Tre - ottimi - Ep di presentazione, la fondamentale spinta dell’airplay di John Peel, un primo album elogiato dalla critica, un tour di supporto ai Radiohead (2001), e un’immagine cool e misteriosa che non guasta mai, fatta di camici bianchi e mascherine sul viso. Da quasi dieci anni, altri quattro ragazzi da Liverpool presentano ciclicamente la loro visione unica dell’avant-pop in album alieni, alienati, beffardi, uguali a se stessi eppure diversi.
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Vediamo un po’, cosa bolliva in pentola nel Regno Unito più o meno dieci anni fa? Era il momento dell’exploit di jungle e drum’n’bass, con Prodigy e Chemical Brothers a raccogliere l’eredità di Madchester e a trasportarla dai club fumosi agli stadi affollati di migliaia di ravers invasati, mentre il brit pop si sgonfiava su sé stesso, con i Blur a prendere la tangente verso l’America a bassa fedeltà e gli Oasis ad ingrassare, strafatti e compiaciuti, sui propri allori. I Radiohead, dal canto loro, erano pronti a salire sul trono e a traghettare il rock (o quello che era diventato) verso un nuovo millennio fatto di anime de-umanizzate, macchine e paranoie da solitudine cosmica pre (post?) millennium bug.
E l’underground, in che stato versava? Tra continue e incessanti cacce alla next big thing da parte dei soliti Melody Maker e NME, più interessati a rincorrere i Manic Street Preachers e Catatonia di turno, alcuni nomi isolati facevano ogni tanto capolino dalle solitarie playlist degli addetti ai lavori. Sperimentatori meticciati che, novelli frankenstein, scomponevano il corpo del pop contaminandolo ed infettandolo di particelle wave, psych ed elettroniche, per lo più sopraggiunti non dalla grande Londra bensì dalle province del Regno, come la Beta Band dalla fredda Scozia, i Super Furry Animals dall’alieno Galles o, appunto i nostri Clinic.
Quattro individui provenienti da un luogo giocoforza mitologico, quella Liverpool che trasuda Fab Four da ogni angolo, a sua volta colorata a inizio ’80 dal revival psichedelico di Eco e gli Uomini Coniglio et alii. Ma più che volersi eredi dei quattro più illustri concittadini, Ade Blackburn (tastiere, melodica, voce), Hartley (chitarra, clarinetto, tastiere), Brian Campbell (basso, flauto, voci) e Carl Turney (percussioni, piano, cori) preferiscono presentarsi come una parodia residentsiana degli stessi, e lungi dal farsi discendenti di una precisa e circoscritta scena locale, da subito appaiono come una cellula impazzita nel panorama indie britannico. Art rockers tutt’altro che trendy e stilosi, piuttosto dei freak muniti di camici e mascherine da chirurgo a nascondere i connotati (in tradizione Devo o già citati Residents), con lo sguardo rivolto tanto alla psichedelia borderline dei primi Velvet Underground, Pink Floyd e Captain Beefheart quanto al (post) punk sporco e mefitico dei fine ’70 mancuniani (Buzzcocks, Joy Division). Di più, nel tempo mostreranno di essere capaci di crearsi uno stile tra i più personali e difficilmente confondibili degli ultimi anni, con tutti i pro e i contro del caso: accanto al vantaggio di essere unici ed inimitabili, c’è comunque il rischio suonare sempre allo stesso modo, pur variando minimamente la formula.

Sia come sia, un singolo autoprodotto uscito nel ‘97 - IPC Sub-Editors Dictate Our Youth, per la loro Aladdin's Cave of Golf - basta a far drizzare le orecchie del sempre attento John Peel: altri due dischetti e un contratto con la Domino arrivano nel giro di un anno, così come la pubblicazione di quanto pubblicato in un’unica compilation omonima.

Clinic (19 aprile 1999, Domino) è così il biglietto da visita ufficiale del quartetto: i primi tre EP - Beta Band docet - danno già un’idea di quello che questi tipi bizzarri intendono mettere in scena: demenziali pantomime garage-psych-pop tra Can e Beach Boys (Monkey On Your Back, con Thom Yorke ad ascoltare attento per il futuro), blues tra Beefheart, kraut ed immancabili Velvets (IPC Sub Editors Dictate Our Youth), ossessive accelerazioni dement-punk (D.T., D.P.), momenti più quieti e – diremmo - dolci (Kimberley, Voot, la strumentale Evil Bill), con una chicca come la parodia trip hop chiamata Porno, quasi dei Portishead oscuri e marci. Ascoltando di fila la scaletta salta all’orecchio una certa ciclicità: un dato non casuale, specie se visto in prospettiva rispetto alla produzione della band fino ad oggi. La ripetitività, l’ossessività e la reiterazione delle idee, ancor prima che dei limiti, diventeranno un tratto distintivo dei Clinic, così come una fantasia dirompente negli arrangiamenti - percussioni, melodica, clarinetto - e le interpretazioni vocali di Blackburn, sempre sopra le righe, tra slanci quasi melodici e cantilene burlesche. (7.5/10)

