In occasione del ritorno dei Califone dopo un lungo periodo sabbatico, cerchiamo di andare più a fondo nell’animo di Tim Rutili, che da oltre quindici anni propone un’esclusiva nozione di “rapporto con le radici”, perennemente in bilico tra tormento ed estasi.

Ci sono gruppi che per tutta una carriera inseguono uno stile senza riuscirci; alcuni, viceversa, se ne appropriano da subito per poi cadere al suolo; altri ancora braccano ossessioni finché non le ingabbiano, passando poi il tempo a esplorarne le sfumature o lasciandosene cullare.
Tim Rutili appartiene a quest’ultima categoria: la sua ricerca non ha mai segnato in più di quindici anni una battuta d’arresto, nemmeno quando ha consegnato una lezione sonora con l’eloquenza dei maestri, grazie a quel chiodo fisso puntato nel cuore e arrugginito di sofferenza, che teniamo lì dalla nascita e alcuni chiamano “il blues”. Quando Tim ha chiuso i conti col passato ha scoperto la sua voce, che contempla la tradizione con gli occhi della contemporaneità e sparge parole che riconosci dal primo secondo. Forse è merito dell’origine in quel di Chicago, eppure in nessun caso la sua idea delle radici si è genuflessa all’accademia o alla tecnica, mantenendosi al contrario irrispettosa della forma per ravvivare e rinnovare lo spirito. Non è cosa da poco, né da tutti: appartiene solo a chi traccia strade che, tempo dopo, sono percorse da moltitudini.
Tutto inizia con una prova generale: si chiama Friends Of Betty, ed è solo una cometa persasi nel cielo “indie” americano tra Sonic Youth e Dinosaur Jr. Chiusa l’esperienza con l’album Blind Faith II (Underdog, 1990), Tim – chitarra e voce - vara un nuovo progetto col chitarrista Glenn Girard e la bassista – compagna di Rutili - Glynis Johnson. Si mette presto mano a un album, prodotto da quel Brian Deck che finisce per sedersi fisso alla batteria e divenire in futuro abile interlocutore del capobanda. L’esordio del 1992 viene battezzato col nome della formazione ed esce auto prodotto: Red Red Meat (Perishable) risente dell’eccessiva smania espressiva di certe opere prime, scoprendo un ventaglio d’influenze sixties che annuncia l’ipnosi (Rubbing Mirrors) e il vaneggiare (Molly’s On The Rag) che diverranno presto un tratto caratteristico. E’ psichedelia a base di chitarre, talvolta, ma più che aprire la mente preferisce stordirla in gorghi ubriachi: il Paisley Underground è morto e sepolto da un sacco di tempo, e si sente. (7.0/10)

Nel frattempo, Glynis è portata via dall’HIV, salutata dal brano omonimo dedicatole dagli Smashing Pumpkins - con cui i Red Red Meat avevano diviso un tour - sulla compilation No Alternative. Il gruppo si decide a proseguire col nuovo bassista Tim Hurley e, tempo un anno, nientemeno che la Sub Pop pubblica Jimmywine Majestic, significativo passo avanti verso un linguaggio personale. L’ispirazione sposta il baricentro verso il blues vestito a nuovo dagli Stones di Exile On Main Street, sebbene il trafficare delle sei corde richiami più la Magic Band, facendo sbucare inattesi, sbilenchi ma efficaci assoli sul corpo di melodie estatiche. Esempi lampanti sono Stained And Lit e Roses, mentre il folk s’insinua in Brain Dead e Comes e una mestizia di fondo colora ambienti più torpidi che torbidi (Rusted Water, Gorshin). (7.3/10)
In un tale dispiego di talento, promettente ma ancora bisognoso di piccoli aggiustamenti, il seguito Bunny Gets Paid (Sub Pop, 1995) si evidenzia come passaggio obbligato. Una narcolessia allo stato puro lo impregna, qui incantata e là malinconica, lungo tappe come il post rock-soul Chain Chain Chain, le peculiari dodici battute in Taxidermy Blues In Riverse, la sregolatezza in genio di Sad Cadillac.
Dall’altro lato, anima dolente e contrappunto esistenziale, ci sono le “ballads” corali There’s Always Tomorrow e i sogni ad occhi aperti Oxtail e Buttered. Il consegnarsi agli annali della formazione, nondimeno, prende una forma inattesa: Girard saluta sostituito da Hurley, e la line-up si rafforza col bassista Matt Fields e il fondamentale Ben Massarella, simile a Deck nel ruolo di “braccio destro” per Rutili. (7.8/10)


