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Calla

di AA. VV.
Anima darkwave in un corpo slowcore. Il percorso di una band che dopo aver viaggiato per grandi praterie sonore ritorna al songwriting, fra frontiera e mura urbane…
Foto: Calla

Dalla canzone alla sperimentazione, andata e ritorno

di Lorenzo Filipaz

I Calla sono la fusione di due nuclei compiutasi nello spazio che intercorre fra una dimensione domestica, volta al paesaggio rurale (Texas), e quella urbana e cosmopolita per antonomasia di New York. Su queste coordinate psicogeografiche si sviluppa l’identità sonora del gruppo.

In principio, a.d. 1992, ci sono i Fallen Vlods: duo elettro-acustico indirizzato verso la sperimentazione sotto la guida di Sean A. Donovan, subito titolari di una label – la EachHundreds – dedita ai suoni di frontiera. Accanto a loro sorge poco dopo (’93) The Factory Press, di Aurelio Valle e Peter Gannon, sbilanciati invece verso un rock ad alto contenuto “sabbioso” (il loro unico album The Smoky Ends Of A Burnt Out Day - uscito postumo nel ’98 per la ND - vedeva Kid Congo Powers e Matt Verta-Ray alla produzione, ndr), minimo comun denominatore delle due esperienze il percussionista, batterista, nonché electronic programmer Wayne B. Magruder.

Entrambi i progetti ebbero origine in Texas: i Factory Press a Denton, quasi contemporaneamente ai Bedhead (di Dallas, poche miglia più a sud, ndr), e i Fallen Vlods ad Austin, in una scena che di lì a a poco vide sorgere gruppi come American Analog Set, And You Will Know Us By The Trail Of Dead e poi Explosions In The Sky. Ma ambedue i gruppi mossero ben presto verso New York, dove si dissolsero grossomodo nel ’96. Nella Grande Mela i nostri protagonisti trascorsero un lasso di tempo seguitando per le loro rispettive strade; così mentre Valle transitò per gruppi garage e rockabilly, Donovan proseguì la sua formazione classica organizzando le Simultaneity Series per trenta musicisti, collaborando col S.E.M. Ensemble di Petr Kortik e diventando animatore degli eventi organizzati al Guggenheim, al Lincoln Center e alla Carnegie Hall (per le sue più che eccellenti partecipazioni rimandiamo al sito della Young God). Magruder invece divenne rinomato sessionman on-stage per Windsor For The Derby, Robert Hampson (Loop, Main) e Bowery Electric con i quali registrò il loro secondo album Beat (Kranky, 1996).

Sul finire del ’97 decisero infine di riunire le forze (Gannon fiancheggiava il gruppo senza prendervi parte a pieno titolo) spinti dalle motivazioni più disparate: mentre Valle (chitarra, voce) aspirava a fondere “un suono vintage con influenze moderne” rientrando nell’alveo di un songrwriting “altro” che guardava a Tom Waits come ai Jesus & Mary Chain passando per Lee Hazelwood, Donovan (basso) si interessava alla “manipolazione del timbro attraverso lo spazio” incarnando l’anima più sperimentale all’interno del gruppo. Magruder invece (batteria), ambendo ad “integrare elettronica, triggers e samples in un formato rock”, si poneva come ideale medium fra i due compagni, avvicinando in parte il gruppo al post-rock e alla glitch. Il loro self-titled debut si presenta come la risultante sorprendentemente esatta di queste tre linee: frammenti soffocati di ballata drop-out si perdono in un suono “volumetrico” guidato dal basso di Donovan e dai sample industriali di Magruder. Il disco - registrato nel ’98 - uscì nel ’99, giusto in tempo per rientrare nel novero dei dischi più suggestivi e fascinosi degli anni ’90, forte della totale libertà concessagli dalla belga Sub Rosa, l’etichetta che forse più di ogni altra si è dimostrata in sintonia con l’anima dei tre.

