Caratteri: [Small] [Medium] [Large]
Introduzione
Critica
Webografia

Burial

di Marco Braggion
...

 

 

 

  • Untitled
  • Distant Lights
  • Spaceape Feat Spaceape
  • Wounder
  • Night Bus
  • Southern Comfort
  • U Hurt Me
  • Gutted
  • Forgive
  • Broken Home
  • Prayer
  • Pirates
  • Untitled

Self Titled (Hyperdub / Cargo, maggio 2006)

di Marco Braggion

Nella Zion di William Gibson videoremixata nella trilogia di Matrix, si ascoltava solo dub: puro ritmo, cuore pulsante di una città utopicamente cyberpunk. Questa visione architettonica, mescolata alle inquietudini di Ballard, diviene sempre più realtà in un oggi post-11/9 così leggero e fragile ma nel contempo pieno di connessioni, corpo deleuziano intessuto di fibre ottiche. A questa realtà ‘vera’ mancava una colonna sonora che riuscisse a sottolinearne i contrasti e la velocità dell’attimo virtuale che si incarna nel bit.

L’album del misterioso Burial, vicino al più noto Kode 9 (produttore del progetto) traduce questo sentimento di stupore e paura facendo a pezzi il trip-hop, scendendo in luoghi bui, in caverne piene di specchi deformanti, case di bambole con la faccia geneticamente modificata dei Kraftwerk (Broken Home), con imperscrutabili capelli rasta e occhiali a specchio, in sotterranei pieni di ragnatele intessute con ritmi drum’n’bass, electro e jungle che l’overl (down)load informativo ci ha fatto scordare. In queste descrizioni post-urban-soul incontriamo in mezzo alla nebbia i carcerati che popolavano Product Of The Environment (disco prodotto dal Tricky ancora in stato di grazia), o i Massive Attack in acido che sognano afterhours accompagnati dal mattatore del ritmo anni '90 Roni Size. I passi di danza che accompagnano questa visione post-nucleare sono acido che corrode: la dichiarazione d'amore mescolata a echi di treni in partenza (Distant Lights), il dj-ing degli eroi reggae (lo speech downtempo su una base di sola cassa e rullante in Spaceape), il minimalismo puro senza compromessi aggiustato da brevissime frasi melodiche in delay (Wounder).

Come le K&D Sessions avevano fatto per il downtempo, questo disco segna un nuovo punto da cui partire e fa uscire dall’underground il dubstep, nuovo ibrido londinese. (7.4/10)

  • [Untitled]
  • Archangel
  • Near Dark
  • Ghost Hardware
  • Endorphin
  • Etched Headplate
  • In McDonalds
  • Untrue
  • Shell Of Light
  • Dog Shelter
  • Honeless
  • UK
  • Raver

Untrue (Hyperdub / Goodfellas, novembre 2007)

di Marco Braggion

Già lo si era intuito dall’omonimo album dell’anno scorso: Burial si distingueva dalla congrega del grime/dubstep per l’uso innovativo delle voci. La parola cantata insieme allo sprawl londinese risultava elemento di eccellenza rispetto alla pletora di DJ della scena; e lui, anche se conscio di questa sua trasversalità, è sempre stato nascosto, per un anno ha atteso in silenzio. Il silenzio di chi medita. Untrue, come dichiarato dal boss della Hyperdub è hyper-soul, ma non quel soul che circola nelle piste (infarcito di r’n’b e effetti speciali), piuttosto la sua versione subliminale – del dopo Generation E -, quella che indaga nel subconscio del Raver, il portale su una città d’anime senza volto che cercano un riscatto senza nome nel dedalo urbano.

L’attenzione e la cifra stilistica si concentrano sul timbro, filtri e trattamenti per le voci, un make-up bianchissimo che conserva un pallore e un calore unici. Sotto/assieme l’ossatura ritmica, appena un frastaglio 2-step, tutt’al più speed-garage sotto provetta. Un tech spogliato d’ogni cinesi chimicamente indotta. La metafora è più il sistema endocrino che l’esoscheletro. Infine l’atmosfera: il colore della notte dipinto d’archi. Archi in echi eterni. L’oscurità che si fa wave, come a dire la sporcizia perfetta delle puntine sul piatto (Archangel), la breakbeat meditation (Near Dark), pseudo droni e malinconie underground (Ghost Hardware). È un disco che è un tutt’uno Untrue, un concept che mescola lamenti e ambienti urbani come dei Boards of Canada (la perfezione dell’intreccio in Endorphin o la bellissima tensione irrisolta di In McDonalds) in combutta con i Massive Attack (Shell of Light) alla fine del corridoio morrisoniano. La sua città d’elezione è Bristol, città dove tutto torna dopo la sbornia drum’n’bass (vedi il minimalismo di Raver), un lasso di tempo che sembra una vita fa ed è ora.

È un po’ come per l’Endtroducing di Dj Shadow, Burial conia sull’onda grime un nuovo paesaggio, e proprio come Davis nel 1996 faceva con l’hip hop, anch’egli converte oggi il ritmo e lo spazio in un’oscura odissea nu-ambient urbana. La completa riuscita dell’album è racchiusa in questa frase e in metafore come il fuoco dell’anima che brucia lentamente. Una brace eterna tra underground hell e un black paradise senza classi né stratificazioni sociali. Già, il riscatto impossibile della Britannia di sempre. Il motore d’ogni rivoluzione musicale made in UK. Soulstep is the new limbo. (7.1/10)