I Built to Spill sono “major” a partire dal secondo album, eppure la band capitanata dall’irrequieto Doug Martsch porta il peso di un’importanza inqualificabile per la scena indipendente mondiale. Oggi, dopo cinque anni di silenzio, You in Reverse arriva a suggellare dodici anni di melodie antiche e aliene, ma soprattutto a tessere ancora una volta la stoffa di cui sono fatti i capolavori.
L’Idaho non è poi così lontano dall’epicentro del grunge negli anni d’oro, Seattle - anche nello staterello confinante con Washington le piccole band locali nascono e si sciolgono ondeggiando al ritmo lasco degli anni di liceo e di college.
Doug Martsch, chitarrista dotato e ragazzo dai tratti già adulti, nasce a Twin Falls; agganciata la conoscenza Brett Nelson si lega all’accolita dei Farm Days, primissimo esperimento di breve durata. Inquieto e sulla strada dell’evoluzione musicale e personale, infatti, Doug lascia presto il suo angusto paese di nascita per spostarsi a Boise (capitale dell’Idaho) prima e a Seattle poi, dove l’avventura comincia davvero, tra i fermenti del quartiere Capitol Hill, con la formazione della band Treepeople: nel pieno dell’odissea del grunge, l’esperienza si trasforma in un piccolo iter musicale a sé stante che culmina nel 1989 con l’uscita dell’LP Guilt, Regret, Embarassment che, uscendo per la già ben nota ed attiva K Records di Olympia, procura a Martsch la conoscenza (che si rivelerà determinante in futuro) del leader dei Beat Happening Calvin Johnson.
La saga Treepeople però, giunge presto a conclusione. E ritrasferitosi nella sua terra e convocato Brett Netson al basso – che fa parte di un’altra formazione più o meno localmente nota, i Caustic Resin – e Ralf Youtz, il momento appare propizio per la nascita dei Built To Spill.

Mantenuti i rapporti con l’etichetta per cui erano usciti i tre quarti dei lavori dei Treepeople, la piccola C/Z, i neonati Built to Spill registrano nel 1993 il full lenght d’esordio Ultimate Alternate Wavers (Fire Fire, maggio 1998).

Cominciando didascalicamente non solo il primo disco, ma un’intera carriera con un pezzo chiamato The First Song, la voce di Martsch, tagliente ed afona al punto da evocare immediatamente quella di Neil Young, recita un “and words just make it worse” che non può che suonare, retrospettivamente, programmatico. Non sono realmente, e forse non saranno mai, i testi delle canzoni dei Built to Spill a fare la differenza, ma le strutture aperte e ariose su cui i versi si appoggiano come se la comunicazione manifesta fosse un orpello di cui si potrebbe facilmente fare a meno – almeno, se non fosse per quelle generali “regole” imposte dal pop di cui, pure, il sound della band dimostra già così chiaramente di appartenere.
Ora acustici, ora distorti, ma sempre geometrici, Revolution e Shameful Dread e Get a Life presentano già in miniatura quello che nel tempo si espanderà a dismisura: arrangiamenti ampi in cui le sezioni scarne si intersecano e assoli di chitarra cui basso e batteria si sommano con l’effetto di suonare come jam sessioninterminabili piuttosto che canzoni vere e proprie.
Quando Nowhere, Nothing, Fucked Up arriva, overdubbed e agrodolce, si inizia realmente a presagire la capacità dei Built to Spill di costruire refrain corposi e istantaneamente “catchy”, anthem in grado di catturare, sconvolgere e ibridare le coordinate del grunge e del lo-fi americano strettamente contemporaneo. Nell’affermazione quasi perentoria “In America, every puddle, gasoline rainbow”, infatti, è facile leggere un’invocazione consapevole agli Stati Uniti dei primi anni Novanta, il luogo delle contraddizioni in cui ogni singola piccola provincia sembra spuntare un arcobaleno rarefatto di suono (6.5/10).

