La riscoperta dell’estetica post-punk e new wave a suon di house. Il make up dei Rapture. L'Lcd Soundsystem e la rivoluzione del dopo-house. Tutto questo e molto altro sotto un'unica sigla: DFA.

Il fenomeno DFA non è recentissimo. Al di qua dell'Atlantico
(ma non solo) se ne parla in verità dal 2002: a farsene promotrice è Pitchfork,
la più famosa rivista di critica musicale della rete, che proprio
in quell'anno dipinge la label come "la cosa più importante
che attualmente ci è data dall’universo musicale".
Ma chi si nasconde dietro a queste tre lettere puntate, acronimo della
sigla Death From Above?
I fantomatici DFA sono un duo, Tim Goldsworthy e James
Murphy, personaggi complementari e trasversali nello stesso tempo,
perfetti artigiani globali in un mondo sempre più contaminato, scientifici
e lungimiranti riscopritori di un’estetica post-punk e new wave consapevoli
delle migliori produzioni in ambito techno e house.
Entrambi nascono come produttori, svolgendo parallelamente l’attività di
musicisti: il primo vanta un passato nell’universo trip-hop (U.N.K.L.E.,
Mo Wax e Major Force West) e una serie nutrita di remix (The Verve, Radiohead, Beck, Can,
Tortoise e Massive
Attack), l'altro sfodera invece un retroterra decisamente indie (era
nella stanza dei bottoni per June Of 44, Primal Scream, Six
Finger Satellite, Trans Am e come strumentista in
band come Pony e Speedking).
DFA non è soltanto un’ etichetta: la sigla nasce per identificare
dapprima un sound system - creato dal solo Murphy per i Six Finger Satellite
- e poi - in seguito all'incontro con Goldsworthy - un moniker per le release
di mix e remix. Non solo: DFA è anche Plantain, lo
studio stanziato al West Village newyorchese dove fisicamente avvengono le
produzioni (legato, questo, ad un'associazione fondata da Tim, l’ennesima
tra le numerose emanazioni del marchio DFA).
Tra queste mille attività, un progetto è comunque molto chiaro:
rifare il make up al sound di alcune band, operazione che finirà per
ridefinire i canoni del rock e della dance, fondendoli nuovamente come non
accadeva da più di vent'anni; il disegno acquista forma fin da subito,
quando si tratta di produrre The Juan McLean (ovvero John
Maclean, ex Six Finger Satellite), anche se si definirà pienamente solo
con i Rapture,
un'acerba wave band di post-hardcore.
Dopo una prima release che sposta il baricentro sonoro della band verso la
No Wave e il funk bianco - il mini Out Of The Races And Onto The
Tracks (Sub Pop, 2001) -, i due produttori trovano la giusta
chiave di volta con House of Jealous Lovers, un brano rivoluzionario
dove dance e post-punk si bilanciano perfettamente.
Il viraggio decisamente dj-oriented della traccia confonde i Rapture, che si
mostrano inizialmente reticenti alla pubblicazione; tuttavia, sbrogliati i
dissidi, il singolo prende piede nell'undeground newyorchese dando nel contempo
la giusta spinta al marchio DFA.
La label pubblica così i lavori di The Juan Mc Lean, Black
Dice ma anche di Gavin e Delia, oltre naturalmente allo
stesso James che, sotto la ragione sociale di Lcd Soundsystem,
si farà carico di enunciare i diktat del nuovo corso.
Uscito nel 2002, il manifesto prende il nome di Losing My Edge
/ Beat Connection, un binomio di groove caldi e secchi che si
traducono nelle ritmiche wave-tribal in puro stile !!!, in
aperture synth ambientali Warp 90, nel canto monocorde à la
no-wave, in casse dritte techno e in drappi acquatici à la Pump
Up The Volume. È un ibrido ben congeniato, rivolto non al ballo
acefalo dei rave bensì a quello colto preconizzato dai Kraftwerk (benché traviato
dal punk). A questo punto, a mancare è soltanto il cosiddetto stappo
della bottiglia.
