Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Daniel Lanois

di AA.VV.
...

 

 

 

  • Two Worlds
  • Sketches
  • Oaxaca
  • Agave
  • Telco
  • Desert Rose
  • Carla
  • The Deadly Nightshade
  • Dusty
  • Frozen
  • Panorama
  • Flametop Green
  • Todos Santos

Belladonna (Anti / Alternative Distribution Alliance, 12 luglio 2005)

di Michele Saran

La carriera del Lanois produttore è delle più avvincenti e storicizzate. La lasciamo a chi di dovere. Il Lanois compositore-interprete, meno noto e forse un po’ bistrattato, ha saputo dare alla luce piccoli tesori dal valore autentico. Dapprima (Acadie, Opal, 1989) bozzettista sonoro alle prese con stili e prestiti tradizional-popolari, ma pure rimescolati col fare dello stilista astratto, non lontano da certe obliquità Brian Eno; poi cantautore maggiormente ligio alle convenzioni, ma parimenti emozionale, quasi combattivo (For The Beauty Of Wynona, Warner, 1993). Infine performer di tenerezze in forma di ballad-cocktail (Shine, Anti, 2003).

Con un’inconsueta pausa di soli due anni, il Nostro si ripropone poeta ambientale, stavolta tutto strumentale, con un album discretamente impreciso. Dusty, ad esempio, è una semplicissima vignetta per sola chitarra, mentre Panorama è un inno di steel guitar tra vibrati impercettibili, Sketches rotea placida tra mugugni di chitarra, batteria mareggiante e synth ovattati, e Flametop Green propone un onirismo sensuale e dolente Durutti Column, con docile accompagnamento di piano.

Difficile dire dove Lanois voglia andare a parare, stavolta. Di sicuro l’unisono tra vibrafono, tastiere e gorgheggio catatonico di Oaxaca (ancora Eno dietro l’angolo) non aiuta molto, e nemmeno la svolta mariachi della parte centrale Agave. Così come non aiutano i riempitivi (Desert Rose), le pallide imitazioni di Frittke (The Deadly Nightshade) e di Frisell (Telco), le incursioni nello ska (Frozen). Nemmeno la chiusa, l’ambient aeriforme con flanger offuscante di Todos Santos riesce ad aggiungere alcunché al già poco.

Con il piano di Brad Mehldau e la batteria da Brian Blade (già in Shine), è la meno convincente dimostrazione delle potenzialità di Lanois. C’è la sua tipica cura professionale, e una dosata cornice strumentale, ma l’album in sé si basa su un vignettismo davvero monotono e incompiuto, per di più triviale nell’uso delle stereofonie e degli effetti sul suono e altamente volatile nella consistenza delle composizioni. Da perdersi, senza il rischio di non tornare. (5.1/10)

  • Chest Of Drawers
  • Where Will I Be
  • Here Is What Is
  • Not Fighting Anymore
  • Beauty
  • Blue Bus
  • Lovechild
  • Harry
  • Bells Of Oxaca
  • This May Be The Last Time
  • Smoke #6
  • I Like That
  • Duo Glide
  • Bladesteel
  • Moondog
  • Sacred And Secular
  • Joy
  • Luna Samba

Here Is What Is (Suma, 18 marzo 2008)

di Giancarlo Turra

Un ruolo importante e allo stesso tempo poco apprezzato, quello del produttore. Eppure riesce faticoso immaginare la storia della musica rock senza l’apporto dei George Martin, dei Phil Spector, degli Steve Albini; si è certi che senza costoro - e decine d’altri - le cose sarebbero andate diversamente. Il problema è che a costoro tocca operare nell’ombra, suscitando l’interesse specifico degli studiosi e dei maniaci che si leggono anche le più minuscole note di copertina. Mal che vada, puoi sempre dire la tua e pubblicare qualche disco, ma non illuderti che l’alone d’indifferenza venga dissolto.

Così è per il canadese Daniel Lanois, che ha messo le dorate mani in alcuni dei dischi più belli degli anni Ottanta e Novanta con Neville Brothers, Dylan, Gabriel, U2; hai detto niente, ma già prima il ragazzo aveva una lista lunga assai di collaborazioni con Brian Eno e Martha And The Muffins. Uno che possiede un tocco gassoso e riconoscibilissimo, Daniel, anche quando si misura con una tradizione musicale d’oltreoceano della quale attenua il senso d’appartenenza alla terra, per sottolinearne viceversa il lato sognante. Piccoli film acustici, i suoi, anche in questo sesto album, lungo il quale lambisce e osserva dall’esterno i territori battuti assieme ai nomi di cui sopra, fino a confondere le carte su quanto di suo vi fosse colà (parecchio, diremmo…).

Se si eccettuano un pugno d’intermezzi parlati con Eno, gli “ambienti” allestiti raccontano un’intimità classica che si modernizza sia quando è ruvidezza blues (Bells Of Oaxaca odora di Waits e Cooder) che quando s’immerge nella pastoralità country (pressoché ovunque nella corposa scaletta). Si fantastica su una Band ai cancelli del paradiso - Garth Hudson figura tra gli ospiti - e si torna all’estrazione classica (il gioiello Lovechild transita da pianismo romantico a un toccante dialogo di slide e voce), mantenendo costante l’approccio visivo alla stesura e all’esecuzione dei brani. Un’America della mente, quella di Lanois, esaminata e raccontata in 16:9 senza indugiare in evanescenti anemie, mantenendo altresì il senso della tradizione che si adatta ai tempi e dunque non muore. A dispetto di qualche piccolo indugio, la pellicola di Here Is What Is scorre affascinante e autoriale, e perciò ti scopri a frequentarla sovente. (7.0/10)