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Darren Hayman, qui al secondo album solista e negli ultimi dieci anni coinvolto in una serie di formazioni (tra cui gli Hefner poi diventati il suo progetto in solitaria), in realtà lo diresti più americano che britannico. Un suono, il suo, figlio dei Television in primis e del rock USA, a metà tra revival byrdsiano alla Robyn Hitchcock e R.E.M., e un incedere nervoso proprio di certa new wave di filiazione UK (di derivazione Elvis Costello) questa volta sì anche se in misura minore.
Questo self titled così composito allora colpisce per pienezza di suono, sia quando rifà il verso al Tom Verlaine acido (Rochelle), o al Jagger più blues (Higgins Vs. Reardon, Nothing In The Letter) sia quando si distende nelle ballad ibride folk-blues (Elizabeth Duke) di derivazione hitchcockiana (Straight Faced Tracy) in cui la fanno da padrone assoli di banjo, mandolino,violino, ukulele, french horn, oltre ai canonici strumenti. E infatti non sorprende sapere che Hayman fa parte di un supergruppo bluegrass, anche se qua e là non mancano lievi spruzzate di synth, retaggio di una sua fase precedente. Le soluzioni di arrangiamento mai banali e una scrittura effervescente insieme a testi ironici (e tuttavia fatalisti) fanno così la differenza in un disco del genere, che altrimenti correrebbe il rischio di rimanere ancorato a un puro spirito emul. Ma il punto di forza di Hayman consiste soprattutto nell’ essere songwriter accorto e mai banale. (7.0/10)

Non sarà molto generoso, Darren Hayman, quando paragona l’opera prima dei suoi Hefner a “quella foto di quando eri bambino, che non vorresti mai tua madre mostrasse al tuo fidanzato o alla tua fidanzata”. In questo senso, le liner notes da lui vergate per la ristampa di Breaking God’s Heart - in origine pubblicato da quelli della Too Pure dieci anni fa - riflettono la sua crescita come cantautore, performer e artista, così come si riscontra nel recente e maturo Darren Hayman & The Secondary Modern (recensione sul #35). E’ però vero che nelle dieci tracce qui ripresentate - nonché nelle estensive bonus, che fra b-sides e singoli fanno lievitare la scaletta a 40 titoli – c’è qualcosa di irrimediabilmente irripetibile, in termini di ingenuità, urgenza e (diciamolo pure) unicità.
C’è tutta l’avventatezza di essere un ventenne a fine ’90, tirato da una parte dalle suggestioni a bassa fedeltà dei Pavement e dall’altra dalle confessioni personali tipiche dell’indie pop da cameretta (dalla Postcard in giù). Che non aspettano altro di essere sbattute – senza filtri - dentro a un microfono, appese a melodie sguaiate eppure memorabili, con solo qualche sgangherato accordo di corredo e minimi accorgimenti di arrangiamento (una pennata VU qui, un riff glammeggiante là, una chitarrina storta, un organetto malinconico e così via).
In questo, Love Will Destroy Us In The End,The Sad Witch, God Is On My Side, Another Better Friend e - certo – tutti gli altri hymns sono e restano anthem post-adolescenziali la cui carica fresca e incosciente resta ad oggi intatta, tutta da (ri)scoprire. Per l’ennesima volta, John Peel ci aveva visto giusto (fu lui, insieme a Steve Lamacq, principale mentore della band). Segnaliamo, in una traccia, la presenza di Stuart Murdoch all’organo, allora anch’egli esordiente alla corte del producer Tony Doogan (che riportò su nastro If You’re Feeling Sinister). Percorsi diversi, è vero, ma più con affinità elettive più profonde di quanto si possa pensare. (7.3/10)