Pietra angolare per tutti gli anni '90, con Ethyl Meatplow, Geraldine Fibbers e Scarnella, della scena alternative di Los Angeles, Carla Bozulich si divide tra neo tradizionalismo, scatti punk e storie di umana depressione. L'approdo nel cupo universo Constellation segna una nuova fase nel suo calvario interiore.


Da Los Angeles a Montreal senza ritorno? Constellation smercia l’ennesima apocalisse in formato pocket catturando una tigre di lungo corso: Carla Bozulich. Dipinti sul volto venti anni di attività e di eccessi, un mood artistico sui generis, l’amore per il folk e il country americano, i bagordi sexual/industrial degli esordi con gli Ethyl Meatplow e le cavalcate punk dei Geraldine Fibbers, fino a cadere tra le braccia di Willie Nelson.
Di tutto questo c’è solo una traccia flebile in Evangelista, la prima uscita di un non canadese per la label canadese. Ci sono tutti, o quasi, per l’occasione: Beckie Foon, Thierry Amar, Gen Heistek, Sophie Trudeau, Nadia Moss, Efrim. Il proscenio sonoro è apocalittico, come si compete ad un disco registrato agli Hotel2Tango Studios e il dramma che va in scena è di quelli più neri della notte.
Evangelista è un disco di blues biblico, che tira via i demoni dall’anima uno ad uno, chiamandoli per nome e guardandoli in faccia. Si parte subito in piena tregenda con Evangelista I. La Bozulich scarnifica se stessa come una mistica pasionaria dell’800. Urla da un eremo posto alla fine del mondo il suo lamento di rabbia e oppressione, tra plumbei sinfonismi alla GYBE, organi gotici, echi di voci lontane. Un sermone del 1936 di Elder Otis Jones aizza al fanatismo religioso in sottofondo.
Un incipit di quelli che mozzano il fiato e da cui non esce più il disco. Seguono il traditional gospel Steal Away, la cantilena disturbata di How To Survive Being Hit By Lightning, e soprattutto il nerissimo lied per organo e disperazione di Baby, That's The Creeps. Per l’occasione Carla si fa prestare le vesti più scure di Nico, quelle più tardo gotiche di The End. Per dimostrare di avere ancora un po’ di voglia di vivere, la Nostra riprende in maniera calligrafica, Pissing dei Low e s’atteggia a fatina translucida in acido con Prince of the World e Nel’s Box. Si chiude in calma apparente, con la seconda parte di Evangelista, animata dai bizzarri contrappunti da studio orchestrati da Efrim, che si infiltrano per tutto il disco.
A ragion veduta la maggioranza di queste composizioni non è neanche un granché, ma quello che rovescia le carte in tavola è la voce. Brucia di furore e graffia le ottave il canto, mai prima d’ora così carico e blueseggiante nelle inflessioni: sussurri, note sostenute, urla e scatti di livore. Evangelista ha parecchi punti di contatto con i primi lavori dei Bad Seeds. Carla Bozulich si adagia comodamente tra Nick Cave e i Godspeed You Black Emperor!. Da lei all’eternità. (7.3/10)

Chi aveva ancora dei dubbi su Carla Bozulich li ha fugati vedendola dal vivo nel recente tour italiano. Una che aggredisce il palco in un modo che definire smaliziato è poco. Una performance la sua, decisamente teatrale e sopra le righe. Carla è una che ci fa e ci è con la stessa convinzione e la sua musica riflette tutto questo alla perfezione. Quindi molto di impatto e architetta nel dettaglio per ottenere sempre una reazione, proprio come una movenza d’attore su un palcoscenico tiene desta l’attenzione del pubblico mentre con enfasi si alza la voce, si muove un braccio o ci si inarca verso gli occhi che osservano. Il teatrino di Carla però non è di quelli agevoli, perché si conferma anche in questa occasione come un grand guignol dove si mimano dolore e morte, passione e speranza. La musica muove quindi sempre da un fondale che è più nero della pece o dell’occhio che