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“C” come cantautore - Il 2008 della canzone d'autore

di Andrea Provinciali e Fabrizio Zampighi
Avanti non scherziamo. Credevate davvero che la canzone d'autore fosse un genere musicale ufficialmente morto, incapace di stare al passo con i tempi e da ascrivere ai turbamenti del cuore di qualche avventuriero del secolo scorso? Pensavate che quella progenie di menestrelli armati di chitarra classica e pianoforte che più di quarant'anni fa ne decretarono la nascita, non avessero generato nipoti e pronipoti capaci di raccogliere la preziosa eredità? Vi perdoniamo, a patto che recitiate due Bocca di Rosa ogni sera, prima di andare a dormire. Magari, perché no, con l'accompagnamento di una drum machine.
Le luci della centrale elettrica. Foto di Fabio Cussigh

Rinascite e conversioni

di Fabrizio Zampighi

Un macigno del peso di Amen, un Bugo banalmente profondo con l'ultimo Contatti, il groviglio di parole e significati respirato in questi mesi sui palcoscenici del sottobosco italico, qualche nuovo spunto su cui non si può proprio soprassedere, e ci si ritrova a parlare di canzone d'autore. Canzone figlia dei “cattivi maestri” De Andrè, Tenco, Endrigo, Ciampi, ma anche canzone che, con il passare delle stagioni, viene regolarmente sottoposta a inevitabili riletture e trattamenti estetici. Ieri c'era la musica di Rino Gaetano, il pop aulico di Battiato, l'eleganza formale di Giancarlo Onorato, i patterns sintetici dei La Crus a ricordarcelo; oggi ci sono Paolo Benvegnu', Cesare Basile, i Non Voglio Che Clara, Alessandro Grazian, più una folta schiera di giovani personalità in procinto di scendere in campo. Cambiano i modi, le attitudini, le capacità, gli stili, ma rimane viva l'esigenza di dar voce alla parte più intima dell'artista con una musica diretta, poco incline ai vezzeggiativi e ai lustrini, in una parola, “semplice”. In primis nella concezione, magari nell'estetica, ma non nelle motivazioni, quelle ancora legate a filo doppio ai paletti del vivere quotidiano, alle inquietudini, alla necessità da parte di chi suona di filtrare nell'immediato ciò che lo circonda o magari di affidarsi, per un attimo, a un'inaspettata leggerezza. Lontano dai grandi canali promozionali la nuova canzone d'autore parla la lingua della provincia, tocca i confini del pop, usa un accento che non è più quello anoressico e intellettuale delle primissime produzioni ma si fa contaminare, non disdegnando di “sporcarsi le mani” con le ruvidezze del rock o i ritmi sincopati. In un aggiornamento estetico costante che offre spunti interessanti a chi volesse confrontarsi con le nuove realtà.

Noi abbiamo deciso di farlo prendendo in considerazione tre proposte neonate nel sottobosco (quasi) indipendente, tutte giovani, carine e ovviamente disoccupate. Tre modi di intendere la tradizione autoriale che ci paiono significativi - oltre che diversissimi tra loro - di come sia possibile rapportarsi a un certo immaginario pur maturando una propria sensibilità, nonostante i ricambi generazionali e i ritmi forsennati di questa post-modernità d'accatto. Nello specifico, Le Luci Della Centrale Elettrica, Dente, I Cosi: nomi che forse ad alcuni non diranno nulla ma che a noi sembrano meritare un approfondimento per il solo fatto di essere stati capaci di regalarci emozioni. Nel primo caso violente, con un sentire ruvido, abbarbicato su effluvi di parole grevi, così vicino alla poetica del Rino Gaetano meno scontato; nel secondo rassicuranti, in virtù di una proposta svagata in bilico tra folk, pop e jazz; nel terzo vagamente nostalgiche, sull'onda di una musica piacevolmente rétro che cita Modugno e Celentano, pur nell'ottica di arrangiamenti fondamentalmente rock. Una terna di artigiani appena formati ma già con la mano ferma e il piede veloce, a disegnare per la canzone d'autore un futuro che ci pare di poter definire roseo.

