Giovane e bella, eppure misteriosamente brava, Cibelle si sta imponendo a fari spenti come la musa del now brasilian sound. Voce soffice, screziata d'impertinenza e palpitazioni jazz. Quel cocciuto, disinvolto sublimare bossa ed elettronica fino ad immischiarsi con strane traiettorie avant. Il folklore ipotizzato nel futuro. Una specie d'incanto che avviene all'incrocio tra scherzo e solennità.

C'è come un'aura di predestinazione attorno a lei. Cibelle Cavalli Bastos, da San Paolo, Brasile. Un po' di sangue italiano nelle vene. Londra ormai praticamente una seconda casa. E comunque, se è il caso, vanno bene anche New York e Bruxelles. Cibelle, così bella. Così bella che, ragazzina, inizia senza difficoltà una carriera di modella. Spot televisivi, sketch per la MTV brasiliana, quella roba lì. Ma dura poco. La musica - studia chitarra dall'età di sei anni - è la sua vera passione. Inizia a frequentare i club della città, respira e canta samba e jaz. Passa da una jam all'altra finché non s'imbatte nel dj jugoslavo Suba, in procinto di realizzare quel Sao Paulo Confessions (Ziriguiboom/Six Degrees, 2000) che i posteri definiranno l'autentico atto di nascita della digital-explosion brasiliana. Synth-bossa ad alta temperatura, ritmo febbrile e palpitanti mestizie, la tradizione che di nuovo prolassa nel presente che per un lungo attimo somiglia al futuro. Cibelle canta in tre canzoni, staccando virtualmente il biglietto per una chance da giocarsi in solitario.
Poi, quando ormai l'onda del now brasilian sound fa la spuma, arriva come una mazzata la tragica fine di Suba, arso nel rogo del proprio appartamento. Per Cibelle è uno shock. Però non è sola, non più. La sua voce, il suo appeal, in un certo senso non appartengono più solo a lei. C'è una vera e propria scena in fase di consolidamento, pronta ad accoglierne, plasmarne e valorizzarne l'estro. Se già per il debutto può contare sull'aiuto di personaggi eccellenti come Apollo 9, Johnny Alf, Chris Harrison e Pete Norris, con l'opera seconda Cibelle si confermerà catalizzatrice di talentuosi collaboratori senza badare a frontiere stilistiche o geografiche (Mike Lindsay, Devendra Banhart, Yann Arnaud...).
Il merito principale della ragazza sembra la capacità d'interpretare accogliendo l'umore del sound, sublimarsi in esso rimanendo però presenza forte. Merito di quel timbro trasparente ma caldo, impalpabile eppure pregnante. Di quella duttilità da jazzista istintiva votata all'avanguardia pop, col cuore comunque folk che non smette di spandere pulsazioni dense. Una profonda, radicata e devota presenza da prestare ad ogni canzone. Così come la capacità d'impastare solennità e scherzo, sensualità, impertinenza e malinconia. Di (tra)vestirsi old fashioned senza smettere un attimo d'apparire cool. Un canarino con le movenze d'un cigno, Cibelle. Così bella.

Voce soffice e screziata come una Nina Simone acerba (anche se nella ghost-track si diverte ad imitare Billie Holiday), seducente strategia in levare di vocalizzi vellutati, uno scomparire vaporoso e sbarazzino nelle pieghe della melodia. Cibelle trova nel giovane guru techno Apollo 9 il pigmalione ideale per questo omonimo album di debutto, peraltro mixato da Chris Harrison e Pete Norris, già al lavoro per i Morcheeba. Undici tracce (di cui ben nove scritte da lei stessa) nelle quali il samba giunge ed oltrepassa il punto di sublimazione (l’ipercinetica Hate in escursione psych), evaporando downtempo jazzata (la fascinosa Luisas immersa in una nebbia di tastiere), soul sintetici (il cosmico afflato di I’ll Be) e soffici ibridazioni funk (il mambo beffardo di No Prego, così vicino a certe scelleratezze dei Gorillaz).