E’ il 1994, però, l’Anno Domini dei Built to Spill. Quello in cui, passati alla distribuzione più capillare e alla più prestigiosa Up di Seattle (la cui vita non supererà la fine del decennio), la band attracca la nave promettente del produttore Phil Ek ed esce dalla sua pozzanghera pubblicando There’s Nothing Wrong With Love (Up., settembre 1994) . Che si tratti di una coincidenza determinante o meno, Martsch per l’occasione rimette mano alla formazione (che resterà sempre altamente mutevole) della sezione ritmica, richiamando in causa il vecchio bassista dei Farm Days e compagno di liceo Brett Nelson, assieme al batterista Andy Capps.
Il risultato di quello che si può definire - sotto più di un punto di vista - l’autentico debutto della band è un gioiello luminoso e composito, che rappresenta senza dubbio un’evoluzione rispetto al disco precedente. Si parla di “evoluzione” e non di semplice cambiamento perché le caratteristiche del sound dei Built to Spill restano per lo più inalterate, soltanto la virata decisa verso la forma-canzone modifica i connotati estetici degli esordi, trasformando le esplosioni sregolate di prima nei pacchetti - con tanto di fiocco - di adesso.
In The Morning è post-adolescenziale e cadenzata, forte nel dettaglio e generalmente tonda, uniforme, simmetrica: “today is fine beneath the way of next day” funziona bene e dimostra fino a che punto Doug sia riuscito anche a trovare una sorta di equilibrio tra il peso delle liriche e la leggerezza del ricamo complessivo. Cars spunta trasognata seguendo una trafila di gocce di pop non particolarmente dense come Reasons e Big Dipper, catturando a perfezione lo spirito malinconico che, nelle generazioni a venire, tanto influenzerà scrittori del calibro di Ben Gibbard – al punto che nell’ “I wanna see movies of my dreams” del ritornello sembra quasi di leggere il futuro dei Death Cab for Cutie scritto in una specie di inchiostro simpatico. Sulla stessa riga, il sogno continua poi con la doppietta significativa composta da Twin Falls e Some, la seconda delle quali è probabilmente la traccia che più lega il presente dei Built to Spill con il loro immediato futuro.
Quando si parla della tracklist di There’s Nothing Wrong si parla di pacchetti col fiocco, è vero; ma nessuno dice che, una volta scartati, non nascondano bombe ad orologeria (7.2/10).
Più concreti ed idiosincratici i Built to Spill diventano, più i loro ritmi di produzione si dilatano.
E’ così che dopo i primi fuochi d’artificio decisi ad annunciare la loro esistenza all’America, se non all’intero emisfero occidentale della musica indipendente cui pure faranno capo ancora per poco, la band si prende una pausa di un paio d’anni.
Non si tratta, tuttavia, di anni improduttivi: il legame con Calvin Johnson, già nominato leader e fondatore della K Records, si rinforza negli anni al punto che Martsch si lancia nel progetto che va sotto il nome di Halo Benders: la super-band, composta dai Lync Bertram e Shneider alla sezione ritmica, si avvale da un lato della chitarra volutamente piatta e della voce baritonale di Johnson e del talento improvvisatorio e dei vocals sopra il rigo (del pentagramma) di Martsch. La produzione del quartetto si espande nell’arco di tre dischi, raggiungendo il suo piccolo acme con il secondo The Rebel’s Not In, ma raggiungendo presto una fine.

In questo lasso di tempo Johnson decide anche di comune accordo con Doug l’uscita di un disco di outtakes e rarità dei Built to Spill, ormai piuttosto famosi in patria: The Normal Years (K. Records, aprile 1996) raccoglie infatti tutto ciò che è rimasto fuori dai dischi ufficiali della band nei due anni che vanno dalla formazione fino al 1995.
Sempre nel 1995 la Warner Records, accortasi del grosso seguito locale della formazione, propone a Martsch un contratto milionario, con un potere di controllo artistico di gran lunga superiore alla media. La richiesta è lungimirante e assomiglia per il momento più ad una scommessa che ad altro, ma il leader dei Built to Spill – che restano ancora fondamentalmente una one man band per la scrittura dei pezzi, tra i costanti cambiamenti di basso e batteria – accetta e decide di impegnarsi seriamente nella riuscita della sua nuova creatura, Perfect From Now On.
Reclutato nuovamente il fedele Brett Nelson al basso e stretti i legami con lo Spinanes Scott Plouf, un Doug piuttosto pignolo e perfezionista (caratteristiche mai perse) non riesce ad essere mai interamente soddisfatto del lavoro e la prima registrazione, per giunta, viene perduta. Il secondo tentativo, più fortunato, vede il contributo dell’altro vecchio amico Brett Netson e diviene la versione definitiva.