Per completare il quadro una panoramica ridottissima sull'universo My Space, senza alcuna pretesa di completezza o garanzia di uniformità stilistica. Un salto nel vuoto in piena regola a scoprire cosa vuol dire “canzone d'autore” tra le maglie strette della rete, a indagare mondi musicali ancora senza contratto, a scovare equilibristi del link, minorenni della discografia o magari artisti con alle spalle già una buona fetta di vita on stage. Perché nel 2008 digitale la tradizione dei cantautori passa anche da queste parti.

Parole e rock & roll: la canzone d'autore dei Cosi

di Fabrizio Zampighi
Foto: I Cosi

Tutto inizia in una sala prove di Via Lombroso, a Milano. All'interno, una varietà di rumori e stili vivace quanto disomogenea, dal magma sonante dei Lombroso – appunto -, al rock nostalgico delle Vibrazioni, alle schermaglie funkeggianti dei Kubla Khan. E' da questi ultimi che nascono, nel 2004, i Cosi, sull'onda di una svolta stilistica e concettuale che li allontana in maniera netta dalle precedenti esperienze e li catapulta sulla scena autoriale italiana: “L' esperienza più importante la si deve ai Kubla Khan, che è stato il nostro primo progetto. Dopo tre anni come Kubla Khan il progetto ha trovato la sua conclusione e in seguito a una pausa di circa un anno, siamo ripartiti con un nuovo progetto e con una rivisitazione dei ruoli”. Il nome della band lo inventa Morgan in occasione di una delle prime esibizioni, ma ai comandi ci sono sempre Marco Cosma Carusino Vignera – chitarra e voci nonché autore di tutti i testi -, Antonio Mesisca – basso e voce – e Stefano Stea Aquino – batteria e voce -, a rivisitare in chiave pop un' Italia forse messa da parte troppo in fretta, quella di Tenco, Modugno, Celentano, Paoli: “Sono influenze a noi molto care, come anche Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Sergio Endrigo. E’ stato davvero importante per noi tornare agli ascolti di una volta per capire in pieno il concetto di canzone italiana”. Un ritorno al passato che pur ricalcando nella scrittura i modelli musicali nostrani anni Cinquanta e Sessanta, sceglie una direzione leggermente diversa per gli arrangiamenti - nell'ottica di un sentire che rimane comunque fortemente ancorato ai Sixties - citando l'America del rock & roll, i Beatles e, in generale, il pop inglese: “Per completare il concetto di canzone italiana, così come si faceva ai tempi, lo sguardo è stato rivolto anche all’estero, alla musica straniera di quegli anni. Brani come, ad esempio, Taxmandei Beatles (ripresa nella parte iniziale di Sulle spalle di un gigante, ndr)”. Ma quanto c'è di nostalgico nella musica dei Cosi e quanto di veramente originale? “Io direi che il cocktail è cinquanta e cinquanta, nel senso che per noi risulta originale scavare nel passato.”

Nel settembre del 2007 esce il primo CD. Il titolo è Accadrà e i minuti sono trentaquattro, spesi tra morbidezze strumentali dall'eleganza inaspettata e brani energici traviati principalmente dal beat. Una dichiarazione d'amore ma anche un riuscito omaggio a un genere che negli ultimi tempi sembra aver riguadagnato terreno, anche grazie al lavoro di formazioni - non a caso satelliti anch'esse della scena milanese - come i Baustelle: “E’ una strana ma sobria coincidenza che speriamo però possa segnare un lungo sentiero da percorrere. I Baustelle stanno facendo passi da giganti e mi congratulo con loro per la bellezza dell’ultimo disco .”

Staremo a vedere. Per ora ci basta sapere che oggi, come nell'Italia del boom economico, c'è ancora qualcuno che nel cambiamento vede la rinascita della tradizione e che è convinto di aver recuperato qualcosa di importante dal passato musicale “serio” italiano: “L’amore per la canzone fine a se stessa . Un mondo che si riscopre tutte le volte che lo si affronta scrivendo un brano.” Un mondo basato sulla “semplicità e la sincerità” che sembra volerci spingere a ritrovare quell'onestà intellettuale forse un po' passata di moda.