Basta aspettare l’uscita di Echoes,
il primo full-lenght dei Rapture su major (Universal), il botto è decisamente
fragoroso. Si crea, per tutto il 2003, un hype spaventoso intorno ai quattro
newyorkesi (l’album è sulla bocca di tutti, pure di molti scettici),
tanto da spingere il duo a produrre una prima compliation per valorizzare gli
altri cavalli da battaglia della scuderia DFA.
L'operazione mette in moto un tam tam mediatico che tuttavia coinvolge più i
circuiti della critica che le classifiche di vendita; meglio farà nel
2004 la seconda parte di quella raccolta. Complice dell'operazione è anche
qui una major - Emi - che, in seguito a mesi di trattative, è riuscita
ad accaparrarsi il production duo più cool del circondario, dispensando
un triplo cd - DFA compilation #2 - nel novembre
del 2004. E così, battendo il ferro finché caldo, si arriva a
febbraio 2005, data di pubblicazione del primo (doppio) album omonimo di Lcd
Soundsystem, un lavoro a 360°, fortemente marchiato da elettro-rock
analogico e post-punk, che rimescola elementi synth-pop e no-wave in un cocktail
sfizioso, ora alla moda più che mai.
Tim e James cavalcano l’onda di un successo tanto meritato quanto fugace,
come produttori godono attualmente di una fama assodata: nel 2004 tutti li
hanno voluti a mixare i loro lavori, da Björk a Beck,
raggiungendo, con le proposte (rispedite al mittente) di Britney Spears e Madonna,
i picchi più elevati di un’escalation apparentemente inarrestabile.
L’impresa più ardua, ora, è confermarsi a questi livelli,
per consolidare la propria credibilità in un mondo mai sazio di novità,
che fagocita e consuma così voracemente tutto.
Entro il 2006 (quando scadrà il contratto con la EMI) vedrà la luce l’album di The Loving Hand, il neonato progetto solita di Tim Goldsworthy.

Con i cavalli da battaglia House Of Jealous Lovers e Losing
My Edge, due hit underground nel 2002, questa compilation
(uscita negli USA nello stesso giorno di Echoes dei
Rapture) tira le fila della prima sfornata del DFA pensiero.
Post-Punk, No Wave, Disco, House, techno (e naturalmente i cowbells - i campanacci
- da samba alienato che un po' a prezzemolo costituiscono il leit motiv di
tante produzioni), sono tutti elementi che saranno certamente sviluppati in
modo più compiuto nella seconda compilation e che qui godono di una
prima scaffalatura.
Tralasciando la modesta ballata dub Silent Morning (b-side del singolo
di House of Jealous Lovers), di certo un culto per gli appassionati
del revival dell'underground techno pop targato ottanta, è Juan
McLean (By the Time I Get to Venus e You Can't Have It
Both Ways) che si propone come il più Rave del lotto e con gli Lcd
Soundsystem a godersi ancora i frutti di fortunati A-Side Losing
My Edge e Give It Up (riproposti entrambi nel secondo cd dell'album
omonimo uscito nel 2005), a rendere veramente indispensabile l'acquisto è l'imprevedibile
contributo dei Black Dice che proponendo per
intero il raro 12'' Cone Toaster / Endless Happiness,
rappresentano il vero motivo d'acquisto di questo compact (notare la durata:
24 minuti, praticamente più di un terzo della durata della compilation).
(6.6/10)

Un tomo incredibile di tre cd. Più di tre ore di musica con gli artisti dell'etichetta Dfa e un paio di chicche di cui una veramente "mitologica". Una profusione di ritmi dance sospesi tra i '70, i duemila e il futuro. Un ballo bianco che contempla la nevrosi urbana di James Chance, gli umori cool della Berlino di Bowie e a essi appone la lezione techno di Detroit, quella House di Chicago e quella electro di Düsseldorf. Un salto carpiato nei primi novanta di Pump Up The Volume visti con quel distacco cool che è punk. Tanta samba - aliena alienata - sparsa a prezzemolo, clapping di mani. Tante voci annoiate, agitate, irritabili, eccitabili, tese, irrequiete, inquiete, suscettibili.