Non propriamente dunque un esercizio di bossa applicata all’elettronica o viceversa (come nel contemporaneo gradevolissimo lavoro di Fernanda Porto), quanto un allontanarsi da essa sperimentandone la persistenza, circoscriverla al livello di un’attitudine, lasciarla sotto il pelo dell’acqua ed osservarne il cadavere vivissimo. Anche quando sembra tornare il sapore dominante - come nella splendida Só Sei Viver no Samba (a firma Ari Moraes) o nel toccante duetto col leggendario Johnny Alf nella vibrante jazzitudine di Inùtil Paisagem (a firma Jobim) – c’è come uno slittamento ritmico o un tremolare delle prospettive (una bambagia di synth, un borbottare sospetto di basso, i vaporizzi madreperlacei della voce…) che invitano all’astrazione, alla de-localizzazione stilistica.
Due le tracce firmate assieme al succitato Apollo 9, e sono le silhouette più inafferrabili e fascinose del programma: una Um Só Segundo estatica come una narcosi Beta Band e il valzer exotico di Waiting spinto da una linea di basso intrigante sotto un’aurora di synth. Se Train è il pezzo più immediato (bossa-soul dal piglio incandescente, un riff d’armonica che ti si appiccica addosso, fauna sonora pennellata con estro e misura), la conclusiva Pequenos Olhos è un tuffo jazz-blues dilatato e allibito, la voce posata su un letto di synth e vibrafono, la tristezza una densità sospesa a pochi centimetri dal cuore. E’ una distanza minima eppure decisiva, il vero e proprio punto di forza stilistico/espressivo di Cibelle, cantautrice cristallina e insondabile, sensuale ed efebica. Un malizioso dissidio da scontare ascoltando. (7.1/10)

Qualcuno si accorge di Cibelle. La BBC, per dire, le assegna il World Music Awards per il 2004. Intanto le esibizioni live ne confermano le doti di versatilità e disponibilità: quel farsi catalizzatore di esperienze anche disparate, solare trait d'union - ad esempio - tra i palpiti electro di un Mike Lindsay e la jazz-world di un Peppe Consolmagno. Quindi, in attesa dell'opera seconda, arriva questo ep che fin dalle prime note della title track vuole essere qualcosa di più che un aperitivo. Trattasi della cover del famoso pezzo dei Nirvana (dal primo, impetuoso Bleach), ma la trasfigurazione operata da Cibelle ne disinnesca il sanguigno indolenzimento folk-punk in favore di un electro blues stranito, sospeso, estenuato. Dove le percussioni sibilano e frusciano, friniscono come insetti in una neo natura sintetica cigolante. Dove la chitarra s'aggira circospetta e una viola disegna svolazzi sghembi e austeri. Dove, d'un tratto, un rigurgito bossa squarcia l'ipnosi e procura fragrante saudade. Con quella voce che gioca a sublimare realtà e finzione, digitale e carnale.
Se Esplendor è una bossa pacata, dolciastra, l'elettronica appena un germoglio sotto il manto acustico, e se Noite De Carnaval spende electrorumba essenziale e arguta, Gracefully spinge a fondo il pedale dell'azzardo, dislocando languore Posrtishead in una giungla oleografica, electro vitrea & rombi percussivi tipo Matthew Herbert alle prese con allucinazioni da dengue, il passo blues tra minacce e guizzi e sibili, quel sax effettato come una voce accanto alla (nella) voce. In un raptus definitorio, se ce lo consentite, non potremmo definirlo altrimenti che trip-trop(ical). L'edizione limitata in dual disc contenente quattro suggestivi video (sofisticazioni avant e collage diaristico) e l'accuratezza della grafica (cui la stessa Cibelle ha posto mano), impreziosiscono ulteriormente questo lavoro, vero e proprio razzo segnaletico che ti fa alzare lo sguardo, ti fa chiedere cosa sarà, fascinoso ed allarmante. (7.2/10)

In tutta sincerità, dopo le buone impressioni del debutto mi aspettavo parecchio da questa ragazza. Ma – in tutta sincerità - non così tanto. Questo suo secondo lavoro lungo è davvero buono per diversi motivi, primo fra tutti la capacità di circondarsi di tanti talenti senza farsene soverchiare. Dall'inglese Mike Lindsay al paulista Apollo 9 passando per il parigino Yann Arnaud, fanno tre demiurghi dei groove sintetici al di lei servizio, ovvero della sua voce sottile e flessuosa come celluloide, dolceamara come uno sbuffo di cacao, impalpabile come una nebbia di crepuscolo londinese. Se consideriamo inoltre la presenza del beatboxer francese Spleen (nel funky-mambo-avant di Mad Man song, costruito col “metodo Medulla” di Bjork, ovvero nessuno strumento ma ansiti, cucchiaini, tazze, tazzine e zollette di zucchero...), del bravo chitarrista acustico Seu Jorge e dell'ineffabile Devendra Banhart (nell'umorale cover di London London, antico pezzo a firma Veloso), il fatto che Cibelle Cavalli sappia restare al centro della questione con tanta disinvoltura, con tanta morbida autorità, mi sembra un chiaro segnale che il cavallo (ehm…) è di razza.
