion. Di entrambi i combo, David Pajo fu ingrediente importante, spina dorsale elettrica e convulsa. I primi abbozzi di una versatilità che troverà conferma e superamento in frequentazioni quali Stereolab, Royal Trux, Palace Brothers e Matmos.
Il che ci porta dritti nel bel mezzo dei Novanta, quando l'onda tellurica del post stava ormai esaurendo il potenziale distruttivo e andava assestandosi nel grembo di una rinnovata normalità. Mentre intorno è tutto un fiorire di abili interpreti (nel migliore dei casi) e pedissequi divulgatori (nel peggiore) degli stilemi post, il buon Pajo s'inventava un pugno di pseudonimi cercando in essi, attraverso di essi, nascosto dietro quel ventaglio di maschere, il decorso del proprio personale (e solipsistico, visto che spesso si occupa di tutti gli strumenti) travaglio sonico: Aerial M e Papa M erano le sigle imposte a cinque album, licenziati tra il '97 ed il 2004, ma occorre citare anche M Is The Thirteenth Letter e - laconicamente - M tra i "nome de plume" col quale David tentò di confondere le idee al pubblico. Pubblico che pure rimarrà abbastanza fedele a quei tentativi tra il prezioso ed il pretenzioso di dare e togliere forma a certe ipotesi sospese tra le avventure avant ed il palpabile amore per la tradizione folk-psych. Lecito chiedersi a cosa si debba il ricorrere ossessivo della lettera M nei patronimici, ma ci ha pensato lo stesso Pajo a minimizzare, sdrammatizzare, disinnescare ogni ipotesi: nulla a che vedere col mostro di Dusserdolf, nessun mistero. Probabile invece che ben più prosaicamente, quasi goliardicamente, stia ad indicare "mansturbation". Così è, se vi pare.
Quindi, messa in archivio la fortunata (ma solo dal punto di vista commerciale) esperienza con gli effimeri Zwan di Billy Corgan, Pajo decide di gettare la maschera, di sbuzzare il bozzolo e uscire allo scoperto: è del 2005 infatti l'omonimo Pajo, omonimo nel senso che s'intitola come la firma messa in calce dall'autore, pronto finalmente a mostrare se stesso, presumibilmente autentico, definitivo. In un certo senso, si tratta di un vero e proprio debutto. Ma qualche dubbio rimane. Al di là degli esiti conseguiti con questa ultima incarnazione - la cui acidula fibra autoriale suona tutt'altro che originale, provocando talvolta tipici sussulti da flagranza di plagio - resta la sensazione che la traversata non sia affatto compiuta, e che anzi proprio in questo incessante traslare da una profonda marginalità all'altra, nel non-luogo tra forze compenetrate e contrapposte, si debba individuare la dimensione di David Pajo. Uno da sempre impegnato a dissimularsi, a sparire nel groviglio sonico e iconico, a praticare una fiera invisibilità mediatica. Semplicemente, il capo dell abaracca - presumibilmente Pajo stesso - ha deciso che in questa fase il sapore dominante debba essere un folk madreperlaceo e indolenzito, con la melodia - cantata, ebbene sì - che pettina allibite angosce sentimentali e bruschi incantesimi, quasi una jam senza quartiere tra Elliott Smith e Simon & Garfunkel. Elementi poetico/estetici ben presente nel repertorio di Pajo, che quindi cala nella parte con bella padronanza, riuscendo altresì a lasciarci in bilico tra la certezza e l'incertezza che domani ci sarà un altro disco, un'altra M e chissà quale altra incarnazione con cui fare i conti. Attraverso cui assistere allo spettacolo d'arte varia d'un uomo che ha acciuffato un terremoto per la coda e se n'è fatto trascinare, finché il tremore non ha preso a sciogliersi di nuovo in musica.

