Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Dälek

di Daniele Follero
...
Foto: Dalek

 

 

 

  • Abandoned Language
  • Bricks Crumble
  • Paragraphs Relentless
  • Content To Play Villain
  • Lynch
  • Stagnant Waters
  • Starved For Truth
  • Isolated Stare
  • Corrupt (Knuckle Up)
  • Tarnished
  • Subversive Script

Abandoned Language (Ipecac / Goodfellas, 27 febbraio 2007)

di Daniele Follero

Tra le band che stanno trasformando decisamente l’hip hop sia dall’interno che dall’esterno (da cLOUDDEAD a Kill The Vultures), Dälek è quella più legata alle radici nere del genere, ideologicamente e nell’attitudine musicale. E’ per uno strano paradosso (che è forse anche un pregiudizio), già verificatosi altre volte nella storia della musica afro-americana (vedi il jazz), che siano gli artisti “bianchi” a spingere maggiormente per una trasformazione della musica “nera”. Eppure, Ornette Coleman ha radicalizzato il jazz più di qualsiasi bianco avrebbe potuto fare, conservando, da un’idea molto astratta (quale poteva essere quella della libera improvvisazione collettiva) la natura più intimamente afro del jazz.
Anche nel caso di Dälek, almeno nelle intenzioni, permane questo legame immaginario con madre Africa sullo sfondo e si traduce soprattutto nell’attenzione per il ritmo, delle parole come dei suoni.
Tutta la discografia della band di Newark è segnata, rispetto a molta produzione che potremmo definire avant, proprio da questo costante legame con le tradizionali basi ritmiche dell’hip hop, laddove gente come Prefuse 73 è proprio da lì che parte la sua decostruzione del genere.

In questo senso, Abandoned Language, terzo album full lenght di Will “Dälek” Brooks e compagni (se si eccettuano le numerose e validissime collaborazioni con Faust, Zu, Kid 606, Techno Animal e Velma) è perfettamente in linea con i suoi predecessori. C’è, però, un’idea di omogeneità che nei lavori precedenti non era ricercata. I collage industrial, le esplosioni noise e le influenze rock di Absence, confluiscono qui in uno stile compatto e maggiormente orientato verso un sound più morbido e allo stesso tempo più ipnotico, con tappeti di sintetizzatori che trasferiscono l’ascolto ad una dimensione onirica ben diversa dall’aggressività metallica del più recente passato e rimandano più ai Boards Of Canada che ai Throbbing Gristle. Anche il beat rallenta, lasciando al rapping di Will Brooks più spazio e più flessibilità per incalzare le sue nenie socio-politiche. La title track, il sax minimalista di Content To Play Villain,  le cupe atmosfere di Paragraph Relentless e Stagnant Waters rispecchiano al meglio queste idee di fondo, ma è proprio dove si prova a estremizzare questo linguaggio che l’album si fa ancora più interessante: i rumorismi “cinematografici” di Lynch e in particolare la psycho-tronica Subversive Script esprimono il meglio di questa nuova versione di Dälek, vestita di lunghi mantelli di kraut rock, ma con un anima pur sempre black.(7.4/10)

  • Megaton (Deadverse Remix)
  • Angst
  • Ruin It, Ruin Them, Ruin Yourself, Then Ruin Me (Deadverse Remix)
  • Vague Recollection
  • Desolate Peasants
  • Rouge (Deadverse Remix)
  • 3:46
  • In This City (Deadverse Remix)
  • Music for ASM
  • Streets All Amped
  • Ascention
  • Maintain

Deadverse Massive Vol. 1: Dälek Rarities 1999-2006  (Hydra Head, 2007)

di Alarico Mantovani

Newark (New Jersey) è una delle città più violente e pericolose degli USA: soltanto nel 2006 nelle sue strade si sono consumati 105 omicidi ed anche quest'anno le cose non girano diversamente. Non è banale affermare quindi che da un decennio a questa parte MC Dalek ed il producer Oktopus interpretano da un punto d'osservazione “privilegiato” il clima sociale lacerante che si respira nella nazione. E la loro musica, in questo momento storico, ne costituisce una delle più ispirate ed appropriate colonne sonore.
I Dalek sono una formazione unica, la cui poetica non può essere ascritta all'una o all'altra parte. Una band scomoda. Un duo di neri politicizzato e incazzato. Con il cuore nell'hip hop e nel blues e la testa nell'industrial e nel noise. Il tutto filtrato da una lente progressiva a dir poco raffinata. Perennemente aperti a collaborazioni con una miriade di artisti di estrazione avant, indie, electro - dai Velma ai Lapse, da Techno Animal agli Zu, da Kid 606 agli Enon – e con un debole per la vecchia Europa bianca: vale la pena ricordare che hanno all'attivo addirittura un full lenght insieme ai Faust. In Deadverse Massive Vol. 1 ritroviamo rarità provenienti dal periodo successivo all’album d'esordio del 1998, Negro, Necro, Nekros. Usciva per la Gern Blandsten nel medesimo periodo in cui la stessa pubblicava Sultans of Sentiment dei Van Pelt. Col senno di poi questo particolare non può non apparire precursore dei tempi. Non a caso nel 2000 fu la Matador a far uscire il 12'' split insieme a Techno Animal da cui proviene il remix di Megaton, proprio il pezzo che apre questa raccolta: una suite morriconiana notturna e malinconica su un incedere di beats possenti. Una sorta di trip hop pesante, quasi una versione hardcore dei Portishead. Vague Recollection, dallo split con Kid 606 su Tigerbeat 6, è un pezzo delicato ed atmosferico come certi frammenti dei cLOUDDEAD di quel periodo. Sublime. I due pezzi tratti dallo split con i Velma, la progressione di Desolate Peasants ed il remix di Rouge, sono infatti tra i momenti più alti inclusi in una raccolta che riserva ancora innumerevoli sorprese: dal remix della deliziosa In This City degli Enon all’inedito strumentale Music For ASM, un pezzo ambient noir e avveniristico che sarebbe un delitto non utilizzare in ambito cinematografico, magari per sottolineare uno dei trip visionari paranoici di Philip K. Dick. A chiudere i brani del recente e raro mini album Streets All Amped su Ad Noiseam.

In definitiva questo è un disco per tutti: sia per chi conosce bene gli album dei Dalek ma non la loro produzione meno visibile sia per chi deve ancora accostarsi a questa band essenziale. (7.9/10)