Tra innata capacità di amalgamare anime e pensieri differenti e mirabile coscienza creativa, i Broken Social Scene sono un collettivo di ospiti illustri fondato da due amici di Toronto, che si è imposto - soprattutto tramite la sua opera maggiore You Forgot It in People - per aver gettato alcune importanti basi di un nuovo songbook dell'alt-rock contemporaneo.

Tutto inizia nei bassifondi di Toronto nel 1999, quando due amici - Kevin Drew e Brendan Canning - cominciano a suonare insieme nelle proprie stanze d'appartamento, quasi per gioco. Nessuno dei due è estraneo alla scena alternative: Drew aveva registrato un album con i Do Make Say Think di Charles Spearin (Anthems for the Could’ve Bin Pills; Noise Factory Records, 2000), sotto lo pseudonimo di Kc Accidental, mentre Canning, già dj per svariati locali dell'underground di Toronto, si era dato da fare con svariate band coeve (come Len, By Divine Right, hHead).
È strano come legami del genere possano produrre risultati inaspettati. I due tengono il primo show dal vivo il 17 dicembre del 2000, sotto il nome di John Tesh Jr. and the Broken Social Scene. Il concerto consiste più che altro in lunghe improvvisazioni melodiche ambient-minimal del solo Drew, a dividersi tra chitarra e synth.
Agli inizi del 2001, in occasione delle session del primo album a nome Broken Social Scene (Feel Good Lost; Arts & Crafts, 2001), il progetto trova forma compiuta. Il duo arruola la vocalist Leslie Feist (già collaboratrice di Canning nei By Divine Right), il batterista Justin Peroff e il trombonista Evan Cranley (già negli Stars).
Da lì in poi sarà una girandola di arrivi e partenze. Per il primo live set ufficiale, la band ingaggia il chitarrista Andrew Whiteman (altrimenti conosciuto come solista sotto lo pseudonimo di The Apostle of Hustle). A differenza delle astratte divagazioni ambientali di Feel Good Lost, il tono delle esibioni live è quello di una indie-band alle prese con la forma canzone (in una di questa performance il gruppo presenterà una versione embrionale di Kc Accidental, poi comparsa su You Forgot It in People) e sulla variazione dei suoi risvolti stilistici. Ma ogni esibizione dal vivo - vuoi per la repentina maturazione artistica di Canning e Drew, vuoi per il progressivo inglobamento di musicisti di eterogenea estrazione - diventa evento musicale diverso dal precedente. La line-up del tour in quel di Toronto annovera - oltre ai già citati Feist e Cranley - Emily Haines e James Show dei Metric; John Crossingham dei Raising the Fawn; Bill Priddle dei Treble Charger; Jessica Moss dei Silver Mt Zion. Un'ideale fotografia del periodo vedrebbe la band impegnata tanto in escursioni space-rock quanto in Pixies-iani rumorismi noise-pop, tanto in ballate melodiche quanto in dub-soul adornati di un'ineccepibile sezione di ottoni.
Definire i Broken Social Scene come “supergruppo” suonerebbe impreciso e altrettanto ovvio. Sia perché ogni band della scena canadese (e non) può vantare acquisizioni e defezioni di ogni sorta, sia - e soprattutto - per l’innata capacità allo stesso tempo di amalgamare e diversificare le anime creative via via acquisite. La dimensione “composita” del combo di Toronto è ravvisabile tanto nelle singole idee - quel loro svagato lirismo capace di accorpare elementi disparati, di bissare la natura stessa della percezione sonora (sia composita, sia scomponibile in singole sorgenti) - quanto nella costruzione della loro fantomatica opera maggiore, You Forgot It in People.
Le lavorazioni relative alla realizzazione dell'album cominciano nell'inverno del 2001 - quindi praticamente in contemporanea con il periodo d'oro dei live set (l'album stesso risentirà di una certa quale dimensione “dal vivo”) - e terminano nell'estate 2002. La line-up cambia paradossalmente di giorno in giorno (Leslie, Emily e James lasceranno subito dopo le rispettive performance in Almost Crimes, Shampoo Suicide e Anthems for a Seventeen Year-Old Girl), ma il risultato finale è un miracolo di unitarietà e coesione, nella quasi eccessiva molteplicità di stili e sottogeneri. Grande importanza riveste il ruolo di Dave Newfeld alla produzione nell’impastare e miscelare sonorità e istanze diverse. Stars and Sons, uno dei brani dell’album, fu così intitolato quale tributo alla preziosa collaborazione di Newfeld.