Promettente a dir poco, tanto che l’attenzione – specie della critica – si fa subito alta; il terreno è così pronto per il debutto vero e proprio, Internal Wrangler (Domino, 2 maggio 2000), ed è centro al primo colpo. Quattordici canzoncine della media di due minuti ciascuno, schegge impazzite di creatività in una fucina di idee che ad oggi suona ancora originale ed affascinante. Dal boogie beefheartiano di The Return Of Evil Bill al Barrett stile Lucifer Sam della title track, dai campanelli natalizi alla Pet Sounds (o forse sono i Residents?) in 2nd Foot Stomp a Goodnight Georgie, ballata notturna come l’avrebbero voluta i Floyd watersiani di fine ’60, dagli esperimenti assortiti della krauta Voodoo Wop al punk wave Buzzcocks e Magazines di C.Q. e Hippy Death Suite (con elementi di cabaret à la Bonzo Dog Band; non scordiamoci che i ragazzi sono inglesi) fino a due songs strepitose come Distortions - un sogno velvettiano che sposa i Kratfwerk nel finale - e 2/4 - stomp acceleratissimo à la Suicide, con i Liars di lì a venire -, ogni pezzo è uno strike che forgia uno stile da subito riconoscibile. (8.0/10) Ed è proprio qui il punto: su queste idee i Clinic costruiscono una visione peculiare dell’avant-pop unica sì, ma destinata a ripetersi ciclicamente nel tempo in album e brani uguali a se stessi, eppure diversi.

La cosa è già evidente dal secondo capitolo: nonostante il plebiscito decretato da critica ed appassionati nei confronti del debutto, suggellato prima da un invito da parte di Scott Walker all'edizione di Meltdown da lui curata, poi da un tour insieme ai Radiohead del post-Amnesiac (gli allievi che incontrano i maestri, ma a ruoli intercambiabili), Walking With Thee (Domino, 25 febbraio 2002) viene accolto tiepidamente rispetto alle aspettative. Senz’altro il disco rappresenta una sterzata verso uno stile meno vario e più monolitico rispetto agli esordi, apportando ulteriori elementi distintivi come la predilezione per atmosfere più oscure e claustrofobiche (Harmony), tonalità ossessive e spettrali (Come Into Our Room), mentre il canto di Ade si involve in un mugugno delirante a denti stretti; lo scotto da pagare, oltre all’esaurito effetto sorpresa, è una certa monotonia di fondo dovuta alla solita ciclicità. Ma è un giudizio troppo severo, perché Walking With Thee, oltre a contenere diversi brani tutt’altro che scadenti (il garage blues armonicamente dissonante, tutto organo e stop & go della traccia eponima, la delicatezza ondulata di Mr.Moonlight, l’andamento canzonatorio di Sunlight Bathes Our Room), cristallizza più o meno definitivamente il suono della band per i dischi a venire, grazie anche a una produzione meno “selvaggia”. Non i migliori Clinic, probabilmente i più compiuti. (7.1/10).

Mantenendo sempre un basso profilo mediatico – interviste rare, apparizioni rigorosamente a volto coperto –, si arriva così alla storia recente: Winchester Cathedral (Domino, 2004) è il fatidico terzo disco, che però non apporta grosse novità alla formula del quartetto. Basta il solo brano di apertura Country Mile per ripiombare dritti nelle atmosfere spettrali ed ipnotiche del lavoro precedente, in una ripetizione di stilemi (ritmo in quattro quarti, riff di chitarra circolare e ossessivo, interventi inquietanti di diamonica - o clarinetto -, voce bofonchiata e lamentosa in stile Thom Yorke post Ok Computer in acido) alla lunga sfiancanti. Intendiamoci, non un cattivo lavoro: l’ascolto regge bene e la scrittura e l’assortimento dei suoni sono di livello. I Clinic restano maestri nel saper creare quadretti angosciosi di indubbia efficacia, caratterizzati ora da un piano martellante in stile John Cale dal suono rigorosamente vintage (Circle Of Fifths, di cui Fingers è la fotocopia), ora da una violenta slide guitar e un organo doorsiano (lo strumentale Vertical Take Off In Egypt), ora dal basso usato melodicamente à la Joy Division (Anne), ora da pulsioni dance-wave (The Magician). E se la ballata psichedelica dal sapore floydiano Home, lo sparatissimo garage punk rock di marca Stooges W.D.Y.Y.B. e gli stranianti walzerini da giostra acida Falstaff e August riescono a variare il panorama, il tutto però resta un po’…interlocutorio. (6.5/10)