Perfect From Now On (Warner Bros / Wea, gennaio 1997) appartiene di diritto alla dimensione extra-verbale. La sensazione è che le canzoni del disco siano largamente irriducibili a qualsiasi tipo di esposizione e l’opener lo conferma in maniera praticamente letterale.

E’ difficile, se non impossibile, descrivere l’eternità: è quello che Randy, il protagonista della prima traccia, tenta di fare nella struggente Randy Described Eternity, il primo vero capolavoro dei Built to Spill. La struttura della forma-canzone che così bene aveva accompagnato gli esordi non si dissolve completamente, ma si rarefà: resta - attorno ai versi e ai ricami di una chitarra sapientemente sdoppiata, moltiplicata, ricomposta, intrecciata ad una batteria poco più che spazzolata imballate dalla produzione di Ek – ma si scioglie, si slega. Si reinventa. L’effetto finale è più melodioso e omogeneo di quanto possa mai essere ri-scritto.
Anche una sorta di velato ricorso al concept fa capolino. Quasi in ogni canzone Doug meta-parla di un suono, un ronzio, un rumore, un discorso, un dialogo; che sia la mosca della incredibile I Would Hurt a Fly o che sia il monito accorato della lunghissima Untrustable che chiude il lavoro, oppure lo “stupid sound” di Made Up Dreams (che comincia volutamente bassa per salire di colpo) il brusio delle note che tagliano il silenzio delle stanze vuote e dei pensieri la fa da padrone indiscusso su tutto il disco.
Il cambio di registro rispetto ai due album precedenti è netto: Perfect From Now On ha più di una voce neilyounghiana, ha tutta la drammaticità composta della musica spaziosa, libera e miracolosamente incapsulata in pochi minuti dei momenti migliori di After the Gold Rush o Harvest, pur riuscendo a camminare in perfetto equilibrio sulla corda minuta dei rimasugli pop e post-grunge che connotano una disperazione ed una leggerezza ininterrottamente contaminate.
Il terzo lavoro dei Built to Spill resta un amalgama di canzoni, ma di canzoni che si superano, si aprono, si raccontano nel momento stesso in cui si negano di significare attraverso le parole. Il suono perde le mani che lo suonano, le melodie si decompongono come carte nell’acqua che si confondono al mare della memoria individuale e collettiva. E restano immobili come ricordo perenne di una musica che rimane indipendente, in senso letterale. (8.0/10)
Dopo altri due anni di iato canonico, la band si rimette all’opera ancora una volta supportando la vasta libertà creativa attraverso i vasti fondi stanziati dalla Warner.
Martsch non ha modificato in niente, o quasi, la sua maniera di produrre: la scrittura è sempre essenzialmente arrangiamento tanto che, probabilmente, alla domanda di rito “prima la musica o prima il testo?” lui risponderebbe senza esitazioni. Non che, ripetiamolo nuovamente, i testi nella carriera sonora dei Buil to Spill non abbiano peso o spessore; soltanto, i versi non sono il vento che spinge la barca delle canzoni e nemmeno la vela. Si ha l’impressione, piuttosto, che il soffio che porta avanti l’iter artistico (lineare e privo di deviazioni come pochi altri se ne contano negli ultimi vent’anni) della formazione venga fuori spontaneamente dai polmoni di un ispirazione che si conosce a stento ed arranca ogni qual volta gli venga chiesto di svilupparsi in maniera compiuta.

Capire ed amare Keep It Like a Secret (Warner Bros / Wea, febbraio 1999), quarto lavoro uscito alle soglie del 1999, vuole dire in qualche modo accettare il compromesso di non domandare nulla ai Built to Spill. Così come il suono che non smette mai di propagarsi nell’aria - quello identificato o non identificato che fa da leitmotiv di Perfect From Now On – è forte di un’ostinazione sorda, così il segreto in questione adesso è paradossale, che non si sarebbe in grado di esprimere in qualsiasi caso.
