A distanza di ben tre anni dal precedente Twinkle Echo, Casiotone For The Painfully Alone ritorna maturato e circondato di amici con il lavoro più adulto e prodotto della sua carriera. In questa scheda: l'incontro con il musicista nella primavera del 2005 e una monografia che ne ripercorre la carriera fino ad oggi.

Una manciata di note casio rigorosamente alimentate a batteria, un registratore e un microfono. Fondali gracchianti e spartani per piccoli racconti della durata rigorosa. Due minuti, forse più. Un lasso di tempo d’umori mesti, teneri e nostalgici, resi vivi da alcune pennellate melodiche sotto un implacabile metronomo ritmico. Il medioevo synth-pop. L’impersonalità emotiva dello shoegaze. Lo slaking copia carbone di Lou Reed. L'ultra-umiltà e il compiacimento. Insomma, la final frontier del lo(w)-fi.
Sembra un dogma à la Von Trier a uso e consumo di teenagers (…lo è), ma è il timido biglietto da visita con il quale Owen Ashworth, un corpulento marcantonio classe ’78 fresco di studi cinematografici, si propone al mondo nel 2002 direttamente dalla sua camera da letto in un paesello a un’ora da Los Angeles.
Lo abbiamo incontrato al Circolo della Grada nel marzo 2005 in occasione di una tournée esclusivamente italiana (la prima nel nostro Paese), una manciata di date infilate tra le registrazioni di un nuovo album chiamato Etiquette, in uscita a marzo 2006, che segna il passaggio a una nuova fase compositiva.
Il piacevole dialogo si risolve in un vis a vis colloquiale e sincero nel quale tra mille sigarette, accompagnate da un mood tra il melanconico e il sornione, il musicista si racconta partendo dall’accidentale percorso musicale fino ai progetti “allargati” per il futuro.
Proprio come il suo primo amore, il dialogo prende forma da spunti cinematografici. Owen dichiara d’essere stato influenzato dai film e dai libri, più che da un particolare genere musicale, e se apprendiamo che non ha intenzione di dedicarsi al film-making, lo troviamo entuasiasta nel parlare dei suoi registi preferiti: Terrence Malick, autore di Badlands e Days Of Heaven, Wong Kar-wai (In The Mood For Love e Angeli Perduti) e, tra gli italiani, il Dario Argento degli esordi, sono questi gli eroi personali. Riportandolo, però, al discorso squisitamente musicale veniamo a sapere - non più di tanto sorpresi - che, a parte un background di country e blues (provenienti della collezione di dischi dei genitori), è l’hip hop la principale passione. Al musicista piace gente come Timbaland, del resto è grazie alla precoce infatuazione per la strumentazione low cost della scuola rap che il marchio Casiotone risulta così ricco di surrogati breakbeats (e, più in generale, dell’approccio crudo e urbano), ma non è certamente tutto qui: in passato, negli anni del college, non mancano citazioni di riguardo per Dinosaur Jr (adora You’re Living All Over Me, SST, 1987), Sebadoh e soprattutto Pavement (“è forse proprio ascoltando loro che ho pensato d’incidere delle cose mie”), e più recentemente - oltre a un’ammirazione per il cut-up di Solex, il talento di Patrick Wolf e Devendra Banhart - una riscoperta importante è stata Paul Simon.
Una cover di Graceland (ancora inedita) è infatti una delle chicche del live al Circolo della Grada, un set che ha accolto i favori di un discreto pubblico e ha dato modo di apprezzare anche dal vivo i brani tratti da Twinkle Echo. Chiediamo in proposito al musicista se grazie al piccolo successo di critica dell’album, la Tomlab, che da sempre gli fornisce il denaro per incidere, ha visto ritornare un po’ d’investimenti. Owen ribatte che il fattore economico risiede agli ultimi posti della sua scala di valori. “Non diventerò mai ricco con questo mestiere... figurati, spendo tutti gli incassi per pagare il tecnico del suono”; eppure, se le sue tasche sono pressoché vuote, non possiamo che aggiungere che lo status internazionale del musicista - pur di nicchia - cresce costantemente.