Dente: cantautoreodontoiatra

di Andrea Provinciali
Foto: Dente

Giuseppe Peveri, moderno menestrello in bassa fedeltà e istintivo giocoliere di parole nato nel 1976 ed oggi artisticamente conosciuto come Dente, inizia a masticare musica già in tenera età. Soprattutto durante gli spostamenti in macchina con i propri genitori, in mezzo a quella pianura emiliana che gli ha dato i natali. “In casa mia non si ascoltava molta musica, si ascoltava di più in macchina. I miei avevano le cassette di Baglioni e Cocciante e le mie preferite: Italian Graffiti ’60 e ’70 con su Bruno Martino, Gino Paoli ecc…”.

Così, è facile immaginarsi il piccolo Giuseppe intento a spiare il paesaggio fuori, mentre dentro quel magico intrecciarsi di sillabe e note lo ammalia inesorabilmente segnandone per sempre il destino. Come è fin troppo facile, immedesimarsi in questa nostalgica e molto comune condizione infantile. Sarà, forse, proprio questa esperienza generazionale la causa dell'attuale ritorno a certa canzone d’autore? Che si voglia o meno chiamare “scena”, è impossibile, però, non cogliere una certa comunanza tra artisti come Dente, Le luci della centrale elettrica, I Cosi, Non voglio che Clara, Artemoltobuffa e Bugo -tanto per fare alcuni nomi -, considerato anche che molti di essi possiedono l’identico bagaglio di ascolti in bilico tra tradizione italiana e indie-rock. Lo stesso Dente elenca tra le proprie preferenze musicali, a fianco dei vari Battisti, Gaetano e De Gregori, artisti come Tom Waits, Sparklehorse, Elliot Smith e Lou Barlow. “Non so in che modo tutto questo mi influenzi musicalmente, ma sicuramente lo fa”.

Ma come Giuseppe Peveri diventa Dente? Tutto nasce mentre milita come chitarrista nei La Spina.Scrivevo canzoni tristi con la chitarra acustica e non le facevo sentire a nessuno. Fin quando non mi obbligarono a fare dei concerti da solista, in uno dei quali quelli di Jestrai mi videro e mi offrirono un contratto. Accettai. Eccomi qua”. Ecco Dente. E mai nome poteva essere più rappresentativo. Infatti, proprio come un incisivo, il Nostro ha sia una lunga e forte radice ben piantata nella tradizione, sia una corona smaltata in grado di afferrare e assimilare i diversi ascolti fatti negli anni. E quando morde lo fa dolcemente, ma, statene certi, lascia un’impronta profonda, difficile da togliere. A riprova ci sono i due album pubblicati da Jestrai. Il primo, Anice in bocca (2006), nonostante si muova timidamente tra bozzetti indie-pop in bassa fedeltà, tutti basati sul suono scarno ed essenziale di una chitarra acustica, colpisce positivamente per l’intento del Nostro di puntare alla quotidianità dei rapporti umani con testi spontanei - ma non per questo banali - e una voce lieve e trasognante. Ma è con Non c’è due senza te (2007) che Dente riceve la giusta attenzione di pubblico e critica. L’album piace, eccome. “Ti giuro che non mi sarei mai aspettato una cosa così. Il disco si è messo a girare ed è piaciuto parecchio”. Esso, infatti, pur possedendo sempre un approccio di base asciutto e minimale, risulta tuttavia molto più curato e arioso rispetto all’esordio, grazie soprattutto a una maggiore attenzione per i particolari. Ma sono le immediate melodie pop della maggior parte dei brani, impreziosite da liriche sentimentalmente (auto)ironiche costruite con memorabili giochi di parole, a consacrare meritatamente Dente come uno dei nuovi fenomeni della canzone italiana contemporanea. In bilico perfetto tra tradizione e modernità. Egli definisce il proprio cantautorato “italiano per natura e per principio”. “Per me è stato naturale usare questa lingua, perché l’ho sempre parlata ed è quella con la quale meglio mi esprimo. Inoltre, credo che in Italia chi scrive in Inglese trova molte porte aperte da parte delle etichette, ma tante orecchie chiuse da parte del pubblico. Abbiamo tutti nel DNA l’immensa cultura musicale Italiana, ma quando uno decide di fare musica si deve per forza attaccare a modelli stranieri. Non so, sarà perché scrivere in inglese è molto più facile o perché i gruppi stranieri che ci propone la tv sono tutti fighi e hanno la piscina. Io penso che Sergio Endrigo sia molto più figo di Lenny Kravitz”. Che altro aggiungere? L’avevamo detto che quando morde lascia il segno. Da poco è uscito il suo nuovo EP Le cose che contano.