Quel suono fatto di lontani echi industriali proiettati in una dimensione dilatata, fusione della suggestione desertica con quella cosmica, non potè non scatenare l’infatuazione di uno come Michael Gira che mise immediatamente i Calla sotto contratto per la sua Young God. Ma qualcosa nel frattempo era cambiato, la dimensione live con la quale si ritrovarono a confronto dopo il debutto alterò il perfetto equilibrio del disco: erano pur sempre un gruppo rock - per quanto di frontiera - e il rock dal vivo necessita di un frontman, ruolo che quasi immancabilmente spetta al vocalist. Gira, intuendo le potenzialità compositive di Valle, spinse nella sua direzione completando l’opera. Così in Scavengers (Young God, 2001) le chitarre finirono in primo piano e inevitabilmente riemersero i retaggi della scena texana, Bedhead in testa, anche se decisamente superati grazie al carico di charme cosmico-desertico che i Calla si portavano appresso e alla loro totale estraneità dalle pastoie emo. La cesura con l’esperienza precedente non era infatti ancora così netta e l’apporto di Donovan e Magruder si rese ancora determinante a conferire al disco quell’immaginifico allure dei grandi spazi nonché gli accenti sperimentali collusi – quantomeno stilisticamente - con l’elettronica downtempo. A riprova della vitalità di questa duplice attitudine i Calla offrirono i loro repertorio in pasto ai remix di amici e non in Custom (Quatermass, 2001), dall’altro lato, spinti dalla critica - specialmente europea (in quanto è a questa che la produzione li spingeva a rivolgersi) - che li voleva eredi di Badalamenti, Morricone e delle grande colonne sonore da “panoramica”, iniziarono a prestare i loro brani ai commenti sonori di cortometraggi, incamminandosi su una strada che li porterà a far parte della soundtrack The Manchurian Candidate di Jonathan Demme (2004) e a partecipare attivamente alla colonna sonora del film Satellite (2004).

Rinfocolarono intanto i progetti collettivi, i Fallen Vlods si ripresentarono come Crumbles Recovery (EachHundreds, 2000), Wayne Magruder avviò il progetto personale tenEcke e il “fiancheggiatore” Gannon fondò i Murcov con Daphne Gere (sua futura moglie). I particolari interessi sperimentali dei vari membri si dirottarono quindi su queste valvole di sfogo lasciando a Valle il campo libero. Ne conseguì un disco, Televise, uscito per i tipi della Quatermass nel 2003 (etichetta diversa ad ogni disco, a testimonianza di un continuo desiderio di cambiar pelle) che presenta un mood nuovamente rivoluzionato. Sulla falsariga di Fear Of Fireflies, ballata che lasciava intravedere un grande songwriting, Valle scrisse una manciata di canzoni decisamente più standardizzate rispetto alla precedente produzione, con un suono meno elaborato ma dotate di una comunicativa indubbia - Strangler e Televised su tutte - figlia più della darkwave urbana che dello slowcore rurale. Inevitabilmente il loro pubblico s’ingrossò guadagnando al gruppo un successo inedito ma fruttando anche un equivoco: la loro nuova lettera pervasa dall’affascinante voce di Valle, sospesa fra torpore erotico e disperazione autocompiaciuta, unita alla frequentazione della nascente next big thing della Grande Mela, gli Interpol, avvicinò pericolosamente i Calla ad un pubblico estraneo a quello abituale, molto più attento all’hype (trasformando Valle quasi in un idolo per ragazze) e quindi molto impaziente, poco propenso alla lente seduzioni in punta di voce. Ne derivarono gig confusionarie, laddove la loro musica (anche in questa nuova veste) necessitava di silenzio e attenzione, come testimonia l’EP acustico uscito in tiratura limitata nello stesso anno. Forse anche per adattarsi a questo nuovo pubblico Gannon entrò nel gruppo in pianta stabile a partire dal 2004 e Valle iniziò a scrivere pezzi sempre più wave e sempre meno slow, fino all’abbandono di Donovan quest’anno che ha deciso di proseguire nello sviluppo dei suoi interessi in ambito sperimentale al di fuori della band.

Con il presente Collisions - uscito per la prestigiosa Beggars Banquet - e con la nuova formazione Valle-Magruder-Gannon, ritornano in pratica gli originari Factory Press, completando idealmente un ciclo che li riconsegna nuovamente alla canzone dopo averli trasportati per grandi praterie sonore…

  • Tarantula
  • Custom Car Crash
  • June
  • Only Drowning Men
  • Elsewhere
  • Truth About Robots
  • Trinidad
  • Keyes
  • Awake And Under

Self-Titled (Sub Rosa, 1999)

di Lorenzo Filipaz

Il debutto dei Calla è una pietra scura, incrostata di polvere, sabbia e detriti da lavorazione industriale. Suoni dolcemente introversi, sperduti in labirinti di triggers al ritmo martellante di percussioni autarchiche programmate, fra i quali a volte sbuca una voce larvale a intonare sommesse giaculatorie private. Disco per le ore piccole, nelle dichiarazioni degli stessi musicisti, giocato su quella tenue luce che non si spegne mai neanche a notte fonda, che impasta residui di subconscio con pezzetti di realtà cruda e livida.