Che Casiotone fosse una piccola realtà, noi di SA ce ne eravamo già accorti al Primavera Sound Festival del 2004: una volta sceso dal palco il musicista si era trovato attorniato da una fitta schiera di fan reclamanti strette di mano e autografi. Owen si era fatto conoscere al pubblico europeo con il tour dell’anno precedente (questo sì, il primo in assoluto) e con quello di Barcellona (grazie al Sónar Festival), ma è evidente che soltanto un gioiello come Twinkle Echo ha fatto crescere l’affetto nei suoi confronti. Eppure Casiotone smorza i toni: “desideravo raccontare in musica quello che con il cinema non avevo potuto (o voluto) fare: scrivere delle storie di adolescenti, spesso ricordarle con più d’una punta d’amaro distacco”.
La parola onestà ricorre spessissimo nelle sue parole e, ascoltandolo, risulta gravoso figurarlo al posto di un Fellini in Roma o di un Truffaut in Effetto Notte, difficile levargli un’immagine cucita addosso con tanta risolutezza: quella di un ragazzone mite e un po’ solitario, fissato con le sue cinque casio e una definizione sonora al minimo storico. Eppure tanta cocciutaggine ha portato i suoi buoni frutti, tanto che low budget (per esigenza) e lo-fi (per passione) sono sempre più parte di un’estetica personale. L’ex studente di cinema certamente ha dovuto essere malleabile con se stesso, rompere le regole ferree che inizialmente si era imposto, quelle che lo avevano portato a farsi chiamare Casiotone For The Painfully Alone (“ogni canzone all’inizio doveva essere triste, ognuna terminare simultaneamente al testo, solo le canzoni tristi di Hank Williams sono sincere”, ecc), ma è probabilmente per questo mix di mezzi ridotti all’osso e fuori programma che Twinkle Echo rappresenta una buona sinergia d’immagini e piccole scenografie di cortometraggi variegati sull’amore e il viaggio.

Tuttavia il talento di Owen, pur acerbo, si poteva intravedere sin da quell’esordio per gracchi di tastiere, colate di caffè e click di tasti play/rec/stop chiamato Answering Machine Music, improbabile risposta al Metal Machine Music di Reed, registrato per buona parte grazie a una segreteria telefonica (la stessa cosa che farà successivamente Devendra Banhart per il suo esordio Oh Me Oh My… nel 2002).
"Quell’album non mi appartiene più, è figlio delle insicurezze vocali che avevo in quel periodo, tuttavia la sua idea di base è tutt’ora valida: si tratta di un esperimento, di come la gente si serve delle macchine per comunicare e di come queste diventino parte del dialogo”
Tra le canzoni, menzioniamo la storia d’abbandono Casiotone For The Painfully Alone Joins The Foreign Legion che introduce, grazie a un taglio agrodolce e electro-cartoonesque, il format owen-iano per vie non molto lontane da quelle confessionali/spartane dei primi Arab Strap
you fucked me up pretty bad
but now it's all too late
you can’t forward my mail to the state
i joined the foreign legion
(da Casiotone For The Painfully Alone Joins The Foreign Legion, Answering Machine Music, 1999)
Le costanti sono rappresentate da un biascio di fatalismo e solitudine elettrica (peraltro mai troppo tediosa) e da inserti di rumore bianco, anche se da qualche parte si respirano melodie e testi più divertiti come nella briosa (forse un po’ troppo didascalica), Beeline, nella frenetica I Should Have Kissed You When I Had The Chance (sorta di omaggio a Lou Reed e ai video giochi anni ’80), e nell’ironica spy story Normal Suburban Lifestyle Is A Near Impossibility, che introduce anche un pattern ritmico più sbarazzino, futura variante “classica” del sound Casiotone.
the sunday paper was scattered on the floor
near where the FBI had kicked in their door
he was gone without a single kiss goodbye
they finally caught up with her international spy
(da Normal Suburban Lifestyle Is A Near Impossibility, Answering Machine Music, 1999)
Ma più che attraverso il compiaciuto raccontar di storie finite male o di piccole grandi incomunicabilità, Owen convince maggiormente quando s’affida all’esperienza personale, raccontando sottili trame sul filo del desiderio e della nostalgia. Baby It’s You è tutt’ora la canzone a cui l’artista è maggiormente legato e seppur egli specifichi che “oggi non sarebbe più in grado di scriverne una così”, è l’evidenza di come in quel periodo, più che una spinta verso la fiction, ce n’era una più forte orientata alle proprie emozioni personali. Distortissima e monocorde nella parte vocale, Baby It’s You rappresenta una emo-song che gode di un trasporto emotivo palpabile, che tuttavia nel resto dell’album stenta a venir fuori.
