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Introduzione
Critica
Webografia

David Karsten Daniels

 

 

 

un
  • The Dream Before The Ring That Woke Me
  • Scripts
  • American Pastime
  • Jesus And The Devil
  • Sharp Teeth I
  • Minnows
  • Universe Of No Part s
  • Beast
  • Sharp Teeth Ii
  • We Go Right On

Sharp Teeth (Fat Cat / Audioglobe, 12 febbraio 2007)

di Stefano Solventi

Immaginate: Jason Lytle dopo una rovinosa caduta dall'amato skate, Jason Molina a seguito di un'indigestione da american pie e David Bazan per quel prozac di troppo nello stomaco, tutti assieme nella comunità di recupero del dottor Tim Delaughter, famosa per le proprietà terapeutiche della brass-band diretta dal maestro Howe Gelb. Al di là del cazzeggio, in una situation comedy così apparecchiata potremmo rinvenire tutti o quasi i tremori, gli incanti, lo spaesamento bucolico, i crucci sghembi, le apprensioni e le manie che abitano Sharp Teeth, quarto disco per David Karsten Daniels, polistrumentista del North Carolina. E' il lavoro che battezza la collaborazione con Fat Cat, una specie di esordio a tutti gli effetti vista la natura "casalinga" dei predecessori, licenziati per l'etichetta del Bu Hanan collective (di cui è co-fondatore). A David, songwriter sensibile, va senz'altro il nostro apprezzamento per il complesso tentativo di tracciare un sentiero attraverso lo-fi, post-rock, alt-country e nostalgie swing. Le sue canzoni sono davvero belle, soprattutto quando azzecca il giusto equilibrio tra innocenza e angoscia, come nella crepuscolare Scripts o nella dolceagra Beast. Però attorno all'ascolto si addensano le nuvolette del dubbio. Provocate, credo, dalla esiguità atmosferica in cui la piantina germoglia e cresce, le radici rattrappite e le finestre chiuse, quasi che non esistesse uno ieri antecedente i nineties e - soprattutto - un mondo vero fuori dalle sue ossessioni teo-sociologiche.

Non a caso tanto gli strali dixieland che gli stilemi country-psych sembrano di terza mano, colti dallo scaffale dei Giant Sand o dei Circulatory System, il che ci dispensa dal citare i soliti Young e Dylan, d'accordo, però sono segni referenziali che si esauriscono al primo livello: il loro riverbero è sordo, a tratti pure masturbatorio. La bellezza insomma c'è, ma suona impastoiata, impaurita. David Karsten Daniels deve risolvere un paio di problemini. (6.4/10)

Copertina: ...
  • Wheelchairs
  • That Knot Unties?
  • Martha Ann
  • Falling Down
  • A Myoclonic Jerk
  • A New Garment
  • Every Time A Baby Is Born
  • The Caretaker
  • Oh, Heaven Isn’t Real
  • In My Child Mind You Were A Lion
  • Evensong

Fear of Flying (Fat Cat Records, aprile 2008)

di Marco Canepari

A solo un anno di distanza da Sharp Teeth, suo disco d’esordio per la Fat Cat nonché primo album pubblicato per una casa discografica e non autoprodotto, viene dato alle stampe il secondo lavoro ufficiale di David Karsten Daniels.

Cantautore americano, della North Carolina per la precisione, Daniels, in Fear Of Flying porta avanti il percorso intrapreso in Sharp Teeth: cantautorato che gode di caratteri pop su sfondo di Southern music.
Nonostante l’artista, durante le varie interviste promozionali, non riesca descrivere o non voglia descrivere cosa effettivamente il suo album sia, da come viene presentato dalla casa discografica, rispetto al precedente, Fear Of Flying intende essere più preciso, diretto, immediato: “arrangiamenti più meticolosi, una chitarra inedita, più grezza e nuove partiture per batteria”. In effetti non si può negare qualcosa sia cambiato. Gli arrangiamento sono, come anticipato, particolareggiati, dettagliati e davvero ricchi; comprendono partiture orchestrali non indifferenti (flauti, organo, oboe, una sezione di sassofoni) suonate dall’ottimo Bu-Hanan Collective. Il noise viene progressivamente abbandonato per suoni più intimi, trasparenti. La “purificazione” delle composizioni, che debuttò con Sharp teeth, la loro semplificazione, continua, qui viene addirittura suggellata. Dalle influenze di gruppi come Radiohead, Castanets o Pedro The Lion che caratterizzavano Angles (terzo album autoprodotto) e alcuni passi del penultimo lavoro, si passa a qualcosa di più lineare, quasi canonico.  Ma è il lirismo accentuato, quasi esaltato, il vero marchio di fabbrica delle composizioni: testi ben più complessi che traggono ispirazione dal dualismo amore - morte (la scomparsa dell’amata è continua fonte di lacrime, interrogativi, pensieri a tratti “assoluti”).

E poi la voce di David, sofferta, dolorosa che ricorda sovente l’interpretazione di Aimee Mann e non può non richiamare un riferimento del nuovo folk come Will Oldham (a cui Daniels aveva dedicato una cover in Angles). (6.8/10)