Poesia post-nucleare: Le luci della centrale elettrica

di Fabrizio Zampighi
Foto: Le luci della centrale elettrica

“Le luci della centrale elettrica sono state accese da me in un pomeriggio troppo lungo e troppo azzurro come progetto di cantautorato denuclearizzato. Un cantautorato [...] che non trascuri le distorsioni sature, le frasi urlate, i ritmi ossessivi”.

Un nome, un immaginario, una dichiarazione di intenti senza mezzi termini, postata direttamente su My Space: Le luci della centrale elettrica. “Guardandomi attorno, a Ferrara, direi che sono una delle cose che si nota di più. Le trovo spettacolari. Con i miei amici andavamo a fumare guardando quel panorama.”

Nasce tutto nella cittadina estense, e non è un caso. Città delle biciclette conosciuta in tutta Europa ma anche polo industriale ed energetico di prima categoria: la chimica, l'inceneritore e, appunto, la centrale elettrica. E' sufficiente farsi un giro sull'A13 per rendersene conto: arrivati all'altezza di Ferrara si viene quasi rapiti dalle dimensioni mastodontiche di tutto l'impianto, un fascino mescolato a repulsione, meraviglia, disagio, timore. Un mix di sensazioni offuscato dal fumo delle ciminiere che ad occhi stranieri parla di decadenza, degrado, invasione degli spazi. Un paesaggio urbano estremo che per Vasco Brondi, titolare del progetto, ha invece un sapore del tutto diverso: “Io cerco di guardarmi dentro e attorno. Quelli sono i nostri posti, i posti in cui cerchiamo di costruire le nostre cose, abbracciarci alle finestre che danno sulle discariche, disegnare sui cavalcavia per farli diventare più simpatici. Questo mi interessa, non una generalizzata lamentela sulla bruttezza architettonica”.

Punti di vista differenti, accomunati tuttavia da sensazioni forti. Le stesse che hanno spinto il Nostro a prendere in mano la chitarra per parlare di ciò che ha attorno, in una sorta di auto-analisi consumata tra “piogge acide” e “pozzanghere”, “saracinesche abbassate” e “diramazioni autostradali”, “case popolari” e “binari morti”, “cassonetti in fiamme” e “occhi di criptonite”. Una poetica d'asfalto e cemento che non fa sconti, colpisce duro, rilegge l'impegno in chiave esistenziale, assumendo infine i connotati di una canzone d'autore sui generis. Interrogato a proposito del suo rapporto con i cantautori classici, Brondi risponde in questi termini: “Li ho sempre ascoltati parallelamente ai gruppi punk-hc degli anni Ottanta e ad altre cose diversissime. Li ho sempre trovati famigliari. De Andrè, De Gregori, Piero Ciampi, Leo Ferrè, Battiato, Rino Gaetano: li ho sempre in testa.” Dei tanti, ci pare di poter dire, soprattutto Gaetano, chiamato in causa dalle ruvidezze del cantato quanto dal taglio disilluso di certe liriche: “Io penso che la somiglianza sia soprattutto dovuta al mio timbro di voce, che è una cosa involontaria. Non trovo affinità con lui se non per due o tre canzoni. Lui riusciva ed essere allegro anche parlando di cose profonde. Questa cosa – che mi piace - a me manca.”

