Lontano dai grandi cerimonieri dei tumulti umani, Damien Rice è comunque il figlio naturale di quel songwriting che mette a nudo l’anima. Dal sorprendente debutto O al meno convincente 9, la nuova voce d’Irlanda continua a cantare il dolore, per uscirne integro. E preservare se stesso.
Non è Drake. Non è Buckley. Non è Dylan. E nemmeno Cohen. Alcuni non li riavremo mai più, e la loro mancanza è lì a ricordacelo. Altri, con l’età, rischiamo di perderli. Eppure di tutti loro, e più in generale di quella vena cantautorale che mette a nudo l’anima, Damien Rice ne è il figlio naturale. E non basta una chitarra acustica e una storia da raccontare per esserlo. Ci vuole il trasporto emotivo, la naturalezza e l’urgenza di mettere in piazza le proprie miserie senza paura di essere biasimati, e con esse tutti i sentimenti più biechi e infimi del genere umano, quelli che stupiscono e allontanano, quelli facili da denigrare e spaventosi nel loro essere sinceri, perché troppo forte e insopportabile è la realtà che comunicano. Quella sofferenza che solo l’amore è in grado di generare. Troppo spesso guardata da lontano e lasciata a lacerarsi nel tempo, in un angolo privato dell’Io dove l’aridità si fa unico mobilio confortevole da offrire ai passanti. Essere cantori del proprio dolore non è mestiere facile e sicuramente non per tutti, il rischio di sembrare patetici agli occhi degli altri è una lama affilata che sfiora con sadica delicatezza il collo, respiro nervoso di un’ombra pesante. La consapevolezza delle spirali d’irrazionalità, degli ingorghi emotivi diventa allora passaggio obbligato per uscirne con qualcosa di integro. Un qualcosa di molto piccolo, malandato, frantumato, ma di supremo valore: se stessi.

È la scelta di Damien. Via dai Juniper, band con cui ha iniziato a muovere i primi passi riscuotendo anche un discreto successo, tanto da interessare la Polygram, intenzionata, dopo un paio di singoli, a trasformare il gruppo nell’ennesimo prodotto commerciale. E via anche dalla sua terra, quell’Irlanda fatta di gente che volta lo sguardo alle spalle, in cerca di ricordi. Un anno, il 1999, vissuto tra la Toscana e il resto d’Europa. In giro, per cambiare e raccogliere idee. Rinnovarsi con la diversità per tornare a Dublino, deciso più che mai a dare spazio e voce alla sua musica. Un demo con una manciata di brani folgora il giovane produttore/compositore inglese David Arnold (Björk, Pulp, Iggy Pop), che non lesina denaro per costruirgli uno studio mobile in cui registrare in totale autonomia e pace.

Due anni di intensa e caparbia immersione nel lavoro valgono la nascita e l’ascolto di O (14th Floor Records, febbraio 2002 - 14th Floor Records / Warner, 28 luglio 2003). Laconico titolo per un album che sprigiona inquietudine ad ogni respiro, pur nella leziosità di alcuni momenti (la conclusiva Eskimo, declinata nel finale in un’opera finnica, gli archi magniloquenti di Amie, la ballata sul pontile di Older Chests). Essenziali anche gli strumenti primari dispiegati: chitarra, basso, batteria, violoncello. E certo, la voce. O meglio, le voci, la sua e quella di Lisa Hanningan. Dolente la prima, salvifica la seconda. La contrastante empatia della vita in I Remember, lei avvolta in un innocente arpeggio di chitarra (I want you here tonight / ’cause I can’t believe what I found), lui travolto dall’incalzare delle percussioni e del basso ossessivo, rabbia montante che stride contro un sinistro violoncello (…I whip myself scorn scorn / and I wanna hear what you have to say about me / hear if you’re gonna live without me / I wanna hear what you want / what the hell do you want?). Diversi, pur essendo i protagonisti della stessa storia. Uno di fronte all’altro, per raccontarsi la verità - il crescendo di archi e di intensità di The Blower’s Daughter (Did I say that I loathe you? / Did I say that I want to / leave it all behind? / Can’t take my mind off of you / ’til I find somebody new) -, per dirsi tutto quello che sono e non sono, forse scoprendosi per la prima vota - il mesto equilibrio folk di Volcano (you give me miles and miles of mountains / and I’ll ask for the sea); il claudicante interrogativo di Cheers Darlin’, tra intrusioni di pianoforte e clarinetto (What am I darlin’? / A whisper in your ear? / Or your biggest mistake?). Stralci di esperienze personali, ma mai così vicine a chi voglia dedicarsi del tempo per perdersi e ritrovarsi. (7.3/10)
Lontano dai grandi cerimonieri dei tumulti umani, Rice richiama i suoi padri sul palco. Li omaggia nello spirito - la cupa morbosità di Cohen, la chiaroscurale malinconia di Drake - e nella carne - gli acuti lancinanti di Jeff Buckley nella cover di Grace durante il concerto romano del tour promozionale, la stessa ironia e insolenza nel prendere in giro la sua gente e le proprie disavventure. Accompagnato dalla band, ma senza l’apporto della Hanningan, si offre nella totalità del suo essere in pasto ad un pubblico in estasi, senza fare sconti o concessioni.