L’engineering è affare di Sean Donovan, allievo ideale di Stockhausen e Feldman, con il supporto sporadico di Magruder ed – esternamente – di Peter Mavrogeorgis. Il suono è una questione interna al gruppo quindi, un suono che va ben oltre una semplicistica bassa fedeltà, soffermandosi aleatoriamente sull’imperfezione a dargli volume e anima, forte di una consolidata esperienza avanguardistica che lambisce appena i moduli del rock (principalmente nel velluto darkwave della song più tradizionale del lotto, Trinidad, e nel chiaro omaggio a Waits, Custom Car Crash), includendo altresì accenti mai banali da soundtrack non solo occidentale (Juneci suggerisce il nome di Teiji Ito). Un gran lavoro di sperimentazione sulle masse sonore, quasi studi da Dolby Surround, nell’accostare echi incredibilmente lontani (di basso) a rumori incredibilmente vicini (i triggers) per delineare grandi spazialità attraverso il suono. Un Midwest dell’anima fatto di non-luoghi notturni (Elsewhere) dove ogni tanto si vede spuntare l’aurora (Only Drowning Men). (8.0/10)

  • Fear Of Fireflies
  • Hover Over Nowhere
  • Traffic Sound
  • Tijerina
  • Slum Creeper
  • The Swarm
  • Mayzelle
  • Love Of Ivah
  • Dear Mary
  • Subterrain

Scavengers (Young God, 2001)

di Lorenzo Filipaz

La dimensione concertistica è sempre stata conflittuale per i Calla. Il loro primo repertorio fatto di sfumature di suono e di crepuscoli di canzoni, perfettamente a suo agio nel catalogo “di frontiera” Sub Rosa, trovava non poca difficoltà nella messa in scena dal vivo con strumentazione tradizionale. L’assetto è cambiato di conseguenza, concretizzandosi nel ritorno alle chitarre e a batteria e basso non programmati, con il patrocinio di Mr. Gira in cabina di produzione. Mutamento che si dispiega in tutta la sua portata fin dalla prima canzone: Fear Of Fireflies (un instant-classic del loro repertorio live) colpisce immediatamente nel mostrarsi come l’inattesa trasposizione della loro peculiare ricerca sonora nelle strutture tradizionali della ballata, così come Tijerina (forse il loro apice di carriera) traspone nella scienza del riff la loro sperimentazione “spaziale” giocata sul contrasto lontano/vicino.

La prima parte del disco fino a The Swarm punta direttamente e deliberatamente al cuore dell’ascoltatore con il canto strascicato, ma ora molto più chiaro, di Aurelio Valle e col suo particolare modo di intrecciarsi alle chitarre e alla “polvere di suono”. Molti ne hanno parlato come di rockabilly dilatato e screpolato (sicuramente i Gun Club e i Leaving Trains più rilassati non saranno del tutto alieni ai Nostri) ma la voce e le parole di Valle, più che riflettere l’epica del West, si riallacciano più volentieri alla desolazione post-paisley di Kendra Smith, Mazzy Star e affiliati (fino a Codeine, Galaxie 500 e i conterranei Bedhead soprattutto), e nondimeno all’estetica malinconica e torbida – sottilmente vampiresca – dell’UK post-new wave: dai fratelli Reid dei JesuS & Mary Chain, a Neil Hailstead e My Bloody Valentine. Mantenendo sempre tonalità fioche, alle volte vigorose ma mai violente, delicate ma dal retrogusto ferino, come mani sul corpo di un amante perduto e immaginario.

Purtroppo l’ultima parte dell’album scade nella prolissità e in episodi dozzinali, facendo perdere qualche punto al disco altrimenti all’altezza dell’esordio – per quanto molto differente. In questo senso meglio l’edizione americana, con la breve A Fondness For Crawling e la bella cover di Promenade degli U2, rispetto a quella europea con la buona ma prescindibile cover di Dear Mary della Steve Miller Band e con gli insostenibili dodici minuti di Subterrain. (7.8/10) alla prima versione e (7.5/10) alla seconda.