Si va da una disco-music in odor di Tony Manero da inizio serata (o da soft porno) con Black Leotard Front (ben tredici minuti) alla techno levigata di dei kraftwerk-iani The Juan Maclean (I Robot), dai famosi dei del funk bianco post-modern The Rapture (Alabama Sunshine) agli ambienti industriali Human League di Delia Gonzalez & Gavin Russom (Rise - in un remix a opera DFA che è un omaggio dichiarato ai Kraftwerk di Radioactivity), dal dub da soundsystem visto dall'ottica Autechre sempre di The Juan Maclean (Dance Hall Modulator Dub) ai deliri ancarco noise di Black Dice (il tour-only single Wastered).
E naturalmente da lì s'arriva all'esaltante catalogo Lcd Soundsystem con due versioni diversissime di Yeah (quella ambient - Pretentious Mix - e quella nervosa e in crescendo - Crass Version -), una buona On Repeat in veste Dub e una sempre eccezionale Beat Connection (anch'essa in esaltante crescendo). Chicche assolute il brano Bellhead degli idolatrati Liquid Liquid (gruppo mito degli anni ’70 per i DFA - ecco da dove viene tutta quella samba aliena!), Sunplus dei J.O.Y. (ovvero Kudo degli U.N.K.L.E. e Yoshimi P-We dei Boredoms) e il remix ballabile di Eye (sempre Boredoms) di Endless Happiness (brano dei Black Dice che nella sua versione ambient chiudeva la compilation #1) che spostano e osano senza problemi fregandosene anche dell'elemento ballabile tout court a favore della sperimentazione elettronica, vocale e ritmica.
Dfa compilation è una raccolta veramente impressionante
che dà piena giustizia al sottobosco che s'è agitato
negli ultimi mesi al di sotto di realtà famose come Rapture e Lcd
Soundsystem.
Certo i destinatari principali di queste tracce (spesso appositamente lunghe)
sono i dj, ma sono proprio loro che dovranno iniziare la rivoluzione del dopo-house… sempre
se questa avverrà. (8.0/10)

James Murphy non è uno sprovveduto,
nel corso degli ultimi tre anni, ha spianato il terreno alla
propria creatura studiando ogni dettaglio. Come produttore ha
mandato avanti i propri pupilli abituando un pubblico underground
alle sonorità che voleva, come musicista si è mantenuto
nelle retrovie facendo uscire una manciata di singoli ben oculati
(tutti presenti nel secondo cd dell’album) creando così culto
e aspettativa. Non solo, con la ferma intenzione di operare un
rivoluzione in musica come non se ne vedono dal '87 - la mitica
summer of love dell'acid house -, ha fatto prima uscire allo
scoperto i Rapture dandoli
in pasto al mainstream (maniaci dell'House compresi) e poi ha
sfoderato, con due compilation (smerciate prima su piccola scala
e poi attraverso la grande distribuzione), tutto l'arsenale dance-rock,
p-funk, disco-punk che la DFA aveva a disposizione.
Ora, a tre mesi di distanza da quest'ultima, il musicista 34enne, proprio come
un buon giocatore che trova il momento più propizio per calare il poker
d'assi, pubblica (sempre per la EMI) una collezione di inediti pensati, ricercati
e elaborati allo scopo di lasciare il segno nella cultura rock (ma anche dance)
contemporanea. E non c'è dubbio che i nove brani di quest'album, conficcati
nel ventre di una New York di nuovo al centro del mondo, sfilino veloci e accattivanti
nelle orecchie di un'audience che sembra non voler altro.
Pienamente inserito nel panorama di mixing and melting della nostro presente,
l’Lcd Soundsystem assembla con materiali poveri brani carichi di lucida
paranoia dance, che si animano come umanoidi dalle fattezze giovanili. Proprio
come dei terminator Schwarzenegger che rubano i vestiti al motociclista di
turno e salgono sulle Harley Davidson, le tracce scorrono rapide e con le mani
ferme sui manubri, a partire proprio da quella Daft Punk Is Playing at
My House, secondo singolo estratto (il primo era Movement uscito
a novembre 2004 con retro Yr City's A Sucker) ma primo capitolo di
una collezione che s'impone (anti)anemica e situazionista.