Dopo l'apparente alt di Winchester Cathedral, per i Clinic è tempo di tornare sulle scene. C’è da esserne contenti perché, soprattutto chi pensava – come chi scrive–che la band di Liverpool fosse arrivata a un punto morto, avrà da ricredersi. Pur non cambiando nulla radicalmente, in Visitations i quattro sfoggiano una maggiore confidenza che si traduce in un’attitudine più sicura, ora aggressiva (il garage-punk quasi Motorhead di Tusk), ora rilassata e melodica come non mai (Paradise); l’ideale per (ri)affermare un suono che si dava già per spacciato, come in episodi ripetitivi ma convincenti come Children of Kellog, The New Seeker (gorgo Joy Division / Magazine).
L’album funziona proprio in questo suo riproporsi cazzuto e convinto, sfoderando inoltre armi imbattibili come il sabba Fall / Velvet Underground / Beefheart dello starter Family, o il folk-raga dell’immediatamente successiva Animal Human (non troppo lontana dai recenti Oneida), o i tribalismi assortiti di Gideon. E non mancano nemmeno le sorprese, che se non fanno saltare dalla sedia quantomeno sono la spia di un’ispirazione ritrovata, vedi l’electro wave tra Barrett e Pulp (!) in If You Could Read My Mind, o il finale Bacharach-iano di Children Of Kellog, o ancora l’inedita acustica di Jigsaw Men, o le rinnovate ascendenze Radiohead, che si tingono di soul nella title track.
Pare che, adesso che hanno uno studio tutto per loro nella città natale, Ade Blackburn e i suoi amici abbiano intenzione di sfornare un album all’anno. Se non ci sentiamo di scommettere sull’originalità e la qualità del materiale a venire, ci consola il solo pensare che uno come Mark E. Smith lavora così da circa trent’anni. Staremo a vedere...(6.8/10)

Avevano detto che, adesso che potevano contare su uno studio tutto loro in quel di Liverpool, avrebbero pubblicato un disco dopo l’altro. Non lasciatevi ingannare: Funf non è il nuovo album di Ade Blackburn e co., è solo una raccolta di b sides, rarità e stranezze assortite disseminate nel corso dei primi dieci anni di carriera. Se prendiamo per buono l’assunto che un brano dei Clinic vale l’altro, vi sembrerà di aver già sentito queste dodici gemme oscure da qualche parte. E qui sta il bello di questo dischetto, che è sostanzialmente un affare per fanatici, ma potrebbe anche essere un’ottima introduzione ai freaks inglesi: fra i VU radicali di The Castle, il Barrett vintage di The Majestic, il surf garage di You Can’t Hurt You Anymore, il Morricone deviato di Golden Rectangle e il punk demente e sciamannato di Magic Boots,Funf è in pratica un giro completo nell’allucinato parco giochi dei quattro ineffabili mascherati, in un range espressivo che copre l’intero arco dai primi EP e alle prove più recenti. (6.5/10)

Sarà poi vero quel che ormai pensano in molti, ovvero che i Clinic, gira che ti gira, fanno sempre lo stesso disco? O è semplicemente parte di un’immane burla che si perpetua coscientemente ad ogni uscita? Il dubbio è più che legittimo, una volta infilato nello stereo il successore del pur buono&tosto Visitations (2006): dire che movenze, cadenze, atmosfere sono, ehm, familiari è un bell’eufemismo – ad essere smaliziati, verrebbe anche da pensare che la loro marca preferita di chitarre sia Xerox. Se si presta bene orecchio, però, qualcosa di insolito emerge dalle usuali nebbie catramose di questo Do It - fossero tutti capaci a creare paesaggi del genere, poi.
C’è, per esempio, melodia (più di quanta si pensi) e c’è un canto che non è più un lamentoso digrignar di denti: in Memories Ade Blackburn sembra il Neil Young della mini-opera Broken Arrow;High Coin, pur nella sua reiterazione, ha una sorta di hook; e Free not Free sarebbe quasi idilliaca, da cartolina anni ‘60, se non fosse interrotta da quei riff cicciuti alla Flaming Lips prima maniera. Perché alla fine, i quattro mascherati restano le teste psichedeliche di sempre, con il loro noto armamentario garage-psych visionario, devotissimo a Syd e il Capitano Cuordimanzo. Quindi non vi sembri strano: questo disco lo avete davvero già sentito. Però, adesso è ancora più bello di prima. E, forse, la verità è che i Clinic non possono suonare altro che come i Clinic. Insomma, il dubbio posto in apertura di recensione resta; sta un po’ a noi decidere se questi Liverpooliani ci hanno preso di nuovo in giro, o se ce l’hanno solo fatto credere. Amleticamente, (6.9/10)