Intermezzo #1: Remixes

di Lorenzo Filipaz

Poco dopo l’uscita di Scavengers, la Quatermass licenzia un album di remix intitolato Custom: i primi pezzi non sono proprio esaltanti con i loro lunghi prolegomeni elettronici (totalmente fuori luogo) nei quali indulgono persino gli stessi Calla nel loro auto-remix iniziale; tantomeno pregevole si direbbe l’intervento dei Tarwater su un materiale delicato come Tijerina. In generale il repertorio dei Calla viene qui totalmente defraudato di tutta la suggestione sonora di cui è intriso, trasformato in un mucchio di scheletri impersonali e freddi. Gli episodi migliori sono quelli dove il remixer accosta i brani minori a ritmi inconsueti (Metrotech, Datach’i) o dove il suono rimane grossomodo inalterato per quanto crashato (Couch nel remix n°2 di Fear Of Fireflies). In conclusione Custom si dimostra un prodotto ovviabile addirittura per i completisti, alla luce anche dell’estraneità dei Calla dal risultato finale (non a caso il materiale più interessante sono le due tracce live che concludono la versione cd).

I Calla a loro volta si dilettano nell’arte del remix con risultati forse discutibili, ma testimoniando ancora una volta il loro interesse negli aspetti più tecnici della produzione del suono. A subire il loro trattamento sono i gruppi più affini per spirito: Windsor For The Derby e PSI Performer nel 2001, e Silva e Couch (ai quali restituiscono il “favore”)nel 2002. Da segnalare nel 2001 anche l’inizio della pubblicazione di cd-r promozionali con brevi registrazioni live: Performance NYTX (EacherHundreds; 2001) rivanga la doppia anima “geografica” del gruppo, con l’accostamento di due performance, una a New York e l’altra in Texas.

Cominciano anche le risposte concrete alla loro tanto decantata attitutine cinematografica. Alcuni loro brani vengono utilizzati per il commento sonoro di due corti: Freunde The Whiz Kids di Jan Krüger (2001) e Bullet In The Brain di David Von Acken (2002).

  • The Walkmen – Look Out The Window
  • The Walkmen – Here Comes Another Day
  • Calla – Don’t Hold Your Breath
  • Calla – Mother Sky

Calla / Walkmen Split CD (Troublema,; novembre 2002)

di Lorenzo Filipaz

Dopo Scavengers qualcosa stava cambiando nella politica dei Calla, lo si evinceva principalmente dalle frequentazioni: se prima si facevano accompagnare da artisti come Flux Information Science - dal chiaro background orientato verso “altri-suoni” – ora si presentavano a braccetto con gente come Interpol e Walkmen, intraprendendo una strada che li porterà a comparire nella compilation Yes New York (Vice; Giugno 2003) accanto a tipi come Strokes, Radio 4, Rapture, LCD Soundsystem… Non proprio il loro contesto più congeniale, quantomeno all’epoca dell’uscita di questo split. I Walkmen sono infatti ben lontani dal competere con i Calla, con la loro formula piacevole ma piuttosto mediocre, tutta orientata verso gli U2 appena appena restaurati.

Il nostro gruppo invece propone qui in anteprima Don’t Hold Your Breath, uno dei futuri classici del loro nuovo album dal caratteristico andamento a respiro affannoso, desolante ma avvolgente. Vero motivo d’interesse per questo cd è l’altra traccia, Mother Sky, un pezzo dei Can il quale – oltre ad illustrare meglio, come ogni cover per loro esplicita ammissione, il mosaico di influenze dei Calla – lancia un ulteriore rimando all’amico e mentore Robert Hampson che con i suoi Loop già ne aveva proposto una versione quasi quindici anni prima. Ma il presente brano, per quanto Valle riesca a camuffarsi in modo convincente da Damo Suzuki, viene scippato ai legittimi proprietari per diventare una delle distintive tinte della tavolozza Calla. Per la precisione, un’evoluzione del loro tipico andamento minaccioso, dapprima mutuato dal piglio a la Waits in brani come Custom Car Crash e Slum Creeper. (6.7/10)