Appoggiandosi a un ritmo ben cadenzato – batteria e contrappunti di battiti
di mani stile Stooges – e aprendosi a leggere dissonanze
di chitarre e i “soliti” campanacci –, Murphy canta declinando
in versi la noia e la paranoia che forse non gli appartiene ma gli è caratteristica,
con quel fare tutto newyorchese e l’ossessione malcelata per James
Chance e Mark E. Smith. A incalzarlo un riff che
monta ma non esplode costituito da un basso in stile Big Black e
synth: in pratica l’elettro-rock che fa da ponte immaginario sull’Atlantico
(per inciso, il video è un remake di Around The World ambientato
a Brooklyn, dove omini in calzamaglia avanzano come i led “semaforici” di
un mixer).
Più avanti, s'inpongono una serie di tracce variegate, che, riesumati
i generi underground del dopo-punk, ne tentano una rilettura attuale: dall’ipnotica Too
Much Love che fa il verso a Dj
Hell e Brian Eno – ritmiche industrial e samba alieno –,
al synth-pop sbarazzino tra a New Order e Marc Almond (via Patrick
Wolf) di Tribulations, dall’hardcore à la Fall di Movement – marcetta
serrata di synth e tripudio di distorsioni –, a quella sorta di cordone
ombelicale tra !!! e Rapture che nasce
dal funk bianco di On Repeat – crescendo di basso, batteria,
chitarra no wave, bleeps, synth moroderiani –, fino ai deliri in sincope à la Alan
Vega di Thrills – ipnotiche percussioni africane, folate
laviche Pan Sonic, claps, charleston – e alla discomusic
di Disco Infiltrator – coretti "gai" à la Glam
Rock, ritmiche funk e effettismi Kraftwerk.
E se con tutti questi rimandi il cocktail rischia di creare un’effetto
bulimia, ecco Murphy cimentarsi con due esercizi melodici che stemperano la
foga e aprono alla distensione: da una parte Never As Tired As When I'm
Waking Up, che il produttore sostiene di aver disegnato sulle tracce di Dear
Prudence (dal White Album beatlesiano), ma che
possiede più di un’illuminazione dei Pink Floyd di Dark
Side Of The Moon; dall’altra la suite lunare di Great Release,
deviata tanto da Here Come The Warm Jets di Brian
Eno che da The Private Psychedelic Reel dei Chemical
Brothers.
Prodotto in provetta di chi ha auspicato e costruito nei bassifondi
che contano un futuro che è ora, Lcd Soundsystem si porta
dietro pregi e difetti che hanno accompagnato a suo tempo Echoes dei Rapture:
da una parte un indubbio risultato estetico, dall’altra
la perdita di ingenuità e impeto, elementi imprescindibili
del rock , ma anche della House e Techno primigenia.
Di fatto, se di ridefinizione della dance contemporanea dobbiamo parlare, migliore
risulta sicuramente il lavoro di Dj
Hell che non ci ha pensato due volte quando si trattava d’affondare
il coltello nel ventre di un house adulta e in depressione, che non si è curato
dei limiti di minutaggio quando ha deciso di riprendere i Suicide (Vega presente
nel disco) e certi deliri punk.
Al contrario di quel che era accaduto con i fortunati singoli (Beat Connection,
Yeah), Murphy sembra averci pensato troppo, o perlomeno aver voluto consegnarci
una versione dell’Lcd a piccoli flash lo-fi. Ma Murphy non è Beck,
e il suo soundsystem è un prodotto nato per assecondare groove ibridi
che difficilmente si sposano con la forma canzone da fruizione domestica. (6.9/10)

Prima dell’avvento di masterizzatori, mp3 e peer-to-peer, l’unico modo per conoscere un’etichetta (e l’eventuale scena collegata) era acquistarne l’economico sampler annuale. La DFA esce con una compilation al prezzo di 10 centesimi al minuto (!), imperdibile sia per i dj in cerca di remix sia per chi vuole approfondire la conoscenza della label.