There Is A Star Above The Manger Tonight (Sub Pop, 1997) è finalmente il capolavoro che conquista lo stile agognato, consegnando un “art blues” piegato a kraut rock per tramite di Beefheart. Disco tra i più impenetrabili del decennio scorso, trasporta la tradizione d’oltreoceano in una dimensione a sé stante, senza appesantirla con intellettualismi e mutandone i contorni in una nebbia drogata che scompare beffarda a fine ascolto. Le tastiere di Massarella assumono ruolo rilevante sommandosi alle trame delle chitarre, in forme che stratificati tappeti percussivi un po’ sostengono e un po’ demoliscono. Sulfur procede tra onirici strappi morendo avviluppata su sé stessa; il brano omonimo è folk da “hootenanny” con una parvenza di normalità; Chinese Balls alterna andazzo e ritornello sguaiati all’incespicare della batteria e numerosi punti interrogativi. Si ha già la premonizione di grandezza (a livello attitudinale, a volte pure sonoro, emergono assonanze con gli Akron / Family, specialmente se colti dal vivo…), ma non è ancora nulla. Second Hand ammira paesaggi dolceagri come l’elegia alcolica Quarter Horses e il delta del Mississippi mentale All Tied, laddove Paul Pachal martella un mostruoso vudù tribale vicino ai Can e Airstream Driver nasconde - in un incubo di tensioni rallentate - Robert Johnson in compagnia del demonio. La pazzia ha preso il controllo e, irreggimentata da ferreo metodo, partorisce sagome post moderne - per attitudine, i Royal Trux non sono affatto lontani - come Mecanix e la giungla in riverberi terminali Just Like An Egg On Stilts. (9.0/10)

Raggiunto un traguardo di tale rilevanza, non resta altro che ritirarsi imbattuti: l’avvenire si chiama già Califone, medesime facce per un’evoluzione coerente in cui le atmosfere si distendono all’interno di confini che seguitano a combinare antico e moderno in modo unico. Assodato che l’elettronica ricopre una funzione popolare di fatto uguale a quella che esercitarono gli strumenti acustici, l’unico problema è farli convivere: questo accadeva in There Is A Star…e ricorre nei sei lavori della nuova band.
Il primo passo è un mini omonimo (Flydaddy, 1998) che stempera ossessività e psicosi in un inedito trip-hop a base di folk, blues e country, tinteggiato di dub e felice del suo approccio low-fi. On The Steeple With The Shaker, Pastry Sharp e Dim Fangs predicano convincenti il verbo, velate d’amarezza anche quando accolgono con un sorriso (7.5/10). Il disco costituisce corpo tematico unico, evidenziando il lavoro sui dettagli e la limatura dei vecchi spigoli, col successivo, anch’esso omonimo e di breve durata (Road Cone, 2000; l’edizione su Glitterhouse Sometimes Good Weather Follows Bad People li accorpa con due inediti), forte della tesa dolcezza di St. Martha Let It Fold e Beneath The Yachtsman, come della programmaticità di Dock Boggs. (7.5/10)

Ci vuole comunque un giro di calendario pressoché completo per fotografare quest’altra vita artistica in abiti impeccabili: Roomsound (Glitterhouse, 2000) è un monumento in una prateria dell’anima, lungo la quale si aggirano dei Rolling Stones a lungo esposti alla benefica influenza di Gram Parson e consci delle possibilità della tecnologia. Talvolta si affaccia anche lo Young indolente di On The Beach, le movenze ancor più assonnate suggeritegli dai figli della “x generation”. In apparenza collezione di ballate tra il desertico e il sognante, l’album nasconde tra le righe i disturbi di sempre facendoli affiorare con gli ascolti, imposti da una calligrafia forse mai così melodicamente cristallina. L’ipnosi di piano e wah wah in Trout Silk, la purezza struggente di Bottles And Bones, il “banchetto d’accattoni” richiamato a nuova vita da Wade In The Water e Fisherman’s Wife posseggono statura fondamentale e forza comunicativa mai a scapito della ricercatezza. Sono canzoni grandissime che, sposate a un suono ora classico, s’impongono con lo spessore di Tayzee Nubb e Slow Rt. Hand, aleggiano in St. Augustine, traspaiono dentro Rattlesnakes Smell Like Split Cucumbers e inquietano col tour de force finale New Black Tooth. (8.0/10)

Da questo picco, l’attitudine a mettersi in discussione tra le frontiere di un universo ormai perfetto attraversa i lavori che seguono. Dopo che la colonna sonora Acceleration One (Perishable, 2002) approfondisce il lato sperimentale della formazione, Quicksand/Cradlesnakes (Thrill Jockey, 2003) confonde le carte: percussività ed elettronica si fanno un poco da parte a favore della scrittura, intimista e nondimeno zuccherata dallo scintillare harrisoniano di Vampiring Again.
Gli spiragli arrischiati - la jam Cat Eats Coyote, la seconda metà di Horoscopic.Amputation.Honey – raccordano gli altri brani, meno carichi ritmicamente quindi più rapidi a mostrarsi. Con somma armonia, sussurri di folk intorno al fuoco (Red, Mean Little Seed) vanno a braccetto col country atemporale Million Dollar Funeral, uno stomp perso in una foschia di ronzii (When Leon Sphinx Moved Into Town) siede a fianco del riassunto stilistico Slower Twin. Il resto si sistema tra questi punti cardinali a un livello medio così elevato da allontanare maniera e consolidare la posizione della band. (7.4/10)