  • Strangler
  • Monument
  • Astral
  • Don't Hold Your Breath
  • Pete The Killer
  • Customized
  • As Quick As It Comes/Carrera
  • Alacran
  • Televised
  • Surface Scratch

Televise (Quartermass / Arena Rock, 2003)

di Massimo Padalino

È probabile - e, ci tengo a rimarcarlo, dico probabile - che la qualità dei dischi dei Calla sia decresciuta in valore a partire dall'omonimo esordio. Il loro secondo cd - Scavengers - subiva forse troppo le intrusioni in sede di regia del grande "guru" Michael Gira; esso segnava però una svolta nelle strategie sonore del gruppo definendosi come iniziale tappa d'avvicinamento ai metodi della forma canzone più involuta e concettuale (sebbene non poi così distante dal solipsismo creativo degli esordi).

Televise conduce finalmente tutti i fans del gruppo texano ad una visione compiutamente "pop" del complesso mondo poetico dei Calla, solitaria e traumatica terra di nessuno interiore.
La voce di Aurelio Valle media, in Strangler (l'opening track), il Robert Smith dei medi 80 - gli album psichedelici dei Cure o se preferite, Wish - con certe appena più tarde malinconie pop da shoegazers (vedi primi Ride). L'influenza dei Joy Division e di quella quiet disperation anglosassone così profondamente loro (nella ultima svolta "pop", soprattutto) sembra essere ancora determinante per i nostri. Ed è ciò che accade in Pete The Killer, pagina pregna d'un afflato lirico depresso e melancolico dove persino certe dilatazioni psicotrope alla Spiritualized trovano posto.

Altrove aleggiano gli umori più acidi delle lisergie anni 60: Customized - complice l'uso dell'echoplex - abusa d'effetti stranianti (ad imitazione dei nastri "rovesciati" di tanta psichedelia britannica sixties) e li integra perfettamente in una sorta di talking song per l'era del post trip hop. Stupenda è anche Quick As It Comes, vicina - nell'incipit maggiormente - alle svenevolezze della Hope Sandoval solista. E forse, almeno in questo caso, non sarebbe scorretto parlare di dream pop iperdepresso. Aurelio Valle, Wayne B. Magruder e Sean Donovan hanno saputo far loro l' "espressionismo" dark dei Joy Division costruendo, su tali presupposti armonici, una forma sonora tanto austera quanto comunicativa (in tal senso, fra i suoi capolavori, il disco annovera la coda strumentale di Carrera). Chiudono il lavoro due perle del calibro di Televised e Surface Scratch: esercizio d'incalzante e mobilissimo hard rock evoluto ed emotivo la prima (con inflessioni, anche qui, psichedeliche); dolce e tremula ballata sospesa fra luce ed ombra la seconda.

Non estranea ad eventi di pathos intenso e trattenuto alla Big Star, l'arte dei Calla consiste sempre più nel mediare gli stili pop depressivi degli 80 dark con quelli sixties psichedelici. Il gruppo tiene perciò pienamente fede a ciò che promise quando ancora si chiamava Factory Press. (7.0/10)

Intermezzo #2: Singles, demos & live recordings

di Lorenzo Filipaz

Poco prima dell’uscita di Televised viene pubblicato l’Insound Tour Support No.22 (2002), raccolta di live performances non particolarmente eccezionali, inframezzate da “cartoline audio” di vari luoghi che la band ha toccato durante la tourneé europea del 2000 (tra i quali pure una da Cagliari e una da Sassari - non sappiamo molto delle eventuali origini italiane di Valle ma curiosamente Calla in sardo e spagnolo hanno lo stesso significato: stare zitti. ndr), niente più che brevi istantanee di baldorie, scherzi, scazzi. Uno dei motivi della nostra menzione sono le cover, Long Long Long di George Harrison e Harvest Moon di Neil Young: la prima - nella veste in cui è qui presentata - fa sobbalzare intravedendovi i Calla trenta anni prima della loro formazione, la seconda è rimarchevole perché illustra una ahinoi abituale situazione concertistica del gruppo, incorniciata com’è dal cicaleccio indifferente del pubblico; colpisce però il modo in cui i Calla si trovino a proprio agio in questa atmosfera, quasi il brusìo fosse un sound effect per arricchire il pezzo di alienazione. Maggior motivo d’interesse sono comunque le quattro tracce demo che aprono il disco – Astral, Monument, Don’t Hold Your Breath, Pete The Killer – non solo come anteprima dell’album. Con la registrazione leggermente imperfetta, la voce non in autotune, i riverberi dissonanti, la strutturazione delle canzoni più studiata (con la dialettica basso-chitarra decisamente più ficcante) e le tipiche bave di suono del gruppo - senza quindi la robusta produzione sottilmente mainstream-oriented di Chris Zane – le canzoni si rivelano qui essere decisamente all’altezza se non superiori al repertorio di Scavengers, peccato.

