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Cristina Donà

di Stefano Solventi
Sempre più cantautrice, sempre meno rocker. Femminilità differita che indaga e si indaga, distribuendo fascino e mistero, minacce e dolcezza, apprensioni argute e speranze indolenzite. L'abisso discreto di Cristina Donà. La nostra intervista.

Semplificando l’intensità

Il 1997 è l'anno di Tabula Rasa Elettrificata dei CSI e di Hai paura del buio? degli Afterhours, mentre i Marlene Kuntz hanno da poco strapazzato il sempre più largo seguito col bruciante Il Vile. Oltremanica e oltreoceano assistiamo altresì all’apice creativo di PJ Harvey e Mark Lanegan, ad un Nick Cave ormai votato al melò più torbido, alla travolgente ancorché caduca rivelazione Jeff Buckley. Un ottimo terreno di coltura insomma per tutti quelli che amano seminare romanticismo e inquietudine annaffiandoli con cupi svalvolamenti elettrici. Come l’esordiente Cristina Donà.
Classe '67 da Rho, un diploma in belle arti, Cristina inizia a professare come scenografa in ambito video e teatrale per poi darsi alla musica previo l'incoraggiamento di Manuel Agnelli, che la recluta per i concerti d'apertura degli Afterhours ancora anglofoni del '91. La Mescal è quella che ci vede lungo prima degli altri, ed è per i suoi tipi che nel '99 esce Tregua (Mescal, 1997). Prodotto da un Agnelli bravo a cogliere in flagranza la tormentata intensità di Cristina - di quella Cristina – è un album cupo, squarciato da ragli femminini e fieri (Ho sempre me), capace ora di tumide foschie folk-blues (Le solite cose), ora di romanticismo desertico (Stelle buone) e ora di affilato sarcasmo (Senza disturbare). Gli organi, le chitarre, le percussioni, ogni suono sembra appena colto dal buio di una stanza-anima, dove un’imprendibile morale produce punti di vista lancinanti, contesi tra pessimismo e voglia di uscirne viva.
Un debutto col botto, giustamente premiato con la Targa Tenco, cui fa eco un'opera seconda come minimo sconcertante. Nido (Mescal, novembre 1999) risente senza dubbio della travagliata gestazione (il producer Mauro “PFM” Pagani passa la mano a Manuel Agnelli dopo i preliminari) e delle eterogenee calligrafie degli ospiti (Marco Parente, Morgan, Robert Wyatt). Un calderone avant, pop e rock che non prova neanche a stemperare i sapori. Semplicemente, alterna la vena enigmatica e lunare à la Parente (Volevo essere altrove, Terapie), piglio sferzante Agnelli (L'ultima giornata di sole, Qualcosa che lasci il segno) e incantevoli acquarelli Wyatt (assieme a lei in Goccia), suggellando il tutto col folk blues circospetto di Mangialuomo, quasi un ritorno alle atmosfere di Tregua. Cristina si cerca tra calligrafie diverse che comunque sembrano appartenerle in toto. Il risultato è una transizione sfaccettata, con un interrogativo per ogni indizio.
A spuntarla alla fine è la vena autoriale. Il terzo lavoro Dove sei tu (Mescal, 2003) - prodotto da Davey Ray Moor, già leader dei Cousteau - segna infatti un netto cambio di rotta verso la forma canzone, senza però rinnegare del tutto l'eterogeneità stilistica e gli azzardi. E’ un lavoro ben più coerente rispetto al predecessore, soprattutto riguardo l'accuratezza degli arrangiamenti (l'intensità patinata delle chitarre, archi, trombe...), anche se il rischio di cadere (scadere) nella trappola della normalità è dietro l’angolo. Fortuna che Cristina non è autrice né cantante... normale. Così, al soave melò di Invisibile risponde la techno-pop ossessiva/ironica di Triathlon, mentre al lirismo arcano de In fondo al mare si contrappone la veemenza wave di The Truman Show. Vanno poi messi in conto il folk-blues da taverna di L'uomo che non parla, gli umori jazzy di Give It Back ed il valzer sghembo de Il mondo (rigurgito Parente bello e buono).
Apice e cuore del disco sono tuttavia la title track, jazz-ballad dal languore stringente, e quella Salti nell'aria che ordisce pop orchestrale incantato e complice come un Brian Wilson in sollucchero Bjork. Episodi che spostano con decisione il baricentro espressivo della Donà verso un cantautorato eminentemente melodico, intenso e sofisticato.
Facciamo punto qui e iniziamo a parlarne con Cristina, che ci ha concesso una breve intervista telefonica in occasione del nuovo La quinta stagione.