Sarà. Fatto sta che è quella la tradizione che rivive nei brani del Nostro, esponente suo malgrado di una nuova schiera di musicisti di confine attratti, sì, dalla canzone d'autore ma al tempo stesso interessati a rinnovarla:“Se per canzoni d'autore s'intendono canzoni decenti, sì, fortunatamente ne esistono ancora. Dente, Giorgio Canali, Massimo Zamboni, gli Altro, il Truceklan, per esempio, fanno canzoni stupende.”

A dar forma ai brani dell'esordio discografico dell'artista ferrarese – Canzoni da spiaggia deturpata, in uscita a maggio – pensa Giorgio Canali, talmente rapito dai testi di Brondi da spingersi a lodarlo senza mezzi termini: “Ci ho messo un anno a scrivere i miei testi, se l’avessi conosciuto prima gli avrei chiesto di scriverne la metà e in sei mesi avremmo regolato il problema. [...] Dal punto di vista della scrittura e della brillanza mentale è fantastico. E’ la cosa più interessante che ho sentito negli ultimi dieci anni.” Una dichiarazione di stima che, nell'immediato, si trasforma nel tentativo, riuscito, di ravvivare le trame scarne del giovane musicista ferrarese ricorrendo a chitarre elettriche, effetti assortiti, arrangiamenti capaci di imprimere al tutto una necessaria accelerazione formale. Poche parole che sul lungo periodo, lasciano presagire interessanti sviluppi.

Canzone d’autore 2.0: la glocalizzazione di My Space

di Andrea Provinciali

L’età dell’oro musicale italiana è sicuramente rappresentata dalla canzone d’autore, promossa da artisti come De André, Tenco, Ciampi, Battisti, Gaetano… Un’epoca musicale, quella, che donò profondità e valore culturale a un Paese storicamente sempre in lotta con se stesso, nella quale le persone si identificavano e rispecchiavano. Difficile, oggi, credere alla formazione di un movimento artistico in Italia in grado di catalizzare le ansie, i sogni, la rabbia e le emozioni della maggior parte delle persone tramite l’urgenza comunicativa di canzoni tanto semplici e melodiche. In un mondo dove la complessità impera sovrana, dove le cose corrono sempre più veloci, dove è facile dimenticarsi di tutto e tutti, risulta addirittura spiazzante il solo pensarci. Ma, paradossalmente, proprio la sempre più avanzata evoluzione tecnologica, la rivoluzione di Internet, l’avvento del web 2.0, hanno finito per agevolare un certo ritorno al passato. Non dal punto di vista sociale, ma da quello musicale. Si pensava che MySpace fosse la vera testa d’ariete in grado di abbattere qualsiasi frontiera linguistico-culturale. Si pensava davvero che grazie ad esso, musicalmente, anche l’Italia sarebbe potuta diventare come la Svezia: capace cioè di conquistare il mondo – quello anglofono, ovviamente – con nuovi talenti (poco italiani). Invece, è successo il contrario. La globalizzazione di MySpace ha finito per evidenziare i particolari, le peculiarità del singolo: ha sviluppato la glocalizzazione. Basta scorrere tra le miriadi di pagine virtuali dalle quali è composto, per accorgersi di siffatta tendenza. Basta andare, ad esempio, sul MySpace (myspace.com/lelucidellacentraleelettrica) de Le luci della centrale elettrica per verificare che sul web si sta costituendo una vera e propria scena musicale. Guardate tra gli amici linkati: molti di essi sono autori, che a loro volta rimandano ad altri autori, in una catena infinita. Così viene a formarsi una folta schiera di nomi da tenere d'occhio, più o meno conosciuti, quasi tutti disoccupati: 33ore, Camera66, FolkTronicOpera, Carmelo Amenta, Vittorio Cane, 4fioriperzoe e via dicendo. Affiancateli ora ai vari Baustelle, Bugo, Dente, I Cosi, Non voglio che Clara, Artemoltobuffa, Babalot, Marta sui tubi, Berto e molti, molti altri, e capirete subito quale importanza questo possibile movimento potrebbe raggiungere. Cosa li accomuna? L’età anagrafica e una voglia matta di comunicare in italiano, con un approccio che ricorda da vicino quello della canzone d’autore ma è al tempo stesso contaminato dalle influenze musicali più disparate. Così, quell’eredità artistica lasciata dai mostri sacri della canzone italiana che per molti anni è stata come dispersa e smarrita - a parte rare e isolate eccezioni -, sembra tornare in auge proprio grazie a MySpace.

