
È facile recensire i Casa citando gli Area. Fatto. Non se ne parli più. Ora ricominciamo.
I Casa sono un gruppo veneto che opera performance linguistiche del tutto simili a dei witz, i motti di spirito freudiani, dove c’è accostamento e contrazione straniante. Un witz “esploso” è la conclusione della spiccata propensione minimalista di Tutti Impazziscono per i Tuoi Occhi di Cammello ma Lui No (ovvero il titolo stesso del brano); lo è il refrain di Terry Riley (“I'm your fan but I'm not your friend”); sono sequenze di witz (generalizzando, con ampio margine di errore) le associazioni quasi libere – a farle libere sono capaci tutti, ma in Vita Politica Dei Casa c’è capacità di fare i “quasi” – che compongono i testi di tutte queste canzoni.
Non parliamo di lyrics solo perché esse sono in italiano. Sono i Casa a spingere l’attenzione dell’ascoltatore sui barocchismi vocali, che scivolano su un tessuto ritmico e a volta rumorista, sul contraltare musicale. Sono i testi a far parlare della musica del disco, perché si ha l’impressione di una ricerca di traduzione tra quel meccanismo linguistico sopra espresso e l’obliquità musicale di questo disco. Ma la traduzione non avviene nella superficie di ascolto - che per questo è vagamente dissonante - ma altrove, chissà dove.
Si ascolti poi Balletto Automatico (che “è per Erik Satie”) - un excursus tra almeno tre temi, tutti efficaci. Se i connettivi sono di sapore prog-, la disillusione della connessione è post-. C’è un lavoro sul riff tradizionale, pur nello sviluppo progressivo dei brani (o almeno riportabile agli anni ’70, se in Mozo, come a me pare, c’è il Faust’o di Suicidio), che fa pensare a presunti ascolti post- dei musicisti. Ma attenzione. L’obliquità dei riff che i Casa rivendicano per la propria musica è sì per spirito non troppo lontana da Tweez – ma i riferimenti non sono evidentemente gli stessi. Ci sono le avanguardie strombazzate ai quattro venti. E, giudicate voi se per fortuna o per peccato, la difficoltà di fruizione (che alle avanguardie a volte si attacca come il liquirone ai denti) è rimasta a casa.
(7.3/10)

Avevamo lasciato i Casa con il loro splendido esordio e aspettavamo con speranzosa curiosità il secondo disco. Ma, punto primo, il secondo disco dei Casa non è un disco suonato dai Casa, tranne una traccia live mono, la prima (Tutti Impazziscono Per I Tuoi Occhi Di Cammello Ma Lui No), peraltro già contenuta, nella versione studio, in Vita Politica Dei Casa. Rompicapo risolvibilissimo, se scopriamo quel che si nasconde dietro Remake, cioè un progetto in cui gli “abitativi” hanno commissionato dei remake - né cover, né remix, con una pressoché totale libertà di approccio, tranne la durata obbligata, 5 minuti – ad alcuni gruppi “avant” italiani, da cui poi hanno selezionato una decina di risultati.
Punto due, mai avrei pensato di rispolverare quella storia della traduzione, della sua differenza con l’adattamento, e invece è d’uopo. Mettiamoci nei panni dei gruppi a cui è stato rivolto il “call for papers”; ognuno di loro avrà dovuto selezionare un criterio di pertinenza e un livello di traduzione, cioè un punto, in superficie o in profondità dove trovare un terreno comune con ciò che si va ad adattare, cioè la traccia live di partenza. Ci sarà stato chi si è attaccato alla frase che dà il titolo al brano, facendo risultare la traduzione più “fedele” – è il caso di GG Haka Funcis, o ancora di più di Dressed/Undressed, dove si mantiene la struttura con il testo in fondo, dopo un rumorismo strisciante come un lombrico mosso da synth digitali. Oppure chi, più in profondità, avrà giocato sul minimalismo cui si dà corda in Tutti… nella versione originale e avrà agito su una manciata appena di note – sentite Acidhead, ma anche la techno d’n’b di Luca Dal Lago. Oppure ancora chi avrà lasciato imperscrutabile il proprio ragionamento attorno al remake (Radiomilingo, per esempio). I Casa comunque sia stanno giocando sull’autorialità, sulla differenza tra curatela e compilazione, e hanno scelto le tracce per restituirci come la pensano, perché in fondo, come dice Francesco Spinelli, “sono le nostre canzoni, a parlarci di noi” – e verrebbe da chiedergli, “e quelle altrui?”.
Certo, bisogna verificare il risultato, oltre il piano concettuale che da solo varrebbe il disco. Per esempio è possibile andare alla ricerca di un appiglio su cui ricostruire un filo rosso, una continuità. La sperimentazione? Forse un gusto riconoscibile? Probabile, ma poco. Il fatto – terzo punto – è che l’ascoltatore sa in partenza del legame che tutte le canzoni hanno tra di loro, e questo non può che creare relazioni nell’ascolto, forse fittizie, forzate, ma presenti, e il passaggio da una canzone all’altra vede il nostro orecchio sempre alla ricerca di una continuità sempre disattesa. Che sia questo l’elemento di coesione del disco? Senza smettere di domandarcelo, aspettiamo il prossimo colpo di teatro dei Casa, nuovo stupore. (7.0/10)