Intervista

Coi primi tre lavori ci hai abituati a delle svolte nette. Per quest'ultimo potremmo parlare semmai di aggiustamenti di rotta...

E’ vero. Con Dove sei tu era iniziato un momento in cui avevo voglia di lavorare sulla forma canzone, con La quinta stagione ho proseguito, intensificando gli sforzi.

Niente più elettronica o quasi, un lavoro sobrio in direzione - se me lo consenti - rock d'autore

Sono d'accordo. Avevo voglia di tornare all'impostazione musicale di Tregua...

Proprio così. Sembra un ritorno "adulto" - e quindi più meditato, meno impulsivo - alle intime tribolazioni di Tregua.

Che poi è il mio mondo. Anche se spero sempre di proporre un passo oltre a quello che ho già fatto. Con Peter Walsh abbiamo lavorato sugli arrangiamenti in modo che si riallacciassero a Tregua, anche se quello era un lavoro in minore, con testi molto cupi, diversamente da quest’ultimo che tenta di essere più semplice e luminoso.

Da queste parti amiamo unire i puntini per vedere dove va  a finire la traiettoria... Credi lo si possa fare coi tuoi dischi? C'è una traiettoria?

Non lo so neanche io. In questo momento mi piace la forma canzone, mi piace la melodia, avere pezzi da cantare dal vivo. Tento di non fermarmi troppo sul testo per prediligere la sua espressione in musica, la melodia.

Strano, perché i testi sembrano, come sempre, molto curati...

A volte mi piacerebbe lavorare come hanno fatto i Cocteau Twins, inventarmi una lingua di sana pianta, che non tolga magia alla musica opponendole un significato che ha già di per sé. Cerco di abbinare parole e musica al meglio, ma è difficile. Molto difficile.

In questi ultimi testi si avverte una voglia di sputare il veleno accumulato, d'inventarsi - costruire - una rinnovata leggerezza. E' stato, è ancora, un periodo duro?

Un periodo duro, esatto. Un'esperienza personale difficile, i cui riflessi però s’intrecciano con la situazione generale.

L'eclisse parla davvero di quel precipizio di valori e riferimenti e speranze che mi pare di capire?

Si riferisce a quei momenti in cui sembra che non ci sia più niente per cui lottare, però contemporaneamente può esserci qualcuno che, forse, ha il potere di salvarti. Malgrado tutto, ho preferito lavorare su cose serene, rasserenanti. Il pessimismo fa il gioco di chi ci vuole non pensanti, lontani dalla voglia di costruire. In Migrazioni dico: "la paura appesantisce la mente". Certo, ho la tendenza ad essere pessimista, dicono che le persone che hanno a che fare con l'arte o la creazione hanno una predisposizione alla depressione, una cosa chimica. Mi sforzo però di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Laure si ispira al micidiale Il profumo di Suskind. I sensi e la ragione, l'istinto come una bestia nel cuore della civiltà... E' questa una possibile chiave di lettura?

Il profumo è un libro pazzesco, mi è piaciuto davvero molto, forte ma godibile. Sono una lettrice pigra, ho bisogno che i libri mi tirino per la mano, e quello ci è riuscito benissimo. Nel caso della canzone avevo voglia di raccontare quel momento in cui Grenouille, prigioniero dell'istinto, va a cercare la sua vittima. E' impressionante quel modo quasi robotico di gestire le emozioni...

La scelta di uscire sul finire dell'estate è dettata dai tempi tecnici o in accordo all'idea della Quinta Stagione (dalla cartella stampa: “secondo la medicina tradizionale cinese la Quinta Stagione è il periodo intermedio tra l'estate e l'autunno, momento propizio per preparare corpo e spirito all'arrivo del freddo”)?

Ci tenevo particolarmente ad uscire durante la quinta stagione (ride), e ci siamo riusciti. Diciamo così: siamo riusciti a far collimare i tempi tecnici con l'uscita settembrina.

Da come canti, si sente che ami il jazz, anche se saresti una cantante jazz molto particolare...

Direi fuori luogo (ride).

Macché, secondo me saresti brava. A proposito, raccontami del tuo coinvolgimento nel progetto Chantsong Orchestra.