La ricerca di comunicativa – specie in Europa - da parte del gruppo si evidenzia anche con l’inedito ricorso ai singoli e ai videoclip (pubblicati solo in Inghilterra), che escono al seguito delle canzoni più radio-friendly del lotto: Strangler e Televised. Lo Strangler EP emerge particolarmente perché sul “lato B” presenta due straordinari live-medley registrati per la BBC, Slum Creeper / Love Of Ivah e Televised / Mother Sky, specie in quest’ultimo caso notevole per il vigore dell’interpretazione, per il settaggio e l’interplay. Ragguardevole anche una delle b-sides del Televised EP: Trinidad con in coda la sorprendentemente squillante cover di I Shall Be Released di Dylan.

Continua la pubblicazione di cd-r live promozionali, come i due Miscellaneous EP usciti in tiratura limitata di 200 copie numerate (2003; il secondo registrato in radio a Milano e dal vivo a Biella). Buoni tutti e due - certamente superiori alle registrazioni per il disco Insound – ma chiaramente destinati ai collezionisti. Entrambi sono peraltro segnati dal finale remix di Mayzelle da parte di Mr Hampson / Main – ancora lui! – una distesa ambient popolata da microbi di beats e sinewaves nel complesso moderatamente pallosa.

Altra storia per l’Acoustic EP uscito in 250 copie (sempre nel 2003) che presenta Valle solista intento a tornire preziose e suadenti alternate takes dei loro successi con in più splendenti cover (forse le migliori a nome Calla) di Waits (Yesterday Is Here), Springsteen (State Trooper) ed Echo & The Bunnymen (Ocean Rain).

Prosegue pure l’attività profilmica e dopo la partecipazione al corto Kairos di Shanti Thakur (2003) e dopo aver prestato Traffic Sound a Cinderdrift di Andrew W. Flores (2003) e Astral al remake di The Manchurian Candidate di Demme (2004), scrivono per la prima volta dei pezzi su commissione per Satellite di Jeff Winner (2004). Questo lavoro frutterà il cd-r Collisionworks (300 copie – esaurite) che oltre a presentare in anteprima il nuovo cavallo di battaglia It Dawned On Me – poi incluso in Collisions – sfodera quattro abbozzi strumentali piuttosto anonimi, ben lontani dalle suggestioni di una Tarantula, più un “demolition remix” dell’imminente album. Insomma proprio quando le virtù cinematografiche della loro musica iniziano ad ottenere un riconoscimento professionale, le loro facoltà “descrittive” sembrano andare in pensione… Determinante, molto probabilmente, la progressiva perdita di interesse nel progetto di Donovan, il più impegnato nella definizione “spaziale” del suono che lascia il gruppo agli inizi del 2005.

I Calla sono stati poi interpellati per il film Ben And Holly (Kurt Haas, 2004) mentre Aurelio Valle ha scritto delle libere improvvisazioni per Egoshooter (Becker & Schwabe, 2004), film tedesco che vede anche la partecipazione della leggenda rock Nikki Sudden.

Copertina: Knife Play
  • It Dawned On Me
  • Initiate
  • This Better Go As Planned
  • Play Dead
  • Pulverized
  • So Far, So What
  • Stumble
  • Imbusteros
  • Testify
  • Swagger
  • Overshadowed

