
Presa così come viene questa nuova uscita dei Cursive ci appare un po’ più di una raccolta di materiali ormai difficilmente reperibili, usciti negli scorsi anni per Saddle Creek, Makoto e Zero Hour. The Difference Between Houses And Homes è soprattutto un’occasione per cercare d’inquadrare il gruppo di Omaha a partire dai suoi esordi. Ci sono così i primi brani che conservano una freschezza, in seguito reindirizzata verso prove più mature come Domestica (2000) e The Ugly Organ (2003), che non dispiace riascoltare. Ben vengano (ritornino) quindi le varie Pivotal, Dispenser e Sucker & Dry con tutto il loro armamentario di melodie e voci tirate. Fin dagli esordi infatti Tim Kasher & soci non hanno mai difettato d’intraprendenza e voglia di dire la loro, specie in un mondo inflazionato come quello dell’emo, dove è sempre facile assomigliare a qualcun altro.
Detto questo i Cursive erano (e sono ancora) un gradino sotto rispetto a gruppi consimili e più dotati di mezzi e prospettive come Braid, Get Up Kids, Boilermaker o Engine Down, per tacere dei gruppi storici di un genere che già da qualche tempo si va pericolosamente avvitando su sé stesso. Meglio allora un pezzo come Nostalgia, buon esempio di come iniziare a svincolarsi dai dettami emo per portarsi verso una dimensione più compiutamente indie-rock, pur conservando le originarie inflessioni post-punk. Non è un caso che Tim Kasher, dopo aver condiviso le pulsioni rockettare adolescenziali con Conor Oberst nei Commander Venus e nei Desaparecidos, abbia lentamente cercato di liberarsi- soprattutto con The Ugly Organ - da un certo tipo di sonorità. Meno talentuoso di Conor, Tim ha comunque raggiunto una sua maturità, e questo disco gli avrà senz’altro regalato la sensazione di aver percorso un bel pezzo di strada. (6.7/10)

Tornano i Cursive, con un disco figlio di quel The Ugly Organ che qualche anno fa venne salutato come un capolavoro. Oggi come allora, infatti, la band del cantante e chitarrista Tim Kasher sembra abbandonare in parte le bordate hardcore che avevano pesantemente caratterizzato la prima parte della carriera dei Cursive. Attenzione però: le distorsioni continuano a ruggire anche in questo Happy Hollow. Solo che le canzoni viaggiano verso mete differenti da quelle incendiate con i lavori precedenti.
E così, una ballata come Into The Fold suona radiofonica – in senso positivo – come mai era successo in passato (e sì che nel repertorio non mancano gli esempi similari), mentre con Dorothy Dreams Of Tornados sembra di ascoltare i Queens Of The Stone Age desertici e blues di God Is In The Radio. E poi c’è lei, Retreat!, un brano che si dimena tra vocalità pop-rock e bassi saltellanti, all’interno di un’impalcatura dai vigorosi capitelli jazzati. Detta in altri termini, siamo dalle parti della lounge. Proprio quella che si ascolta in sottofondo agli happy hour, mentre si sorseggia un martini col mignolo alzato. Ma stavolta non è un accostamento azzardato. Perché la nuova formazione targata Cursive spinge la musica verso queste direzioni, pur con tutte le dissonanze, deviazioni e brutalità del caso. Kasher, infatti, ha sostituito la violoncellista Gretta Cohn – l’elemento che più di tutti ha permesso al gruppo americano di maturare uno stile più personale con The Ugly Organ – con un’intera sezione di strumenti a fiato. E il risultato funziona. Bastino il ruggente funk di Bad Science o la trascinante marcetta conclusiva di Hymns For The Heathen per capire come i Cursive non abbiano perso il gusto della sfida.
Poi, certo, il rock. Con le cavalcate di The Sunks a scartavetrare le orecchie dell’ascoltatore con chitarre furiose ed emo-zioni come se piovesse. Con l’hardcore ossessivo di Dorothy At Forty declinato ai ritmi caraibici del ritornello. Con Flag And Family, una concessione forse un po’ scontata al rock’n’roll più classico. I Cursive, alla fine, riescono a vincere ancora una volta la sfida. Dimostrano di sapere scrivere buone canzoni e di essere in grado di sfuggire al cliché che li vuole sempre arrabbiati, violenti ed urlatori. Se la vittoria non si discute, bisogna vedere allora il numero di gol con cui la band porta a casa il risultato. Forse, sono un po’ meno di quanto ci si aspettava. (6.8/10)