Il jazz mi piace, anche se sono una pessima ascoltatrice. C'è talmente tanta roba che non so orientarmi. Fortuna che il mio batterista (Cristian Calcagnile, batterista jazz già al lavoro con Bollani e Falzone tra gli altri...) ogni tanto mi dà un consiglio. L'idea del disco è venuta a Igor Sciavolino, il direttore della Chantsong. Ho avuto la possibilità di scegliere il pezzo da cantare e mi sono innamorata della loro versione di Disco Labirinto dei Subsonica. Ho dovuto provare un po' per “entrarci”, ma sono contenta del risultato. Un'impostazione un po' anni trenta, stralunata...

Il tempo è tiranno, credo di poterti fare un'ultima domanda soltanto. Mi piacerebbe chiederti che ruolo gioca la femminilità nel tuo fare musica. Ti è mai capitato di sgomitare contro un eccesso o rammaricarti per una carenza di femminilità in un tuo lavoro?

L'unico luogo, l'unico momento in cui avverto la presenza di questa sconosciuta che è la femminilità è proprio la musica. Mentre compongo non ci penso, lascio che le cose escano così come le sento. Mi rendo conto poi, quando le propongo dal vivo, di avere maggiore confidenza con me stessa, col mio essere donna. Per il resto del tempo, la mia vita al di fuori della musica, è sempre una ricerca abbastanza strana, penso di averla sempre negata. Qualcuno mi dice che sono molto femminile, io penso quasi di essere asessuata...

Direi proprio di no.

Ecco, è una cosa che percepiscono più gli altri.

Forse è più una cosa differita, come certe eroine di Hitchcock.

Questa me la segno.

Ti farei almeno altri venti minuti di domande...

Speriamo in un'altra occasione

  • Nel Mio Giardino
  • Invisibile
  • In Fondo Al Mare
  • Triathlon
  • The Truman Show (Lui Riprende Dall'Alto)
  • Dove Sei Tu
  • Il Mondo
  • L'Uomo Che Non Parla
  • Give It Back (To Me)
  • Salti Nell'Aria (Milly's Song)
  • Un Giorno Perfetto
  • Triathlon (Casa Sonica Remix)

Dove Sei Tu (Mescal)

di Stefano Solventi

Ah, il nuovo della Donà: dire che lo attendevo con impazienza è dire poco. Sia Tregua che Nido mi sembrano grandi cose, ad un passo dal capolavoro, testimoni di una crescita più che evidente nel segno di una proposta sempre più articolata e acuta, capace di registri ora cupi ora scintillanti, concedendosi vaporose sottigliezze jazz-blues sotto la tutela-benedizione di un certo Robert Wyatt. Insomma, un caso pressoché unico nel panorama italiano carente di figure caratterialmente “forti” e stilisticamente coraggiose, e non mi riferisco al solo versante femminile.

Intanto, c’è da registrare una copertina niente male, virata blu, inquieta, stilosa. Quella foto all’interno, poi, fa un po’ l’effetto di quei cosi - come si chiamano – gli stereogrammi, con la mano che sembra galleggiare fuori dal primo piano. Intriga, promette mistero. Speriamo bene. Chi produce? Davey Ray Moor? Ma non è la testa pensante e suonante dietro a tutti i sordidi languori dei Cousteau? Come direbbe quel tale: e che c’azzecca?

Vabbé, all’ascolto, all’ascolto. Deliziosa, Nel Mio Giardino. Quegli archi, quella tromba, l’inganno ruffiano della melodia, mi ricorda qualcosa degli ormai ex Ustmamò… Potrebbe anche funzionare, intendo nelle radio, però che suono pulitino, che asetticità pettinata, che malizia tirata col righello. Non senza qualche perplessità, passo oltre: Invisibile, bello il chorus - tra i Roxy Music periodo Avalon e i migliori Matia Bazar, romanticheria come cristallo polveroso solidificata in formalina melò - però che fatica il piattume dei versi, eppoi Cristina ammicca un po’ troppo, sguaina la bella voce su traiettorie impostate, efficaci sì ma prevedibili, quasi fosse una cantante normale

In Fondo Al Mare invece mi convince in pieno. Sissì, è lirica e arcana. Quelle percussioni asciutte, il gracidare spampanato delle corde, la voce intima e vicina proprio come quella mano blu che vi dicevo, quella che sembra uscire dalla foto. E con Triathlon cosa succede? Siamo alla techno, senti un po’. Esercizio curioso ma piuttosto impacciato: coi versi ricadiamo nel bolso e a poco vale quel chorus serrato con chitarre echoizzate flambé (un po’ alla U2 di The Fly). Insomma, mi sorprende senza convincermi (il remix curato dai Subsonica, presente come extra track, è sicuramente migliore, energizzato dagli espedienti del caso: a ciascuno il suo, insomma).