whatever happened to the girl
who let me write my name in her tattoo
do you remember hiding out with me in theatre number two
and can you believe
i still can’t believe that we never kissed
(da Baby It’s You, Answering Machine Music, 1999)
Prima dichiarazione d’intenti di uno stile che emergerà più compiutamente in futuro, Answering Machine Music è quel che sembra: una modesta raccolta di spunti, una fiction sonora in pillole, umili ma sinceri appunti del diario di un (post)adolescente. (5.0/10)
Owen precisa che, dopo quel periodo, il diario sarà sempre più quello di altri (storie prese da film, libri e racconti sparsi di amici), ma questo importa poco, le cose andranno diversamente solo quando l’ex studente di cinema si renderà conto che il format ha bisogno di più fiducia.

Ed è quello che accade con il successivo Pocket Symphonies For Lonesome Subway Cars, una raccolta di canzoni più compiute (si legga: più cantate e suonate), fin dall’iniziale We Have Mice, turning point considerevole di una poetica infantile e ultrasensibile, nonché primo vero manifesto di Casiotone For The Painfully Alone. Certo, i circuiti delle macchine sono i medesimi, ma è l’ispirazione a cambiare (c’è anche una versione di questo brano cantata da una bambina, sicuramente ancor più incisiva dell’originale).
“Il tema conduttore del lavoro è legato al limbo della post-modernità”, afferma il musicista, “esprime una serie di sensazioni e screenshot relativi allo ‘staying inbetween to places’, ovvero al transitare tra due posti differenti, senza appartenere n’è all’uno n’è all’altro”. Molti brani sono dedicati a situazioni di transizione e si svolgono in ambienti che accolgono partenze o arrivi (metro, stazioni, aeroporti…). “La condizione contemporanea ha a che fare con la nostalgia e il ‘remember’ (di dov’eri, di cosa stavi facendo)”, afferma il musicista, “può essere straniante, alle volte rilassante, ma è la condizione nella quale viviamo e non è di per sé negativa. Quando si parte ci si lascia dietro delle cose, ma ci si apre anche ai cambiament”, un po’ come accade - tra momenti narrativi e aperture shoegaze - nell’elegiaca Bus Song:
we ran to the stop as the bus pulled away
impossibly worn out from the seventh shared cigarette of the day
i caught my breath as i watched you
swear at the tail lights of our missed 22
(da Bus Song, Pocket Symphonies For Lonesome Subway Cars, 2001)
nella broken heart song chiamata 10:
do you remember when you were still in town
before you abandoned all of us for the puget sound?
there were seven of us living in that dilapidated flat
with questionable plumbing and a grey cat
(da 10, Pocket Symphonies for Lonesome Subway Cars, 2001)
o nella incompiuta frivolezza di Samba Airport:
you tried to think of something else when i kissed you at the gate
it was too sad a moment to try to contemplate
(da Samba Airport, Pocket Symphonies For Lonesome Subway Cars, 2001)
Casiotone non delude in questa prova, neanche quando si concede alle classiche tematiche amorose in cameretta (Casiotone For The Painfully Alone In A Green Cotton Sweater), e in special modo nella tenera Lesley Gore On The T.A.M.I. Show, dove l’omaggio è per il Robert Smith più infantile (arrangiamento inedito per violoncello e un pacato inserto elettronico), salvo un po’ cadere di tono con brani come Destroy The Evidence oppure Oh Illinois. (6.6/10)

Il succedersi di questi due album rappresenta un progressivo aggiustamento della mira, l’antefatto per la fatidica prova numero tre. In Twinkle Echo la formula minimale casio+voce raggiunge l’equilibrio sperato/voluto aprendosi altresì al gioco: il ragazzo dalla voce rauca e insicura di Answering Machine Music è cresciuto, e per farlo ha dovuto tornare giovane, imboccando la via dell’onestà.