You Forgot It in People esce di fatto nell’ottobre 2002 tramite la fusione di due etichette indipendenti di Toronto, la Paper Bag Records e la Arts & Crafts (fondata per l'occasione dallo stesso Drew in accoppiata con Jeffrey Remedios, suo compagno di appartamento). Grazie all’immediato successo di critica e di vendita, Drew decide di rescindere il contratto con la Paper Bag e di espandere la sua Arts & Crafts. Il successo arriva anche sotto forma di sempre maggiori richieste di esibizioni dal vivo. Per i live set, i BSS assoldano il chitarrista Jason Collett, mentre la frequentazione live con gli Stars fa sì che Chris Seligman (tastiere e corno francese) e le due vocalist Amy Millan e Torquil Campbell prendano parte al collettivo.
Agli inizi del 2003, l’album trova distribuzione internazionale, mentre la band riceve proposte di performance live (oltre ad ampi consensi) in Francia e Inghilterra. Il 2004 è un anno in cui la Arts & Crafts decide di consolidare la conoscenza dell’operato BSS: dapprima ristampa l’ancora misconosciuto Feel Good Lost, poi - in marzo - decide di diffondere b-sides, outtakes e rarità varie del primo periodo, compilandole nella raccolta intitolata Bee Hives. I singoli membri della band si sono anche dedicati, in questi ultimi due anni, a collaborazioni e progetti di vario tipo (tra cui il debutto solista di Jason Collett e la collaborazione tra Canning, Spearin, Anthony Seck degli Shalabi Effect, Sophie Trudeau di Godspeed You Black Emperor/Silver Mt. Zion e Deidre Smith degli Strawberry), tutti prodotti dalla Arts & Crafts grazie alla sua accresciuta fama internazionale.
A livello superficiale, è impossibile non notare la complessa eterogeneità strutturale di una band come i Broken Social Scene. Ma è altrettanto impossibile, a un livello più profondo di analisi, chiudere gli occhi sulla perfezione con cui questi musicisti hanno messo a nudo cuore ed emozioni, e li hanno contemporaneamente tradotti e condivisi in un flusso costante e omogeneo di suoni e canzoni, di episodi strumentali e divagazioni melodiche, da anime libere di inventare.

È un disco senza una vera introduzione, che attacca con un moto perpetuo (I Slept with Bonhomme at the CBC) di tintinnii festanti, su cui s’innestano dapprima una frase di chitarra à la Neil Young e poi un basso denso e scuro. Non vi sono veri e propri risvolti evolutivi, ma più che altro un flusso continuo che mira al livellamento sonoro. Anche la successiva Guilty Cubicles, con quella frase altalenante eseguita da chitarra e arpa all’unisono, si basa sull’impasto di regioni chiare e scure e sull’esposizione statica del materiale tematico (al massimo guarnendola con decorazioni ai limiti dell’impercettibile a ogni battuta).
Love and Mathematics trova un arrangiamento che avanza per strati, secondo un crescendo che ricalca i tratti strumentali già esposti in precedenza, mentre la chiusa vede l’intervento di nuovi ispessimenti seguiti da rarefazioni che lo collegano idealmente a Passport Radio. Ora sono droni torbidi, di sapore Labradford, a guidare il discorso; l’accompagnamento minimale, scandito dal solo tamburello, schiude un assolo sonnacchioso di sax (e un timido accenno di vocalizzo, l’unico in tutto il disco), che si lascia quindi diluire dentro un fondale sonoro amplissimo e soffuso, quasi fosse arrivato tutt’a un tratto il deus ex-machina Jimmy Tamborello.
L’influenza di Mark Nelson è ancora forte in brani come Stomach Song e soprattutto come Last Place, in cui le atmosfere - in realtà frasi senza meta che vagano indefinite - sono date dai fruscii sommessi delle chitarre, e da una variazione armonica di polverosa e solenne inerzia. In Mossbraker, una chitarra Dif Juz trova un basso magmatico, mentre percussioni scure e lontanissime regolano il movimento; quindi arriva una lunga jam noiseggiante guidata dal violino elettrificato, contorto e spinoso, ma in linea con l’atmosfera placida e sognante del pezzo.