E a poco serve immaginarselo ascoltando quel paio di tracce live inserite nelle B-Sides (Warner, 26 novembre 2004), uscite dopo i dodici mesi trascorsi a raccogliere consensi e riconoscimenti ovunque. Anche se la ballata in solitaria con chiusura franco-spagnola The Professor & La Fille Danse (too many options may kill a man / loving is fine if it’s not in your mind) e la perversione convulsa di Woman Like A Man (you wanna get burned / you wanna get turned / you wanna get fucked inside out) si avvicinano alla dirompente passione live, il resto dell’album è niente più che un bignami di storia, con la sola versione gracchiante targata ‘97 di Volcano a scoprire i germi di quello che sarà il futuro. (6.0/10)
Un futuro senz’altro luminoso, in termini di notorietà e successo, ma ancora scosso da turbamenti, attraversato da incertezze, costellato di errori. Da ingoiare e forse da riparare.

9 torna ad indagare le relazioni interpersonali, le intricate dinamiche sentimentali. Ci sono crimini che si compiono quotidianamente, ma di cui non ci si rende conto. Innocenti delitti nascosti dal velo della consapevolezza, squarciato poi dalla forza della verità. “It’s the wrong kind of place / to be thinking of you / it’s the wrong time / for somebody new / it’s a small crime / and i’ve got no excuse”, mormora Lisa Hanningan con l’afflato di una Beth Gibbons dall’alto di un pianoforte notturno in 9 Crimes e Damien, di seguito, a darle ragione, con voce profonda. Le linee si asciugano, certa ampollosità negli arrangiamenti si mette da parte, ma non sempre l’ispirazione è degna del suo nome. Animals Were Gone sorvola con sdolcinatezza pericolosa sulle soundtrack dei film di Audrey Hepburn degli anni Cinquanta, Rootless Tree e Dogs fanno un po’ storcere il naso per l’eccessiva orecchiabilità di un pop rock che non lascia tracce, Coconut Skins aggiorna la lezione folk del menestrello di Duluth al 2006, pur con un certo sprezzo ironico (you can lie between her legs and go looking for / tell her you’re searching for her soul), Accidental Babies si dilunga troppo nei suoi spasmi e languori, con fare quasi compiaciuto.
In fondo, però, c’è ancora qualcosa che si agita per uscire. Scalcia rumorosa una chitarra elettrica post grunge tra i Radiohead di You e Tom McRae. Insofferente. Prende il sopravvento. E lacci si annodano attorno ai polsi, cuoio che sfrega la pelle, smalto di sangue e vene di vetro. “I’m mad, I’m mad, I’m mad / like a big dog”. Un urlo insensato, una rabbia condensata in sette strofe che crescono nell’infinita reiterazione e danno sfogo all’anima. Benedette. Mai Rice è stato più crudo e diretto come in Me, My Yoke And I. Rigenerante presa di controllo della propria vita. Peccato che due-tre episodi meritevoli di attenzione non valgano l’intero disco. Ma il talento c’è. (6.2/10)