L’album si prende così licenze di semplicità, s’avvale dell’immagine romantica dell’every-boy in cerca d’identità sospeso tra i venti e i trenta, dell’immaginario filmico dell’attesa, dei momenti di riscatto in una morning glory (l’apertura chitarristica in distorsione di Jamie Stewart in Hey Eleanor) e di tutte quelle scene di vita rivissute con quel briciolo di distacco: le bruciate da scuola, le discussioni al telefono lunghe tutta notte (le infantili note dei Cure di Close To Me in una sala giochi giapponese di Jeanne, If You’re Even In Portland), le passeggiate pensierose per il parco (il crooning Springsteen-iano di Toby, Take A Bow), i giri in moto con la giacca di pelle (i Suicide formato gameboy dell’incalzante It Wasn’t The Same Somehow), o quelli in macchina sulla highway americana (Casiotone For The Painfully Alone In A Yellow T-Shirt); tutti shots che i detrattori potranno a buon diritto disprezzare dichiarata stucchevolezza. Eppure l’album - che prende il nome da un pattern sonoro della Casio, così come le canzoni - è una collezione varia, dalle timbriche più studiate, dal set idoneo per melodie azzeccate e, alle volte, memorabili.
Come quella Roberta C. descritta dall’autore come “la traccia più triste che abbia mai scritto", che a nostro avviso è anche la sua migliore.
i’m leaving something to remember me by
a listless intellectual in her prime
scrabble high score 409
& the note on the bed
true love is hard to find.
Twinkle Echo è, in definitiva, il compendio di un’estetica minuta, debole e tascabile. In attesa di un seguito. (7.1/10) E quel seguito arriva tre anni più tardi con Etiquette.

Un anno fa Owen Ashworth ce lo aveva anticipato: la strumentazione del lavoro successivo sarebbe stata ampliata e così la spartana one man band degli esordi si trasforma in un piccolo ensemble, comprendente piano, organi, archi, flauti, pedal steels, batterie, drum machine e sintetizzatori digitali.
La sfida è di quelle decisive: accompagnato dalle voci femminili di Katy Davidson (Dear Nora), Sam Mickens (Dead Science) e Jenn Herbinson (un’amica di lunga data, addetta pure al merchandising della band) in quattro brani, nonché da Jherek Bischoff (Dead Science, Degenerate Art Ensemble) e Jason Quever Papercuts in qualità di tecnici del suono e produttori, la sigla Casiotone For The Painfully Alone è definitivamente il progetto allargato del musicista.
Etiquette non abbandona gli smalti essenziali delle origini né lascia da parte la filosofia dell’onestà, piuttosto l’aggiorna alle sfide attuali, perché le cose cambiano e il coraggio aumenta, lo spirito cresce e con esso le sfumature utilizzate per imprimerlo nell’arte.
L’attacco di New Year’s Kiss - base hip hop e accompagnamento al piano - affonda nel petto della tradizione del cantautorato americano, il crooning di un cantante adulto perfettamente a suo agio nel proprio ruolo e c’è da rimanere a bocca aperta: le strofe sono memorabili (quel “wake up with fingers crossed” è ‘già da diario’), il timbro di voce scafato e profondo, quasi da non riconoscerlo. La magia si replica nell’altrettanto sobria e agrodolce Cold White Christmas per poi sfociare nella migliore del lotto che risponde al nome di Bobby Malone Moves Home, un’asciutta fotografia familiare giusto a metà tra una ballata di Lennon e una di Springsteen. E con tanto classicismo e confronto sul terreno dei Grandi, non manca neppure un solitario omaggio a Tom Waits in Don’t They Have Payphones Wherever You Were Last Night, tra lampioni dalla luce giallognola e rasposi umori da post sbronza.
Etiquette non è tuttavia una raccolta di ballate, una buona metà dei brani è costituita da versioni maggiormente prodotte di gag sonore appartenenti al passato del musicista, con la differenza che spesso sono le compagne di viaggio a interpretarle. Nel caso del sipario di Holly Hobby (Version), e nella posa infantile di Scattered Pearls (...con quelle tastierine e drum machine anni ’80), l’aggancio è con il miglior Stephin Merritt degli esordi, ma anche qui la peculiare attitudine videoludica è quella del Nostro, rientrando così in una coerente visione musicale in parte adulta e drammatica, e in parte sbarazzina e agrodolce.
L’unico brano fuori dal mucchio è rappresentato proprio dal singolo Young Shilds, che tra smalti dark-pop anni ’80 e un crooning Leonard Cohen (passato via Chris Rea) non introduce a dovere un lavoro giocato su splendide ballate, piacevoli inframmezzi e sinceri slanci poetici adolescenziali scritti da un giovane che non c’è più…con nostro sommo apprezzamento. (7.2/10)