Il finlandese Luomo tira fuori Smiling Off da un mare di feedback per trasformarla in un dub ipnotico e malato, che sembra provenire dallo spazio profondo. Too Much Love è completamente stravolta, il Rub 'n' Tug mix la umanizza sciogliendone i suoni robotici in un incubo afro, un marasma plunderfonico di voci, versi e sospiri, quasi un’outtake di My Life In The Bush Of Ghosts, incredibile. Tito’s Way di Juan Maclean è un pezzo di disco mutante dove i Was (Not Was) tengono in ostaggio George Clinton in mezzo a due versioni antitetiche di Give Me Every Little Thing.
Si chiude con due anthem degli Lcd Soundsystem in mano a due star dell’elettronica attuale. Se Tiga maschera Tribulations al punto di renderla irriconoscibile per diversi minuti prima dell’esplosione finale, i Soulwax non incidono più di tanto su Daft Punk Is Playing At My House, se mai ne amplificano la potenzialità da party-hit. Un disco che riempie l’attesa che ci separa al prossimo botto di James Murphy e soci. (6.8/10)

Ecco il primo capitolo della raccolta di remix della premiata ditta Murphy/Goldsworthy. Quanto siete disposti a spendere? La DFA ha sempre praticato la politica di contenimento dei prezzi, soprattutto per i succulenti cofanetti, 20 € per nove tracce già edite puzza di raschiamento del barile a scapito dei numerosi fan completisti.
Sui pezzi niente da dire, autentici capolavori che hanno fatto la fortuna del duo.
Prendono la banale Dance To The Underground dei Radio 4 e la fanno risorgere, riescono dove altri dj hanno fallito, con una versione elettronica finalmente convincente di Jon Spencer, sotto FX e stellare in Mars Arizona.
Si va poi dalla frammentazione di Emerge in cristalli di quarzo minimale allo stravolgimento di Dare con Mr. Albarn che parte ancheggiando sulle zeppe e finisce KO sotto una grandinata di svisate techno. Veramente ottimi lavori, ma per il secondo capitolo, oltre ai remix di N.E.R.D. e Nine Inch Nails, sarebbe gradito qualche inedito o un prezzo più conveniente. (5.0/10)

Ecco il secondo capitolo della raccolta di remix della premiata ditta Murphy/Goldsworthy. Quanto siete disposti a spendere? La DFA ha sempre praticato la politica di contenimento dei prezzi, soprattutto per i succulenti cofanetti, 20 € per otto tracce già edite puzza di raschiamento del barile a scapito dei numerosi fan completisti. Sui pezzi niente da dire, autentici capolavori che hanno fatto la fortuna del duo. Irresistibile Shake Your Coconuts, basso spinto e call and response immersi in frammenti di cowbell e spuntoni housy, così come Far From Home di Tiga che viene accelerata e stravolta in un finale dalle atmosfere trancedeliche.
La torrida She Wants to Move dei N.E.R.D. viene narcotizzata e sbattuta in pista ricoperta di synth e lustrini disco, i N.I.N. sono coinvolti in schianti virtuali e testacoda robotici per chiudere con versione mastodontica di In A State, uno dei pezzi migliori della raccolta.