Giocando di parallelismi, un’altra colonna sonora si affianca a un lavoro completo: Deceleration Two (Perishable, 2002) riveste la medesima funzione della sorella di un anno anteriore, mentre Heron King Blues (Thrill Jockey, 2004) tradisce in positivo le attese, ristabilendo toni oppiacei e dondolando tra Funkadelic sotto sedativo (la title-track), Talking Heads (campagnoli in Apple e inebetiti in Two Sisters Drunk…) e ballate a mezz’aria (Wingbone, Trick Bird, Sawtooth...). Osa guardarsi indietro, il sesto Califone, ma con la compiutezza del tempo trascorso e non di rado lanciandosi verso terre inesplorate – a tratti affiorano sapori d’India - avvalendosi dell’esperienza accumulata. (7.4/10)

A conferma di un’arte dei suoni che, proprio quando si pensa d’aver appuntato sfugge con uno scatto, il fresco di stampa – per Thrill Jockey - Roots and Crowns allontana i timori del già sentito, mostrando un gruppo saldamente padrone di sé soprattutto in quel “roots” apposto a mo’ di programma.
E' trascorsa una trentina di mesi, tra collaborazioni con Freakwater e Dirty Three, commenti sonori solistici a varie pellicole e, purtroppo, intristita da un furto della strumentazione.
Tutti elementi che, con diverso peso ed effetto, hanno costretto Rutili e sodali a rimettere in discussione l’approccio alla materia sonora. Nel concreto, il risultato parla di un miracolo d’eleganza che indossa una scarpa diversa per piede, ripercorrendo strade già battute eppure stendendo ponti su nuove terre.
Si obbietterà: ma lo hanno già fatto anche nei due dischi successivi a Roomsound, e quindi dov’è la novità? In una maggiore compattezza del repertorio, tanto per cominciare, e nell’estensione della tavolozza a colori pastello (Spider’s House sfodera fiati leggeri e cadenze da Beatles assopiti) fusi con l’ovatta che ben conosciamo. Oppure nel magma iniziale Pink & Sour che colora di blues prebellico l’Africa psichica di Remain In Light, sorprendente chiusura di cerchio musicale e antropologica replicata – con distratto caracollare funk e disturbi assortiti – da Black Metal Valentine.
O, ancora, nella radiosa dolcezza pastorale di The Orchids, prelevata dal repertorio degli Psychic TV e inenarrabile apice dell’album tutto. Mietitura di prima qualità che obbliga ad ascolti ripetuti, Roots and Crowns, dagli ipnotici viluppi della conlusiva If You Would fino al Lennon rinato in Our Kitten Sees Ghosts, senza tralasciare i trabocchetti celati lungo tutte e tredici le composizioni. (7.8/10)
A sentire Rutili, questo disco rappresenterebbe un passo nella nuova vita dei Califone: avvio migliore, per un ennesimo capitolo di un sì ricco romanzo, proprio non poteva esserci…

Com’è tradizione per un gruppo che possiede evidenti punti di contatto con il post rock, anche per Rutili e compagni i progetti laterali abbondano senza danneggiare l’unità progettuale del gruppo madre.
Prima di sciogliere definitivamente i Red Red Meat ci fu il (purtroppo) isolato cd omonimo dei Loftus (Perishable, 1998), eccellente ponte sull’immediato avvenire di folk, dilatazioni e modernismo da cantina cui prese parte anche Doug Scharin dei June Of 44. Altro episodio rimasto isolato è l’ardito Drumhead, durato lo spazio di un altro omonimo (Perishable, 1999): vi figurano Massarella e Toni Maimone dei Pere Ubu al basso in mezzo a ben quattro batteristi, proponendo intrigante, atmosferica elettronica venata di funk e dub col pregio raro di una complessità senza virtuosismi.

Tutt’altra cosa gli oRSo, cioè Deck e l’iperattivo Ben, più Phil Spirito dei Rex e svariati luminari della Chicago “bene”. Due i dischi all’attivo finora, tra echi del Waits più devoto a Don Van Vliet e le suggestioni etniche americane ma pure europee dell’omonimo (Perishable, 1999) e l’ascendenza più robustamente cantautorale del seguente My Dreams Are Back And Better Than Ever (Perishable, 2004). In mezzo, se riuscite a rintracciarla, c’è la raccolta di rarità a bassissima tiratura Alterations One (Cd-r, 2002), nutrito campionario di eccentricità sempre a fuoco da parte di quella che è, verosimilmente, la migliore formazione tra quelle qui descritte. Chiudiamo, per senso d’equilibrio, coi meno stravaganti Sin Ropas di Tim Hurley, artefici in Three Cherries(Perishable, 2000) e Trickboxes On The Pony Line (Perishable/Sad Robot, 2003) di un gradevole folk rock, ricercato negli arrangiamenti e talora un po’ deviato, non poco debitore della misconosciuta lezione dei Souled American.