Il disco ha una ragione intima, che penetra con grande eloquenza. Le parole che fanno da intelaiatura a pezzi memorabili come Else o Bad Light si mettono a disposizione del lettore/ascoltatore solo all’apparenza, per confonderlo più profondamente. E questa stessa confusione, questa sorta di disorientamento è duplice nel momento in cui anche la confezione delle canzoni sembra in qualche modo rivolgersi nuovamente alla fetta dei fruitori meno attenti e meno desiderosi di assistere allo spettacolo di Doug e soci che, come un ragno, sputano fuori la solita ragnatela graziosa e compiuta di suono. In altre parole, si ritorna al pop: ma è un pop talmente complesso e multistratificato che lì dove il gioco si presenta più giocabile, come in The Plan o Center of the Universe, ci si trova con un cubo di Rubik in mano. Una scatola costruita in maniera matematica calcolando la somma di tutti gli angoli e l’inclinazione perfetta di ogni singolo lato.
Per Carry the Zero e Time Trap la dicitura math-pop sembra forse la più adeguata; ma il vero picco di Keep It Like a Secret si ravvisa più tardi. E’ You Were Right, infatti, la vera punta di diamante della tracklist: puzzle fuor di metafora, le ossa della canzone sono righe strappate agli anthem pop, rock e reggae più famosi di tutti i tempi, e basta una conoscenza musicale molto meno che enciclopedica per accorgersene. Tributo alla musica degli anni Settanta e Ottanta amata da Doug e dai Built to Spill (ora costituti definitivamente anche da Nelson e Plouf) e rinuncia delicata quanto assertiva alla speranza di quella stessa musica di salvare i cuori ed i destini, i tre o quattro minuti di suono e versi che fanno il pezzo restituiscono l’immagine concretamente frammentata di un’altra epoca che termina – gli anni Novanta. Una fine che Broken Chairs, meravigliosa suite che non sarebbe stata troppo a disagio tra quelle di Perfect From Now On, finisce di raccontare alla sua maniera, con un assolo finale di quasi cinque minuti (8.0/10)
L’epoca della band è terminata: la chitarra di Martsch è talmente personale e unica che la si riconoscerebbe tra tutte le altre, anche se si mettessero su dieci dischi contemporaneamente, mentre gli epigoni del new indie alle porte del nuovo millennio fioccano a ritmo progressivamente vorticoso.
E’ in qualche modo vero che l’epoca della band è terminata: la chitarra di Martsch è talmente personale ed unica che la si riconoscerebbe tra tutte le altre anche se si mettessero su dieci dischi contemporanamente, mentre gli epigoni del new indie alle porte del nuovo millennio fioccano a ritmo progressivamente vorticoso.

Poco dopo Keep It Like a Secret, infatti, quasi a consacrare una carriera oramai particolarmente solida, Martsch e la Warner vengono fuori con una buona idea: se proprio la potenza improvvisativa ed il talento per la jam sporca fanno veramente da richiamo per le orde di fans che oramai vivono i Built To Spill come un culto, perchè non registare un live?
Nell’anno sabbatico 2000, così, esce Live (Warner Bros / Wea, aprile 2000). Tutti i takes vengono “sottratti” ai live effettivi della band nel corso del tour di Keep It Like a Secret (New York, Denver e Seattle) e suonano divinamente, essendo poi, effettivamente, passati sotto il rasoio di barbiere del solito Phil Ek in post-produzione.
Il disco è composto da una serie eccellente di pezzi di repertorio, con l’aggiunta di una canzone dei già citati Halo Benders e due cover. Con ordine, dunque, nella tracklist figurano delle versioni letteralmente da brivido di Randy Described Eternity e Broken Chairs impostati nel registro ultra-epico della presa diretta, finchè spuntano più o meno a sorpresa Singing Sores Make Perfect Swords dei Love as Laughter ed una Cortez the Killer che sembra essere il tributo definitivo di Martsch a Neil Young (20 minuti). Ed ancora, la bella Virginia Reel Around the Fountain suona estremamente hi-fi e meticolosamente riprodotta anche senza il supporto in controcanto della voce di Calvin Johnson.