Veramente ottimi lavori anche questa volta, aspettiamo il doppio cd a prezzo speciale. (5.0/10)

Remi in barca per Murphy e soci. Questo vien da pensare al primo ascolto del secondo lavoro del famoso marchio LCD Soundsystem. Sound Of Silver è un album senza sorprese e quel titolo Get Innocuous! sembra quasi farsene carico senza troppi patemi. C’è il riff di We Are Robots dei Kratfwerk là dentro, copiato quasi per intero se non fosse per quel paio di note (e tutti sanno quanto Ralph e Florian s’incazzano per queste cose), poi c’è un altro di questi mezzi plagi in North American Scum, dove possiamo riascoltare The Rockabilly Skank di Fatboy Slim, infine l’autocitazione nel funk bianco in stile Daft Punk Is Playing At My House di Time To Get Away con l’oramai stereotipica posa narrativa e lievemente spastica di Murphy. Più avanti le cowbell sono esattamente dove le volevamo sentire: a sostegno d’un tempo asciutto in balistica post-punk e automatismi funk bianchi (Us Vs Them); infine Prince (andatevi a vedere dove) e in ultimo, le ballate in triangolazione Brian Eno, David Byrne e Bowie, trinità in conio berlinese al quale il Nostro si genuflette senza sipari esattamente e coerentemente come l’intera cordata DFA da lui capitanata dall’inizio dei tempi.
Trascorsi cinque anni, e giunti a questo punto del percorso artistico (svariate compilation commemorative all’attivo) più che speculare su cosa abbia citato Murphy in Sound Of Silver - giochino che all’epoca dell’emul era assieme un atto di perversione e scetticismo -, c’è piuttosto da domandare ai suoi potenziali acquirenti se nel frattempo abbiano preso dimestichezza con quelle citazioni. Eh sì, perché una volta consumato il catalogo dei riferimenti, forse saranno quest’ultimi a rimanere nel lettore. Non è per gettare il bambino assieme all’acqua sporca (con tutta la tinozza): il debutto a firma LCD Soundsystem era un buon disco e tale rimane, come del resto non è insufficiente nemmeno quest’ultimo, ma l’intingolo schiuma e sappiamo che presto lasceremo l’edificio. Intanto però, ancora una volta, balliamo, un po’ a denti stretti, ma balliamo. (6.0/10)
Aria da bravo ragazzone, qualche chilo di troppo fasciato da una t-shirt non proprio della misura giusta, barba incolta di pochi giorni. Non lo si può di certo associare allo stereotipo della rockstar, eppure James Murphy, complicil’ Hot Chip Joe Goddard e la vocalist Nancy Wang, ha grinta da vendere e a renderlo unico è proprio il contrasto tra un aspetto che è la negazione dell’animale da palcoscenico e l’energia irrefrenabile che è capace di trasmettere al pubblico, in uno spettacolo che rinvigorisce la cultura del dancefloor con puri momenti di rock al fulmicotone. A dominare la scaletta è naturalmente il nuovo The Sound of Silver, inframezzato qua e là dai cavalli di battaglia del primo album, tra cui arriva senza farsi attendere una versione accelerata di Daft Punk Is Playing At My House. Tanto per affondare il colpo, ecco il freschissimo tormentone North American Scum, riff ruffiano ma impossibile da assecondare, soprattutto con le gambe.
Ma il gioco si fa serio quando parte il synth di Tribulations e la platea si trasforma in un delirio di mani e piedi impazziti, un unico coro a far risuonare l’eco nel locale. Un ragazzo riesce a salire sul palco ma la security lo rimette prontamente al suo posto, Murphy con fare paterno esclama in inglese “siete fantastici , ma non fatevi male” . A seguire, la sarabanda house Beat Connection, l’esplosiva furia punk di Movement, valorizzata dall’amplificatore della chitarra sparato al massimo al momento giusto, e una versione molto “extended” di Yeah, con un Murphy ormai completamente calato nella parte di gran cerimoniere della serata e intento a martoriare la batteria senza ritegno su quello che è il brano-mantra del genere. Il canovaccio è noto: il tiro funk-wave esplode nella maggior parte dei casi in assoli distorti ed effetti sintetici da modernariato anni Ottanta, forse troppi e troppo particolareggiati per essere resi appieno dall’acustica del locale (On Repeat, Thrills), ma forgiati quel che basta da strumenti e mixer per rendere il groove degli LCD senza sbavature. Anzi, se in studio il coté elettronico tiene sempre sotto controllo quello più abrasivo, nel live i ruoli si invertono e tutto tende ad andare meravigliosamente sopra le righe: l’attitudine punk straborda nella disco, il ritmo spinge l’acceleratore e non abbassa mai la guardia, anche tra un pezzo e l’altro.