Oggi lo sviluppo tecnologico permette di fare dischi in casa senza grandi spese e di pubblicarli dopo qualche ora sul web mettendoli così a disposizione di tutti e in tutto il mondo. Chi si poteva permettere una cosa del genere solo una decina d’anni fa? Se a ciò si aggiunge anche un ritorno a certa semplicità stilistica e a una più immediata urgenza comunicativa, parlare di una nuova canzone d’autore non è poi così fuori luogo. Prendete ad esempio il livornese/bolognese Marcello Petruzzi, unico titolare del progetto 33ore: nonostante collaborasse già con i Caboto e i Franklin Delano, ha sentito l’esigenza di mettersi in proprio, declamando testi in lingua madre su un folk-blues acustico molto autoriale e registrato in casa. Ancora senza contratto discografico, il Nostro, grazie proprio al suo MySpace, (myspace.com/33ore), si è già fatto conoscere e apprezzare da critica e pubblico, riuscendo ad aprire, non a caso, alcuni concerti de Le luci della centrale elettrica. Ecco, è proprio questa interazione - sia virtuale che reale - a far ben sperare per un futuro migliore della musica italiana: la canzone d’autore 2.0.

  • Le cose che contano
  • L'amore non è un opinione
  • Due gocce
  • Ti regalo un anello

Dente – Le cose che contano (Jestray, aprile 2008)

di Andrea Provinciali

Le cose che contano è il nuovo EP di Dente, un simpatico e rilassato, seppur gradito, esperimento in vista dell’album in programma per il prossimo autunno. Quattro canzoni che, non prendendosi troppo sul serio, giocano sull’improvvisazione sonora grazie alla compartecipazione in fase di arrangiamento e registrazione (avvenuta in soli due giorni, in presa diretta, al Magazzeno Bis di Bologna) di affermati musicisti come Roberto Dell'Era (Afterhours), Enrico Gabrielli (Mariposa e Afterhours), Enzo Cimino (Mariposa) e Valerio Canè. Sono proprio gli apporti strumentali di quest’ultimi a donare una luce nuova alle canzoni del Nostro. Infatti, quello scarno incedere chitarristico in bassa fedeltà, emerso timidamente nell’esordio Anice in bocca (Jestrai, 2006) e maturato originalmente nel seguente Le cose che contano (Jestrai, 2007), è ora quasi del tutto assente, tanto è ricoperto di decorazioni e ornamenti sonori molto, molto rétro (theremin, fiati, tastiere, percussioni, ecc.). Ciò che non cambia è invece quel suo modo trasognato, ironico e scanzonato di interpretare le sue liriche, per l’occasione, tutte basate sulla matematica e sul rapporto con i numeri. Così tra un gioco di parole e l’altro filano via in rapida successione questi deliziosi bozzetti indie-pop, ora in preda a improvvisazioni jazz che evocano addirittura il migliore Pino Daniele (Le cose che contano), ora intrisi di spensierata malinconia pop à la Battisti (Due gocce, l’episodio più immediato e più vicino allo stle Dente), senza lasciare né forti emozioni né cocenti delusioni. Un EP poco pretenzioso da assimilare come un piacevole e rilassante antipasto in attesa dell’album vero e proprio. Perché ci sono cose che contano e altre no, proprio come canta il Nostro nella title track. (6.5/10)

  • Lacrimogeni
  • Per combattere l'acne
  • Sere Feriali
  • Stagnola
  • Piromani
  • La lotta armata al bar
  • La gigante sca scritta coop
  • Fare i camerieri
  • Produzioni seriali di cieli stellati
  • Nei garage a Milano nord

Le luci della centrale elettrica – Canzoni da spiaggia deturpata ( La Tempesta / Venus, 1 maggio 2008)

di Fabrizio Zampighi

Cut-up à la Burroughs che si fa storia e congiunzioni; che incontra il cielo pesante della provincia post-industriale rimanendone folgorato; che sputa ricordi di gioventù vissuta tra quartieri popolari e circonvallazioni; che piange, ride, fuma e si lascia cullare dal bianco delle ciminiere; che affitta sei corde di chitarra acustica per farci star dentro poco più di vent'anni di vita. Quelli di Vasco Brondi, titolare del progetto Le luci della centrale elettrica, ma anche quelli di chiunque abbia trascorso la propria adolescenza in spazi aperti imbavagliati dal cemento, regolamentati dai parcheggi dei supermercati, illuminati a giorno dai fari degli impianti.

