Tra Wilco e letteratura, chamber folk e introspezione, le alchimie di un songwriter ombroso.

“Scrivo canzoni alcune sono semplici altre no alcune nostalgiche altre vengono dall’oscurità alcune sono scritte dalla vostra prospettiva altre dalla mia e altre ancora vanno avanti e indietro dal mio al vostro punto di vista…”
Un flusso di coscienza che si snoda joycianamente, l’incipit dell’autopresentazione sul myspace del songwriter Chris Bathgate. E che ne rivela anche l’attitudine introspettiva e brumosa; una laurea in Arte conseguita da pochissimo, la provenienza dalla cittadina universitaria Ann Arbor, Michigan e una presenza costante nella scena folk locale per Chris, che passa dalle classiche autoproduzioni e collaborazioni, ad essere oggetto, negli ultimi due-tre anni, di un passaparola su web, come molti di questi tempi; infine l’accasamento presso la locale Quite Scientific, e da qui alla Tangle Up, che gode di una distribuzione più ampia attraverso la One Little Indian. Sembra essere fatta. E A Cork Tale Wake, l’album uscito l’anno scorso e appena distribuito da noi, è l’ultimo capitolo di una storia ancora tutta da raccontare.
Bathgate sembra riassumere perfettamente la figura del folk singer fai da te, profondamente influenzato da letteratura e poesia, nel più classico dei percorsi di formazione che appartengono sia a scrittori che a musicisti. Tra racconti di viaggio ed epopee americane, miste a poetiche introspettive, comincia a prender vita il carattere ombroso del Nostro, anche musicalmente, influenzato in modo evidente dalla scrittura di un Jeff Tweedy e in generale dal rock-folk di derivazione classica, sia americano che inglese. Tra proiezioni Elliot Smith, inflessioni Will Oldham e una spiccata propensione verso un lato chamber folk della scrittura, che la rende più ariosa, Chris comincia ufficialmente la sua attività con un album autoprodotto, Silence Is For Suckers del 2005 (6.5/10). Produzione che mostra, in embrione, le sue potenzialità. L’anno dopo tocca a Throatsleep (poi ripubblicato dalla Quite Scientific), e il salto è immediato: unità compositiva, scrittura personale, sonorità che vanno dal folk al country-rock¸ tra più di un’eco del solito Oldham, Okkervill River e in generale un songwriting teso e vibrante, ricolmo dei soliti fiati. Un Micah P. Hinson meno irruento ma con la medesima attitudine all’autoanalisi (7.1/10). E con l’ultimo A Cork Tale Wake (7.1/10) un suono più “prodotto” e pieno, tra intimismo e ombrosità, e di contro una certa estroversione musicale. Una conferma di cui c’era bisogno.

Songwriter arrivato con questo album alla pubblicazione con una vera e propria etichetta (dopo svariate produzioni casalinghe e passaparola internettiano), Chris Bathgate da Ann Arbor, Michigan, continua a incarnare - ebbene sì, ancora una volta - il classico prototipo del folk singer.
Con più di uno sguardo alla letteratura e poesia, dal viaggio alla mitologia americana e all’interiorità (i soliti Steinbeck, Carson Mcullers, Robert Frost, Emily Dickinson) e con referenti musicali ben solidi (Leadbelly, Lou Reed, Jeff Tweedy per citarne alcuni, dal suo myspace), Chris perpetua così l’idea romantica dello storyteller, quello che parte confezionando artigianalmente le canzoni per essere infine messo sotto contratto da una label locale, e da qui passare a una distribuzione più ampia. Quel che è infatti successo a questo A Cork Tale Wake, che arriva da noi dopo la pubblicazione in patria dell’anno scorso. Disco ombroso e intimista - ma con qualche apertura in più questa volta- che gode finalmente di una produzione accurata dopo il fai da te dei lavori precedenti: immediamente, più che i nomi già fatti, viene richiamato alla mente il compianto Elliott Smith nella scrittura e nel mood (si veda l’opener Serpentine, limpida ed evocativa ballad per piano), ma anche il Will Oldham più dolente misto Jeff Tweedy (The Last Parade On Anne St.), le misture stratificate alla Sufjan Stevens (Every Wall You Own), il piglio rock folk (Smiles Like A First) e la verve di uno come Micah P. Hinson. Con in più un lato chamber folk (un violoncello, violini e fiati che irrompono sia pur discretamente in alcuni pezzi) che non guasta, anzi. E una certa propensione al “gotico” nelle liriche (and serpents they covered me/when I screamed out/I screamed out) e a una quieta rassegnazione, in cui si intravede comunque una certa speranza in fondo al tunnel.
Non manca quindi la personalità a Chris e l’abilità di reinventare un genere dandogli vigore, avendo da aggiungervi un carattere dolceamaro e la capacità non banale di scrivere bozzetti impressionisti con alcuni tocchi. Che non è poco. (7.1/10)