Più ancora va sottolineata la capacità di intrecciare i fili del folk, del soul, della bossa e del jazz, facendoli brillare in un’estetica electroglitch pervadente ma giammai invadente, cuocendoli in un brodo lento di armamentari esotici (percussioni e chitarrine trillanti) e psichedelia frastagliata (le corde in reverse, il mellotron…), straniando senza stordire, un po' come fa l’emblematico collage di copertina. Eppoi ci sono le canzoni, schive ma suadenti, strategie di seduzione senza frenesia, col tempo dalla loro parte. L’afflato soul-jazz da Sade rivista e corretta nella stupenda Flying High o la letargia iridescente tipo il Jeff Buckley degli Sketches in Train Station. Il folk che strugge ipnotica psichedelia tra guizzi sintetici (Phoenix) o la bossa targata Jobim immersa in un acquario di lente spore electro (Por Toda A Minha Vida). A proposito di cover c'è anche la waitsiana Green Grass (giapponeseria languida in mutazione folk-blues), mentre l’esoterico incanto di Lembra è un originale che spedisce sintetizzatori à la Eno tra vocalizzi bjorkiani, violoncello, clavicembalo, cori rococò ecc. Un disco abbastanza complesso che però si ascolta come un vento tiepido in mezzo all’estate. Con incontenibile naturalezza. Quasi un miracolo. (7.6/10)
Un cocuzzolo che è quasi montagna. Sul cocuzzolo c'è un parco. In mezzo al parco, un piccolo anfiteatro. In mezzo all'anfiteatro, un palco essenziale su cui stanno sparsi gli strumenti: chitarre, percussioni, legni, chincaglierie, una batteria, un po' di marchingegni elettronici. Il vento spettina flora e fauna. La fauna siamo noi, seduti sui gradoni. Sorpresi dal freddo. Ad aspettare la sciamana sbarazzina, che arriva con le grazie celate da un camicione, accompagnata da un batterista e un chitarrista appena. Comincia subito a sciorinare quel suo carosello di chimere, a volte garbato, sovente garrulo come una sabià in una brezza di visioni e stravolgimenti.
La bossa stralunata nel gioco di rifrazioni e loop e delay e acideria: aziona pedali che catturano/campionano la voce, il fischio d'un flauto, lo schioccare delle dita, il tintinnare dei sonagli. Poi innesca anelli ipnotici che stregano la canzone, misteriosa magia o trucco da casa di specchi. Suffumigi electro-blues strattonati house come cortina fumogena di fotogrammi bossa sempre più sbiaditi, perciò struggenti. Dovessi dare un nome a tutto questo, lo chiamerei bossadelic. Poi d'un tratto si posa inquieta su una malinconia acustica che non smette di tremare malferma, nipotina di zio Caetano e del suo esilio lontano (spazio e tempo, of course), traccia genetica in dissolvenza nell'assedio caotico del rimbombo digitale. Come cercare con lo sguardo il disco volante nel cielo londinese di una bossa che scorre nel profondo delle vene senza esistere più. Come spremere ad una danza tribale la gioia semplice dello stare al mondo, ben sapendo che la semplicità è morta e il mondo non è che stia poi così bene.
Come provare ad inventare suoni e cocciutamente controllarne le evoluzioni, ma l'invenzione è un’ipotesi labile e il controllo una questione (ormai) ben poco umana. La musica di Cibelle è un po' più grande di lei, ancora non può permettersela, almeno non dal vivo. La sua voce la riscatta. Ampiamente. E l'amore. Quell'entusiasmo lirico e ridanciano che spazzola il freddo dalle spalle. La promessa è rinnovata.