Collisions (Beggars Banquet / Self, 27 settembre 2005)

di Lorenzo Filipaz

Inizialmente i Calla erano dei sopraffini creatori di scenari – si è molto scritto a riguardo della componente filmica della loro musica, citando Morricone-Leone e Badalamenti-Lynch più o meno a proposito. Per noi la proposta del trio di origini texane assomigliava idealmente ad alcune pellicole di Bill Viola: un’inquadratura pressoché fissa all’interno della quale lo scenario mutava attraverso le sue sfumature, la figura umana quasi del tutto assente, un puntolino minuscolo sovrastato dal paesaggio. Il loro progredire stilistico ha significato un progressivo ingrandimento di quella figura: in Scavengers finalmente la vedevamo riempire il fotogramma, in Televise eravamo già oltre il piano americano e con l’attuale Collisions ci stiamo chiaramente sbattendo contro in un primo piano che non lascia più spazio agli scenari tanto ameni, se non nei movimenti di macchina, invero assai più frequenti rispetto alla staticità degli esordi. Ahinoi, ci tocca rilevare che Valle & soci erano decisamente più ferrati nel descrivere atmosfere piuttosto che nel raccontare storie.

L’uno-due iniziale (It Dawned On Me, Initiate) materializza certi timori emersi con alcuni segnali di due anni fa, alludiamo alla cover di Ocean Rain degli Echo & The Bunnymen nell’EP acustico e alla tournée con gli Interpol: il trio sembra proprio essere sprofondato nella nu-wave imperante nella Grande Mela. Le successive canzoni stemperano gli allarmi e mostrano come i Calla si salvino comunque dall’umiliazione dell’emulazione grazie al percorso nobile che si cela dietro alla loro scrittura ma soprattutto grazie al loro innegabile appeal, fatto dell’inconfodibile voce languida e sussurrata di Aurelio Valle nonché dalle sue chitarre cariche di echi e reminescenze, dal basso ricco di volume di Peter Gannon (che sostituisce ormai in toto il dimissionario Donovan) e dalla batteria post di Magruder.

Le imperfezioni sono state quasi del tutto limate, i Nostri hanno sviluppato un impeccabile mestiere della ballata, come si evince soprattutto dal tris finale (Testify, Swagger, Overshadowed). Un mestiere superiore se si scruta il panorama attuale, premiato dal passaggio alla Beggars Banquet, ma costruito a scapito della suggestione, sempre più ritratta anche in considerazione del fatto che la scaletta lamenta l’assenza di canzoni particolarmente catchy come in Televise. Chi farà la conoscenza dei Calla tramite questo disco non rimarrà indifferente al fascino del suo sound, ma per gli affezionati di vecchia data di quel sound era lecito attendersi di più. (6.5/10)

Copertina: Knife Play
  • Sanctify
  • Defenses Down
  • Sylvia's Song
  • Sleep In Splendor
  • Rise
  • Stand Paralyzed
  • Bronson
  • Malo
  • Malicious Manner
  • A Sure Shot
  • Le Gusta El Fuego
  • Simone
  • Dancers In The Dust

Strength In Numbers (Beggars Banquet / Self, 19 febbraio 2007)

di Gaspare Caliri

Dopo le discusse collisioni del precedente album di due anni fa, ci riprovano, i Calla. Ripartiamo da zero, come fosse un esordio. Anzi no: mettiamo da parte subito gli stralci di Collisions (sono tanti), e via via all’indietro fino allo splendido self-titled, per giudicare poi se esiste una personalità di questo Strength In Numbers.

Per essere meno gentili, salviamo il salvabile; e non è la darkitudine generalizzata (Bronson, il singolone, ha una batteria da Closer dei Joy Division), compiuta nel flagrante del basso wave (perso Donovan già da un pezzo) di Dancers In The Dust, ma soprattutto sulle linee vocali sussurrate (Sanctify, Defenses Down, per citarne solo due) che procurano, va detto, non poca noia. È piuttosto il crescendo di Sylvia's Song a reggere ancora; la sua marcetta della batteria (sia lodata) convince il solito canto ad essere diverso, struggente ma positivo. Oppure Sleep In Splendor, che secondo una struttura analoga mutua da una melodia à la ultimi Blonde Redhead (munita anch’essa di percussioni da banda) un excursus nel fiume nero del post-, lento fiume nero, lenta galleria a serpentina, da cui si può uscire, e i Calla ne sono usciti.

Altrove, questo è il punto, siamo di fronte a canzoni evitabili – Rise su tutte, che ha pochissimo dell’ascesa, molto della fine degli anni 80, o Stand Paralyzed, che brucia un avvio da incubo sornione Black Heart Procession con una ballata che sembra dei Coldplay. Tralasciati gli snobismi, rimane la sostanza di un’annunciata delusione. (5.9/10)