Dopo un’ora e mezzo di ininterrotti beat, il bis riserva la sorpresa di una cover dei Joy Division (No Love Lost) e il tributo a New York che corona anche The Sound of Silver, quella malinconica ballata un tantino troppo debitrice ai bassifondi di Lou Reed ma perfetta da cantare sudati e contenti con un accendino in mano. O, come insegna Mr. Murphy, crooner d’eccezione, con un asciugamano in testa.
Arriviamo al Parco della Pellerina proprio durante la pausa fra gli Who Made Who e gli LCD Soundsystem, quindi non ho parole da spendere sulla band precedente. Le mastodontiche architetture delle luci dei Daft Punk come fantasma per l’esibizione che di qui a poco vedremo, James Murphy con il suo fare da bonaccione trudy in sovrappeso e il suo gruppo salgono sul palco.
Si parte con una Us And Them al fulmicotone. I Nostri macinano rock e funky come una vera macchina da guerra oliata e la band risponde con un suono impetuoso, un groove solido offerto da un’attenta sezione ritmica veramente puntuale, e i synth della giapponesina di turno che partono aerei per poi discendere a scompigliare la marea umana in una Tribulations serpentesca, viscidamente devota al groove più impetuoso, suono che percuote lento le membra e poi le sfalda nella perfezione di quel singulto per anime danzanti che è il pezzo. Scorrono una Time To Get Away e il singolone North American Scum e si ha la sensazione che sul palco stiano facendo veramente sul serio. Passano altri successi presi dall’omonimo disco d’esordio e la verve aumenta arrivando alla magia dell’ultima Yeah, magia interrotta da problemi tecnici che scalfiscono la purezza ballante del momento. Si riprendono il palco poco dopo e ci si butta a capofitto fino all’ultima nota. Io mi aspetto inutilmente una Losing My Edge poiché la vedo come la migliore introduzione possibile al duo francese ma non arriva. E poco male. C’è da essere contenti ed elettrizzati.
Passa mezzora, 45 minuti, l’aria è ormai frizzante, manca solo che le tende si aprano e che si dia il via alla folla per accendere uno pseudo rave party da delicatessen torinesi. Bam: la tenda si apre, la piramide si annuncia da sola nella sua maestosità e Robot Rock annienta le gambe e anestetizza il cervello. Sono arrivati quei furboni dei Daft Punk. Tute spaziali, caschi infarciti di led luminosi, movimenti sincopati, cervello ormai in stand-by e la folla osannante. Quando poi partono le parole sullo schermo di Technologic si è ormai al delirio annunciato, delirio che arriva puntuale nella purtroppo brevissima Around The World che nonostante i 10 anni sulle spalle è ancora un bel calcio nel culo di brano. Giungono come bordate sui neuroni Television Rules The Nation e Human After All, ma l’abbaglio è ancora una volta con i fantasmi Kraftwerk virati Moroder di Homework e allora via ad una Revolution 909 sbalestrante, a una Rollin’ & Scratchin’ aberrante nella sua ineluttabilità e a una Burnin’ che è uno degli apici comunicativi che il duo propone alla folla stipata in ogni dove. La stampa stima 60 000 persone religiosamente abbagliate. È un’orgia umana, l’elettronico che si rende umano, dopo tutto. Pausa. È arrivato il tempo per una Da Funk come sempre dirompente nella sua glacialità monocorde e c’è il tempo per scatenarsi di nuovo con un repeat di Human After All.
È inutile, la componente visiva non può essere appagata altrimenti, ma quello che mancherà sempre ad un set dei Daft Punk è l’immediatezza live che potrebbe preservare un concerto reso con strumenti consoni e non con due consolle piene di samples… Ma questa è l’estetica dei djset stellari a migliaia di mani. Questo è quello che conta. Lo spettacolo è quello che è, tutto sommato c’è a chi basta. E viene da dire “ce ne fossero…”