Una nota va di diritto all’artwork del disco. Ideato dall’artista semi-affiliato alla K Records Tae Won Yu, che firma le copertine dei Built To Spill dai tempi di Perfect From Now On, il booklet mette in immagini il vero target dell’impresa Live: una serie di diciannovenni e ventenni vengono fotografati sul loro posto di lavoro con aria afflitta, perché dovendo lavorare non hanno potuto assistere ai concerti dei Built To Spill. Si spera dunque che, ascoltando questa trafila di esecuzioni d’eccezione, un po’ della magia gli venga restituita – e si tratta di una speranza ben riposta (7.7/10)

Il lento ma costante lavoro sul sound indipendente (ormai mondiale) dei Built to Spill, paragonabile a quello dell’acqua che scava una pietra in molti e molti anni, continua ancora dopo due anni, con l’uscita in sordina di Ancient Melodies of the Future (Warner Bros / Wea, luglio 2001).
Il disco non consta di nessuna novità sostanziale rispetto a Keep it Like a Secret ed anzi si presenta come sua naturale prosecuzione pur senza averne, pienamente, l’incisività.
La tracklist scorre tra i fiumi distorti delle sezioni strumentali, mentre la voce di Doug punge l’aria biascicando sonetti evocativi dal senso finale difficilmente ravvisabile. Fa eccezione la splendida Happiness, auto-accusa/auto-indulgente che non manca di smuovere l’antica (e futuribile?) vena scoperta del pop-jamming ormai caratteristico del terzetto, che assieme alla contorta In Your Mind riproduce tutte le ragioni per perdersi nei labirinti mentali di chi rifiuta – e non può astenersi dal – comunicare (7.4/10).
Passano cinque anni e pur non avendo mai ufficialmente annunciato lo scioglimento, il silenzio dei Built to Spill – quello che ha seguito l’esito non troppo ispirato Ancient Melodies of the Future - suona sospetto.

Alla fine del 2005 però, la band conferma ufficialmente quello che fino ad allora era stato poco più che un pettegolezzo: l’esistenza effettiva di un lavoro pronto da lungo tempo, la cui uscita, a loro detta, è ancora da destinarsi.
Contemporaneamente, compare in rete un generico “Untitled 2006”, a nome Built to Spill. Salvo l’assenza di un titolo e dei titoli dei pezzi, curiosamente, il disco è perfetto in tutte quelle che saranno le sue parti – ma è “sporcato” dalla voce di un rapper poco noto (Mike Jones), che recita il suo nome in maniera ridondante per tutte le dieci tracce. Non è chiaro chi sia effettivamente l’autore di questa sorta di bastard pop, ma la voce è che proprio i Built to Spill, stanchi di tergiversare sulla pubblicazione di un progetto compiuto su cui avevano lavorato troppo alacremente e troppo a lungo, lo abbiano messo in rete ottenendo il desiderabile effetto di scatenare la macchina mediatica da un lato, e stimolare la curiosità degli acquirenti circa la versione “pulita”, dall’altro.
Il piccolo mistero non viene risolto, ma all’inizio del 2006 la band annuncia che il suo quinto, attesissimo disco si chiamerà You in Reverse, fornendo ai molti appassionati una deadline di attesa: 11 aprile 2006.
A cose fatte viene fuori che per circa un anno e mezzo, i Built to Spill si sono chiusi in un garage per fare quello che a Doug è sempre piaciuto fare, e che alla lunga ha solcato il loro sound: come sempre, improvvisare. Chiudendo fuori qualsiasi produttore e qualsiasi ingegnere, per la prima volta in dodici anni di melodie antiche ed aliene i (cinque) membri della band, con saltuari interventi del Quasi Sam Coomes, hanno personalmente registrato e post-prodotto nella maniera più diretta possibile gli esiti di un numero abbastanza enorme di jam session. Il risultato è, appunto, You in Reverse (Warner Bros. / WEA, 11 aprile 2006) . In effetti si tratta del primo disco dei Built to Spill scritto a più mani.
Nel take “sporcato” da Mike Jones, la prima traccia comincia con una voce che recita “ladies and gentlemen, welcome to violence”. Sempre premesso che non è dato conoscere le circostanze di creazione (forse, appunto, autografe) del mash-up, la frase, persa nel take “pulito”, è l’incipit ideale per la canzone più epica e intensa che la band abbia scritto dai tempi di Broken Chairs.
