Viaggi d’andata, ritorni necessari. Un rock che non trova sbocco né requie né stabilità. Finché non si scopre una strada dentro, vicino a quel luogo chiamato casa. Catania, a dirla tutta. Dove finalmente Cesare Basile può iniziare a sgranare il rosario di una liturgia cruda e – se possibile – consolatoria.
Quando capiterà - e so che prima o poi capiterà - chiederò a Cesare Basile alcune cose. Come si sente, innanzitutto. Poi, ad esempio, se crede che un disco possa ancora inquietare, scuotere l'anima, metterla all'angolo, farle del bene. Oppure gli chiederei se la Sicilia è oggi per lui più un alibi o il guinzaglio che gli permette di strattonare un desiderio selvatico di libertà, di giustizia, di normalità. Ma normalità che non significhi quiete, la banale epifania del conformismo, del vivere comodo su quel dolore soffocato che così bene riusciamo a non sentire. Da buoni spettatori. Con l'insensibilità che ogni giorno ci vaccina i sensi, l'anima, il cuore. Sconfitti sedentari, flemmatici per abulia e non per dignità.

A Cesare inoltre domanderei: sai che questo tuo sdegno per la pigrizia emotiva è lo stesso declamato da Erri De Luca nel suo recente spettacolo Chisciotte e gli invincibili? Scrittori che recitano e cantano: la cosa non ci stupisce più. Ma a Cesare lo farei notare, perché quel suo fare rock sia pure americano fin dentro le ossa tradisce una inguaribile propensione - me lo permetta - cantautoriale, somigliando talora ad un diversivo, alla via di fuga di uno scrittore mancato. Ma lasciamo stare, che è argomento ozioso e non è tempo, non è il caso, di oziare.
Semmai sarebbe il caso di domandare, con fare un po' dylaniano, come si sentì Cesare – “how does it feel?” - durante i suoi tanti trasferimenti. Se era più la sofferenza o il sollievo o l'ansia eccitata di esperienze nuove, quando sul finire degli ottanta lasciò dietro di sé Catania e l'avventura Candida Lilith – il suo primo importante gruppo - per Roma e i Kim Squad, altra città altra band. Eppoi, ancora, il ritorno a Catania e i Quartered Shadows, rispettivamente rampa di lancio e carburante per decollare su Berlino, dove stava accadendo in pratica la Storia e il rock sembrava voler lasciarci un'impronta importante.
Imperversavano i novanta, i Quartered Shadows apparivano lanciati ma dopo il secondo album non riuscirono a tenersi assieme. E quindi altra città – ancora Catania - ma nessun'altra band. Come si sentì, Cesare, durante quell'ennesimo ritorno? Questa forse la domanda più importante. Perché in quel ritorno nasceva un cantautore rock di razza. Che avrebbe debuttato con La Pelle (Lollypop, 1994), appassionata processione di sgarberie lancinanti e dolceagre. Le coordinate c'erano già tutte, blues, folk e rock usciti dalla pancia di quel mostriciattolo che ci portiamo dentro e che a volte parla con parole indimenticabili (dal suono indimenticabile). Come ben sanno i Waits e i Dylan, i Cave e i Lanegan.
Ci sarebbero voluti quattro anni per dargli un seguito, quello Stereoscope (Blackout / Mercury, 1998) che pur allentando la tensione non uscì di troppo dalla cerchia d’apprezzamento dei fan. Nessuno stupore, eppure ci sarebbe un'altra domanda da fare, riguardo alla consistenza, al senso, al peso del proprio lavoro in rapporto a quello che il mondo ti riconosce.
Il mondo che non si scomoda troppo, né s'infastidisce, malgrado lo sguardo di Basile sempre più acuto e sferzante, sintesi cruda e spigolosa, atterrita e struggente: Closet Meraviglia (Viceversa / ExtraLabels, 2001) è il disco che lo proietta d'autorità nel ristretto novero degli autori rock nostrani, di quelli - e son pochi - che possono immischiarsi senza timore con calibri internazionali quali Hugo Race, senza contare i compatrioti Manuel Agnelli e Roy Paci. Il solco era tracciato, non potevano più stupire album come Gran Calavera Elettrica (Mescal / Sony, 2003) e Hellequin Song (Mescal / Sony, 2006), non per l'intensità dei testi (al solito in inglese e in italiano) e delle musiche, non per un nome come John Parish alla produzione, poi ancora Agnelli e Race, Nada, Marta Collica, Lorenzo Corti... Una corte dei miracoli in piena regola, con al centro lui che intanto può permettersi di produrre lo straordinario Tutto l'amore che mi manca (On the Road Music Factory / Venus, 2004) di Nada, prove tecniche da grande vecchio del rock, pensa te, lui che sembra non esser mai stato giovane in quel circo cialtroncello e spietato.
Il 2008 ci porta il sesto titolo solista di Basile, Storia di Caino, la sua implosione in una maturità cantautoriale che non teme di rivelarsi come figlia irrequieta e forse un po' avariata dei De André e dei Ciampi, incrociando voce e chitarre con Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy. Per cui ecco, vedete, alla fine non potrei fare a meno di chiedergli nuovamente: come ti senti, Cesare? Per vedere se in risposta mi arriva il conforto di un mezzo sorriso.