Con The Truman Show arriva lo schiaffo, vivaddio, e che fibrosa geometria di chitarre, che lucida veemenza wave. I versi s’infervorano in groppa all’infuocato raddoppio vocale, però – mannaggia – stavolta a frullare monotono è il ritornello… Non sono mai contento, eh? Ok, ok, passiamo alla title track: valzer jazzato, cincischio vago di sonagli, fraseggio angoloso di chitarra e poi, oh, beh, come s’apre bene la melodia, com’e brava la Donà ad affogare l’enfasi, che ombre di velluto in quel violoncello, e il cupo scintillare della tromba… Gran pezzo, niente da dire. E un bravo anche a Moore, che ne co-firma la musica.

Ne Il Mondo sfarfalla la fisarmonica di Alberto Cottica (ex Modena City Ramblers, ora Caravan De Ville), scompaginandosi tra cangianti ritmi tribal-folk ed una straniante moltiplicazione vocale: curiosa, seducente, versicolore, il testo all’incirca ferrettiano svicola attraverso imprendibili sotterfugi sintetici e gorgoglii d’organo fino al fantasmatico codazzo per tromba e vocalizzi. L’Uomo Che Non Parla è invece un valzerone virato gospel dall’umore alcolico (catturato tra saturi vapori di taverna) e ironia smaccatamente uterina, il che non guasta, certo, anche perché se da una parte Cristina dimostra di saper prendere e prendersi solennemente per il culo (vedi quando accenna una sbragatura operistica), lo sventagliare delle corde Polly Jean-style ci avvisa che siamo sempre in zona pericolo, sulla linea di tiro del rock.

Di Give It Back avevo un po’ paura fin da quando ne ho scorto il titolo in copertina, temendolo perlopiù marchetta-biglietto da visita per pasturare gli alteri timpani d’oltremanica. Ho ecceduto in sfiducia, giacché acida ed eccentrica propala leggerezze scottanti e movenze oziose, il piglio jazzy cavalcato con impudica verve da una Cristina perfettamente anglofona e prodiga di vocalizzi ormonali. Che se l’ascoltino dunque, quei timpani belli.

A questo punto è un piano a condurre, e un brivido di celesta, e un golfo mistico di archi e ottoni, preludi di dolcissime malinconie: è la melodia ombrosa, vivida e toccante di Salti Nell’Aria, con ogni probabilità la migliore traccia del disco, anzi senz’altro a parere di chi scrive. Chiude Un Giorno Perfetto, ennesimo valzer pervaso di squilibrio e opalescenze sixties (gli arpeggi in contrappunto di elettrica e acustica, il contrabbasso stopposo, la sordidezza distorta del riff) che è come bearsi della rosa stringendone la spina, o inseguire il libero tormento di quella inconfondibile voce.

Insomma, che dire, un buon disco ma anche una mezza delusione: peccato soprattutto per la prima parte, più leziosa che ispirata, a tratti fiacca, fuori fuoco, roba da compitino assolto con dedizione. Meno male che poi la ragazza ci si è messa sul serio ed ha piazzato qualche colpo dei suoi, superando in surplace la terza fatidica prova. Come già dichiarato a proposito dell’ultimo Marco Parente (tra l’altro spesso e volentieri compagno di performance della Donà), non tutte le promesse – che erano autorevoli - sono state mantenute. Invoco quindi uniformità di giudizio, da cui consegue:   (6.5/10)

  • Settembre
  • Universo
  • L'eclisse
  • I duellanti
  • Migrazioni
  • Come le lacrime
  • Niente di particolare
  • Laure
  • Non sempre rispondo
  • Conosci