sfoggiava la Nostra nelle date italiane. Con la fidata Tara Burnes e con uno stuolo di ospiti traghetta il nome del precedente album a tutta la sua musica e licenzia questo nuovo disco con il nome dalle sinistre risonanze bibliche di Evangelista. La musica è quella che ti aspetti eppure non suona mai ovvia o prevedibile. Ancora una volta è una faccenda di visioni, tormenti ed estasi a gradazione variabile lungo il percorso tortuoso delle diverse tracce. Wind Of St. Anne cita il Morrison di The End (“the West is the Best”); Smooth Jazz mena fendenti malevoli dai riflessi industriali; Lucky Lucky Luck è un blues depresso da bettola; For The L'il Dudes uno strumentale da thriller. Rispetto al disco precedente forse manca una visione di insieme e l’ispirazione fugge continuamente in direzioni diverse, ma il piglio è sempre sincero, ruvido, livido, aggressivo sia che provi a rifare una cavalcata punk come i vecchi tempi dei Geraldine Fibbers (Truth Is Dark Like Outer Space), sia che intoni nenie lunari dall’umore anemico (Paper Kitten Claw). L’album si chiude con un salmo religioso che trascende i corpi al suono di una disastrata banda jazz. Carla sale in cattedra per il suo sermone di chiusura: “When all hope is gone there’s only thing left. One defiant word that hasn’t dried on our parched lips. Can you say it with me? Love. Love”. (7.0/10)
Il tempio della prosa ravennate diventa con il folk psichedelico dei Father Murphy, le dissonanze post-velvettiane dei Gowns e il blues apocalittico di Carla Bozulich, un contenitore elegante quanto insolito per una serata a base di indie rock ad alto tasso emotivo.
Ad aprire le danze nell'abside-palcoscenico del Rasi è la formazione di Treviso, impegnata in questi mesi a registrare il successore del fortunato Six Musicians Getting Unknown e decisa a regalare al pubblico una gustosa anticipazione del nuovo materiale. Da quanto si è potuto ascoltare nella mezz'ora di set, sembra che la band abbia diluito le istanze barrettiane e le stramberie pop che avevano caratterizzato la passata discografia, in favore di un approccio elettrico ridotto all'osso, dai toni cupi, articolato nelle geometrie e attento alle sfumature.
Sfumature che invece latitano nel noise sui generis degli americani Gowns, armati fino a denti di viola, effetti a cascata, chitarra, basso, batteria e impegnati a snocciolare conoscenze approfondite sulla destrutturazione dei suoni, sull'avanguardia, sulle improvvisazioni corali. Non tutto gira per il verso giusto e l'impressione è che a fianco di un'innegabile capacità di scrittura e un'originalità comunque affascinante, vi sia spazio anche per una certa autoreferenzialità. Da riascoltare.
Chi invece ha convinto oltre ogni ragionevole dubbio è stata Carla Bozulich. Nonostante l'occhio pesto conseguenza del gesto di un folle durante una recente visita in Francia, l'ex membro degli Ethyl Meatplow e dei Geraldine Fibbers si è fatta letteralmente sommergere dal sottofondo dissonante e fangoso dell'ultimo Evangelista , declamandone alla stregua di una novella Patti Smith - traviata dai Birthday Party -, anima e suoni. In un intreccio di voci dirompenti e dall'intensità catartica, sostenuto da una band capace di scorticare le corde emozionali dei presenti a suon di violoncello, basso, batteria, tastiere e campionamenti e di rendere adeguatamente il pulsare perennemente in fibrillazione della proposta dell'artista americana. Teatrale, alla costante ricerca di un feedback dal pubblico, carismatica al pari del Nick Cave meno borghese, la Bozulich ha dimostrato di meritare ampiamente la stima riservatale nell'ultimo periodo dagli addetti ai lavori, oltre a ricordare a tutti che non sempre l'avvicinarsi della mezza età porta con sé l'odore di naftalina.