Si parte dai testi per capire il senso e l'immaginario di riferimento di queste Canzoni da spiaggia deturpata, si segue il ritmo delle parole, si urla e ci si ritrova a naufragare in una poetica che cita un Rino Gaetano libero dai vincoli della metrica, irrobustito, rinchiuso in un flusso di coscienza che se ne frega delle regole armoniche. E non solo di quelle. A dimostrazione, episodi da un paio di accordi ripetuti a oltranza, distorti, allentati talvolta da un elegante lavoro di produzione che stempera i toni più claustrofobici, capaci di mostrare una profondità inaspettata. Brani che vanno a comporre un'opera ambivalente, affascinante dal punto di vista letterario ma anche intransigente sul versante musicale, estremamente diretta ma al tempo stesso ostica nella sua semplicità, infinitamente punk – per lo meno nell'etica - e poco intenzionata a scendere a compromessi con i sostenitori della “bella canzone”. Un disco che vive di spaccati emotivi intensissimi come Per combattere l'acne, Lacrimogeni o La gigantesca scritta coop, che prende allo stomaco, che non passa inosservato, consegnando alla storia un autore di razza che tra sbuffi, incazzature e malumori ci ricorda il fascino sottile del neorealismo. (7.3/10)

  • Mondo sogna
  • Domani
  • Sulle spalle di un gigante
  • La neve a Milano
  • Lacrima
  • Rosa
  • Accadrà
  • Verso Padova
  • Intro di non ci sei
  • Non ci sei
  • Note di luna piena

I Cosi – Accadrà (Warner, 14 settembre 2007)

di Fabrizio Zampighi

Possono le melodie malinconiche di Umberto Bindi, Modugno, Tenco, convivere con i tempi veloci del rock e del pop? Può la tradizione della canzone d'autore italiana scendere a patti con una chitarra elettrica, un basso e una batteria? Pare proprio di si, soprattutto se ad occuparsi di questo incesto in note sono i milanesi i Cosi.

Un disco, il loro Accadrà, che foraggia l'immaginario nostalgico e monocromatico di un Italia morta e sepolta, quella degli anni Cinquanta e Sessanta, quella della Cinquecento, quella in cui jazz e pop andavano a braccetto nei brani dei primi cantautori. E' questo l'universo musicale di riferimento del gruppo, nelle melodie, nella scrittura, ma non negli arrangiamenti, quelli ben decisi a iniettare nel tessuto epiteliale degli undici brani in scaletta una certa dose di sana irriverenza. D'antan, naturalmente, se è vero che in Mondo Sogna e La neve a Milano si rintraccia l'ovatta tipica del rock'n'roll americano più romantico, in Lacrima si viaggia a velocità costante tra beat e rockabilly, in Rosa si respirano venti d'oriente in salsa garage, in Sulle spalle di un gigante si citano in un sol colpo Beatles, Kula Shaker e Doors. Oltre a saper coniugare con gusto tradizione e ritmi sincopati, i Nostri dimostrano una particolare abilità nel confezionare singoli radiofonici – Domani, sorta di via di mezzo tra i Rolling Stones e Vacanze Romane dei Matia Bazar– o nel rallentare improvvisamente il ritmo, concedendo maggiore visibilità all'anima riflessivo / recitativa della musica (Accadrà). Per un disco che, lo si voglia o meno tacciare di facile revisionismo, si fregia comunque di un pugno di brani in grado di trasformare con stile il passato remoto in passato prossimo, se non proprio in presente. Tanto basta a scuotere le nostre coscienze intorpidite. (7.2/10)