Da una parte il noir statunitense, ferita infetta tra rurale e urbano (le agre folate elettriche, quei blues di fiele, di fieno e d’ombra). Dall’altra, la poesia derelitta e solenne di De Andre’, sorta di nume tutelare nel taschino, premuto con forza sul cuore. Il filo che corre tra queste istanze espressive è solo apparentemente fragile. Cesare Basile ci si aggrappa come al migliore appiglio possibile. Con sua e nostra soddisfazione, scopre che si tratta di una corda robusta, intrecciata in anni d’esperienza e buone/cattive frequentazioni. John Parish, per dirne uno. E' il produttore di questo Hellequin Song, ad occhio e croce il capolavoro di Basile, uno di quei dischi che riassume e sancisce senza possibilità di replica. Quattordici pezzi per un programma intenso e scorbutico. Quel tipo d’intensità letteraria che può offrirti un cantastorie reietto, intensità che tiene banco senza mai cedere il passo, strozzando nella culla lo spettro della monotonia (cui pure il lavoro sembra poeticamente votato). Il blues più disperato incrocia folk febbrile e squarci di caracollante poesia. In un italiano laconico, pregno, sferzante. E in inglese, con la stessa cifra, malgrado la pronuncia un po’ stopposa.
C’è l'alt-country spigoloso e acido di Dite al corvo che va tutto bene. Ci sono le lente brume blues, ciondolanti e paranoiche di To Speak Of Love. Ci sono le ballate in bilico sul niente come Finito questo e Le feste di ieri, tra rifrazioni, farragini e pezzi d’anima. C’è il fiele diafano e vagamente didascalico di Odd Man Blues, sorta di outtake del fortunato connubio Parish/PJ Harvey. C’è la processione a cuore nero con ampia attitudine di tragedia della title track, dove l’asciutto cinismo di un Fiumani s’immischia al De Andre’ più attonito. Altri sapori: Howe Gelb in Dal cranio, i dEUS in Continuosus Lover, Silent Sister, Lanegan in Fratello gentile, i Grant Lee Buffalo nella struggente Ceaseless And Fiere, lo Springsteen più dimesso e cupo nella conclusiva Stella & the Burning Heart. Il tutto condito con archi, seghe a nastro, pianoforti, scricchiolii, sussurri malsani, loop metallici, organi, distorsioni, ferite da accarezzare, slide ubriache, pezzi di sogni a pezzi.
Tra gli ospiti eccellenti: Hugo Race, Manuel Agnelli, l’ex-dEUS Stef Kamil Carlens. Insomma, Cesare Basile ha organizzato e realizzato un bel lavoro. Gli si può rimproverare l’interpretazione un po’ monocorde, quella voce che non sa (non può) adeguarsi a tutte le situazioni come dovrebbe. Ma il gioco coi propri limiti ci può stare, quando diventa elemento stesso della calligrafia. (7.1/10)

Reduce invincibile da una sconfitta inappellabile: ecco quel che sembra il Cesare Basile anno 2008, sesto album da solista e una scrittura che ha smesso di credere all'accumulazione di segni, materiali e volumi, alla necessità di sfondare grazie all'impeto di un rock graffiante, minaccioso. Così, malgrado la squadra di musicisti più o meno "eccellenti" (idealmente capeggiati dal producer John Parish), malgrado il corredo di chitarre, violini, percussioni, armonica, pianoforte, harmonium, didjeridoo, cori e quant'altro, è un disco che suona scarno, essenziale, trovando in questo utilizzo parsimonioso degli ingredienti la chiave di una straordinaria intensità. Al servizio di testi infarciti di rimandi biblici, riflessi neri di una contemporaneità malata, incapace di tenersi assieme perché impegnata in una perenne rimozione di sé, della corruzione che la invade come una metastasi vorace.
Le dodici - apostolicamente - tracce si muovono quindi in un laconico lirismo prossimo all'ultimo De André, cui il reading asciutto di Basile ammicca spesso, si tratti di uno spurgo impetuoso e scorticato (la nevrastenia Nick Cave di Canto dell'osso) o d'una scheletrica trepidazione (i Calexico radenti e inaciditi di Gli agnelli). Mai così "italiano", il Basile, ferma restando la radice americana, che lo porta a stemperare Fossati e Howe Gelb nella splendida sequela di morbide sentenze de All'uncino di un sogno, a dissanguare Lanegan in A tutte ho chiesto meraviglia, a ciondolare legnoso come un Waits marionetta in 19 marzo. Un solo pezzo in inglese, What Else Have I To Spur Me In To Love, oltretutto affidato alla voce di Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy, al solito pastoso/ombroso come un nipotino dolciastro di Cash.
L'essenza del disco e del Basile anno 2008 si trova da qualche parte tra l'asciutta veemenza della title track, l'indolenzita pietas di Sul mondo e sulle luci e una Maria degli ammalati che è proprio quella preghiera con l'anima nella polvere cui il titolo fa pensare. (7.5/10)