La Quinta Stagione (Capitol, 7 settembre 2007)

di Stefano Solventi

Per il quarto album in poco più di un decennio - senza contare la versione "internazionale" di Dove sei tu - Cristina Donà si apparecchia la più sobria delle trepidazioni. Rinuncia a molte delle residue bizzarrie - gli algidi quadretti wave, le scorribande elettroniche, i blues da taverna  - per glassare tutta l'inquietudine sotto una patina di sobrietà febbrile, che non si scompone mai troppo neanche quando l'allarme sembra sul punto di deragliare (vedi la fiammeggiante irrequietezza wave di L'eclissi). C'è molto raziocinio, quindi. Un porsi dei limiti formali in obbedienza alla poetica, che sta in apprensione tra cose sul punto di passare e divenire.
Un senso di allerta costante sotto l'apparente disarmo, una tensione radente che ciondola nel frusto languore d'un jazz folk col ventre caricato a psichedelia (Come le lacrime), nel rancore congelato d'un passo da bambola ferita (I duellanti), nell'aggirarsi da vampira in cerca di preda, preda a sua volta di cerchi che si chiudono negli echi sonici da Jeff Buckley volatile (Laure, ispirata alla lettura del micidiale Il profumo di Suskind).
Non è più tempo, insomma, di squarci e spasmi periodo Tregua, né delle allibenti situazioni avant-pop di Nido. Cristina prosciuga la propria femminina alterità e si consegna in qualche modo alla normalità del cantautorato rock, cercando di non disperdere quel taglio, quella calligrafia stralunata e beffardella, quello scivolare da ombra imprendibile che osserva, ti osserva. Spacciando con ammiccante dolcezza i trapassi del cuore-vita (Universo), rasentando la sublime ovvietà di una Norah Jones aggrappandosi al talismano di una matura isteria nel taschino (il folk jazz sordidello e sfuggente per organo e fisarmonica di Non sempre rispondo), smerigliando leggerezza e trepidazione con la sua ballad più estatica (Migrazioni).

Una parentesi di decompressione e rigenerazione inaugurata dal valzer palpitante di Settembre e chiusa da una Conosci che pennella melodia arguta sulle volute enigmatiche e setose del violoncello elettrificato. E' un disco che lavora sotto la soglia del clamore. Una di quelle acque chete che, come dicono dalle mie parti, rovinano i ponti. A pensarci bene, non è poi così lontano dalla tremebonda irrequietezza di Tregua, pacificata - come è ovvio - da una crescente saggezza. (6.9/10)

  • Piccola faccia
  • L’aridità dell’aria
  • Goccia
  • Salti nell’aria
  • Settembre
  • Sign Your Name
  • Mangialuomo
  • Stelle buone
  • I’m In You
  • Dove sei tu
  • Nel mio giardino
  • Universo

Piccola Faccia (Capitol / Emi, 28 marzo 2008)

di Stefano Solventi

Un po' a sorpresa, ad appena sei mesi da La quinta stagione torna Cristina Donà con un album che mentre fa antologia ne approfitta per meditare sul proprio songwriting. Riducendo alla loro essenza dieci episodi del repertorio originale di cui sapevamo già la spiazzante intensità, quel nudo aggirarsi tra insidia e dolcezza, ma di cui forse non avevamo ancora apprezzato abbastanza la scrittura, vuoi per l'interpretazione sopra le righe degli esordi - che spostava l'accento su una personalità tanto volitiva e selvatica quanto misteriosa -, vuoi per le sempre più raffinate soluzioni d'arrangiamento.

Così, la voce ligia ad un flemmatico trasporto e il non piccolo aiuto dei soli Francesco Garolfi alla chitarra e Stefano Carrara al pianoforte, la Donà torna sul luogo dei primi delitti svelandoci tutto l'impeto lunare di una Stelle buone, il trepido afflato folk di L'aridità dell'aria (che non sarebbe spiaciuto - presumo - a Sandy Denny), e una title track dalla morbida, raggricciante tensione. Sorprende meno poi il carezzevole mistero dell'estatica Goccia che l'allampanata crudezza di Mangialuomo, frutti colti dalla controversa opera seconda Nido, mentre Dove sei tu - dall'omonimo terzo opus - si conferma stupenda anche nei minimi termini di una delicata apprensione, forse il miglior pezzo licenziato da Cristina.

A rappresentare la più recente fatica ci sono Universo - quasi cameristica nel frugale ordito piano e voce - e una Settembre in coppia con Giuliano “Negramaro” Sangiorgi, che come è noto sa cantare in un modo solo ma per fortuna almeno non eccede e il valzer procede a ondate barcollanti e vorticose che è un piacere. Stupiscono ma neanche troppo infine due cover come Sign Your Name di Terence Trent D’Arby e I’m In You di Peter Frampton, non proprio due artisti di riferimento per la galassia indie. Del resto sulla strada del pop d'autore le uniche pietre miliari che contano sono le canzoni, e queste sono semplicemente buone canzoni. Il che ci porta vicino al nocciolo della questione, credo. (7.0/10)