Per la prima volta, quindi, un disco a suo nome. E pure omonimo. Verrebbe da ritenerlo il suo lavoro più scoperto e personale, la consacrazione di Pajo il Cantautore. Invece, paradossalmente, è un disco che paga molti debiti praticamente in ogni canzone. In primis al fantasma di Elliott Smith: lui, la sua calligrafia pigra e delirante, quella trepidazione madreperlacea, quella psichedelia strascicata, sta al centro di queste ipotesi folk. Ipotesi che inseguono un latente senso di assurdità, strutturate come sono sulla giustapposizione di chitarre e voci lo-fi (l’hiss spampana sistematicamente i contorni armonico/melodici) e ammennicoli digitali appena abbozzati. Diciamo subito che come trovata non è nulla di eccezionale, roba che ne abbiamo già sentita a pacchi (da Linkous/Sparklehorse a Grandaddy a Sufjan Stevens, per dire). Comunque, e in fondo, è scelta adeguata alla cifra delle canzoni.
Le quali però – uff - sono preda degli inesorabili rimandi che dicevo: per una Let Me Bleed brunita Black Heart Procession e illanguidita come il Lanegan di I’ll Take Care Of You, ecco una War Is Dead che con la sua blanda rudezza stempera lo Springsteen di State Trooper e di Spare Parts; per una High Lonesome Moan che inscena un brusio vocale floydiano (qui come altrove la voce è duplicata, col falsetto che si “sbina” solo nel ritornello) ed arpeggi bucolici Simon & Garfunkel, c’è la spudorata emulazione Elliott Smith (qui più che altrove) di Icicles. E via discorrendo, per una sarabanda citazionista capace più di frastornare che d’irretire.
Con tutto ciò, sembra crederci davvero, il buon David. Sarà anche un vezzo – lo è – questa parata di maschere inafferrabili, ma riesce a spiattellarcelo col giusto trasporto. Perché l'intenzione è proprio quella di – ancora - non esserci, di stare fuori dal cono di luce mentre attraversa il teatrino dell'amata psych folk. Per cui l’ascolto procede piacevole, finché non s’incontra Francie, la traccia conclusiva - dove una ballata si mantiene prodigiosamente allo stato embrionale, ruminando energia tra effetti sintetici, loop di chitarra e una narrazione greve in primo piano - e finalmente ipotizzi il “quid” alieno dell’autore e assieme quanto questo Pajo sia anche un’occasione sprecata. (6.0/10)

Bisogna stare attenti con David Pajo, perché ti frega. Con quel senso di continuo mettersi a fuoco, quel cercarsi che ne rende incerta la calligrafia - sempre nel guado tra qualcosa di assodato e qualcos'altro in fuga - garantendone al contempo una palpitante freschezza. Come se ogni volta uscisse dal bozzolo, l'aria spaurita ma vivida di un debuttante con l’asso nella manica. Rispetto al lavoro precedente, il quid è opportunamente variegato: c'è ancora la visionarietà indolenzita à la Elliott Smith, ma stemperata con psych sciropposa Radar Bros (la flemma folk tra synth traslucidi di Cyclone Eye) e fiabesca solennità Simon & Garfunkel (il cantilenante languore di Who's That Knocking).
Però, attenzione. Perché se tutto ciò rappresenta un passo avanti notevole e opportuno rispetto al monocorde solco (estetico e poetico) del precedente lavoro, molto più importante mi sembra la confessione post-moderna che aleggia su tutto: un senso di gioco giocato con professionalità e trasporto secondo l'irrinunciabile lezione Jim O'Rourke, quella faceta/struggente riarticolazione di materiali e forme in un manufatto che amalgama antico pensandosi nuovo (il jingle jangle marionettistico di Foolish King, il country blues screziato di gracidii sintetici di Wrong Turn, il valzerino extratemporale di Walk Through The Dark...).
Non mancano guizzi di schietto e valido songwriting, come We Get Along, Mostly (ballad acidula con nostalgie e guizzi Big Star) o Prescrition Blues (obliqua processione iniettata di tentazioni Beatles), ma il punto della questione sembra riposare nella conclusiva I've Just Restored My Will Ti Live Again, dove un lo-fi nudo e granuloso svela la remissione di Pajo a questa genuinità artificiosa, ad una simulazione incessante che nella finzione espressiva tenta di credersi vera. In questo senso, la carriera solista di Pajo sembra incarnare la parabola stessa del post-rock – o una sua possibile traiettoria. Perché non fa altro che esprimere una passione disincantata, una fede senza più religione, un'illusione che sa d'essere tale. Quindi, per l'ultima volta, attenzione. (6.4/10)

David Pajo che suona metal? Quel David Pajo di slintiana memoria che si diletta in assoli e headbanging furiosi? Non un omonimo, un clone, un usurpatore? No, niente di ciò. È proprio lui. Sembra strano, anzi poco credibile però è la realtà. Sembra anche che, stando alla press sheet, al momento di riformare gli Slint per quella manciata di concerti di un paio di anni fa – cosa già discutibile di suo, a dirla tutta – Pajo sia stato talmente colpito dai qui presenti Todd Cook (basso, già Shipping News) e Michael McMahan (chitarra, fratello del Brian degli Slint) da imbarcarsi in questa nuova avventura. Come dire, perché la gente non la smette di seguire i cattivi consigli? (2.0/10)
P.S. Se c’era un intento parodico, beh, io non l’ho colto.