Going Against your Mind si apre con una batteria che tuona, una chitarra elettrica già griffata Doug Martsch che comincia a cucire l’aria, un’altra che le si sovrappone. Il tono ed il ritmo cambiano di colpo. Gli strati di suono si intersecano e tutte le parti si aggregano in un pop psichedelico che sa quasi di math rock e va avanti per 8 minuti e 22 secondi.
I Built to Spill, ladies and gentleman, sono tornati.
Traces continua gentile, in chiave minore: la voce di Martsch in cinque anni non è cambiata di una virgola. La produzione la riverbera in maniera leggera, quasi impercettibile, distesa lunga, come sempre, su di un tappeto geometrico di sezioni strumentali analogiche equamente ripartite. Il ritornello, aspetto “architettonico” da citare tra le cifre stilistiche più nitide della band, è soltanto suono. Un suono talmente articolato che il fatto che esistano concretamente dei testi che scivolano sul muro armonico è quasi scarsamente rilevante.
Liar, che succede in ordine di scaletta, ne è una netta conferma: siamo dalle parti dell’indiepop tondo e solido di There’s Nothing Wrong With Love (1995) quando la voce recita un “when things are all you think of, and plans are all you make” – frase che, da sola, garantirebbe ad un qualsiasi novello cantautore dell’ultim’ora meno dello spazio temporale di un ascolto e che invece qui, pronunciata sulle trame precise degli arrangiamenti, assomiglia ad una verità ineluttabile.
Arrivati alla quarta traccia diventa chiaro fino a che punto You in Reverse sia un disco relativamente positivo, per i canoni dei Built to Spill. Lì dove Perfect From Now On (non) descriveva l’insofferenza nei confronti della propria e della altrui condizione e dove Keep it Like a Secret, mimava, in maniera indecifrabile, con le note tutta la stanchezza del sedersi sulle sedie rotte, il quinto lavoro della band ritrova un posto al sole, una luminosità propria. La già citata Liar è un inno accorato di sollievo dal peso del mondo e Saturday sembra essere dedicata in maniera più o meno velata al figlio di Doug. E dopo la più accorata Wherever You Go, infatti, piove la pioggia primaverile di Conventional Wisdom: quasi sette minuti andanti e puntuali di math-pop, allacciati tra loro dai ponti di riverbero, dalle frasi spaziose e dal sorriso del sonetto che gli fa da testo.
Dopo Going Against Your Mind, tuttavia, il secondo vero, grande momento del disco è Mess With Time. La canzone è divisa in maniera quasi fisica in due parti: la prima è aspra, distorta e cadenzata, con una punta di tex mex che fa quasi pensare ai Calexico (ma i Built to Spill non appartengono al deserto del Messico, appartengono al deserto della Luna); la seconda, sollevata improvvisamente dal peso dei pedali più cattivi, si trasforma in un girotondo spagnoleggiante ed infantile attorno al canto onomatopeico delle voci in coro.
Infine, senza nulla togliere alla pure interessante, spaziale, neilyounghiana Just a Habit, i sussurri di dub di The Wait, a chiusura del disco (“you wait for something that will make the wait worth the wait”) sono significativi: sembra che Martsch si rivolga a noi che abbiamo aspettato questo disco per cinque anni, alle nostre aspettative - ed allo stesso tempo sembra che la coda vibrante della canzone ripieghi i quattro angoli di un foglio su cui finalmente è stato scritto, mettendolo da parte con l’orgoglio e sicurezza di avere fatto tutto il possibile.
You in Reverse porta avanti, vecchia sana abitudine della band dell’Idaho, due discorsi paralleli.
Uno dei due, quello che si racconta, racconta di te: te al contrario, te che aspetti, te che non riesci più ad aspettare, te che vai contro la tua volontà in quanto individuo ed in quanto soggetto generalmente politico.
Tra i due, però, è l’altro discorso quello che fa la differenza, quello che parla davvero.
E’ la tua storia tradotta dal delay, il percorso di suono che ti rimanda te stesso al contrario e disegna per terra una nuova ombra, affastellando più fittamente una matassa di sentimenti che finalmente non ha più bisogno di essere sbrogliata, né spiegata. Sei tu, scritto nel suono. In un alfabeto che nessuno padroneggia bene come i Built to Spill. (8.0/10)