Blues for Uncle Gibb presenta lamentazioni astratte che ruotano attorno a poche e indistinte note (tra cui quelle pronunciate da un’armonica presa a prestito dagli ultimi Talk Talk). La title-track - una stasi labirintica di chitarre in silenzioso imploro - e Prison Province - una frase solitaria di basso distorto in iterazione - sono due brevissimi episodi strumentali che intervallano il succedersi dei brani di largo respiro. Alive in 85 e la conclusiva Cranley’s Gonna Make It sono due brani che importano una base ritmica dancehall. Nel primo dominano una frase allucinogena di chitarra e un contorno di tastiere glaciali (che dà luogo all’entrata in scena di fiati, ottoni e giochi melodici di vario tipo), nel secondo - forse il brano più efficace del disco - le ormai consuete frasi decorative fluttuanti trovano una giusta grammatica sonora (struttura a concerto, presenza di riff veri e propri, atmosfera baldanzosa), prima di stemperarsi nella progressiva rarefazione della chiusa.
Un ammontare di suono quasi interamente strumentale, curato e rifinito. A volte ingenuo, troppo “a orecchio” e non grandemente meditato, a volte malsupportato da una produzione cerebrale e sofisticata, che rischia spesso la sbandata del fine a stesso e sbaglia (per difetto) la dose di mordente. Attraverso suoni soffusi, ambient immobili, frasi discrete e impalpabili, c’è più che altro la paura di tormentare e sconvolgere troppo l’ascoltatore. Non riguarda la successiva evoluzione song-oriented del combo canadese. Ristampato nel 2003 a opera della Arts & Crafts. (5.6/10)

L’introduzione sospesa, avvolta in una nuvola sognante di tastiere, ottoni e chitarre floydiane, sembra quasi collegarsi direttamente agli sviluppi dell’opera precedente. Ma la smentita arriva repentina dalla successiva Kc Accidental, uno dei pezzi forti del disco, basato su un riff eroico e rutilante portato avanti da fiati e chitarre e stop-and-go efficacemente dilatati a contenere un canto fragile e assorto. Siamo subito alle dichiarazioni di intenti: il giro di basso pacioccone di Stars and Sons - presto rieccheggiato festosamente dal resto del contorno strumentale - o il rock’n’roll rimbalzante di Almost Crimes, con cori di chitarre Sunny Day Real Estate al luna park, sono enfatici e sovreccitati gridi di libertà creativa, assai distanti dalle lande desertiche strumentali del disco precedente.
Anche i brani puramente strumentali sembrano opera di una band completamente resuscitata (e in effetti è proprio così, visto che l’organico si è notevolmente allargato, fino a comprendere una quindicina di musicisti). La serenata cocktail-jazz di Pacific Theme ha il gusto degli accenti sibillini e delle sperimentazioni avventate, quasi Tortoise arricchiti da una calda, ma consapevole gioia dell’invenzione armonica. Allo stesso modo, i droni di chitarra vagamente surreali di Late Nineties Bedroom Rock for the Missionaries sono accentati tanto da silenzi religiosi invocati da un arpeggio Pajo-esco, quanto da mistiche esplosioni space-rock di batteria in un binomio buio-luce altamente fascinoso.
Ogni brano prevede una certa evoluzione che è quasi il contrario della stilizzazione dello slo-core, o dell’astrazione del post rock strumentale che flirta con la film music (cui gli stessi BSS hanno preso parte, a inizio carriera). I’m Still Your Fag è una puntata a spine staccate con accenti folk, delicata ma teneramente esorbitante, mentre Looks Just Like the Sun è un dub-soul acustico, forte di un canto vibratile e riempito di campioni ambient-noise che si evidenziano progressivamente fino al crescendo finale. Shampoo Suicide è una soundtrack cosmica che diventa climax esistenziale, governata dai dimessi vocalizzi finali di Leslie Feist, e Anthems for a Seventeen Year-Old Girl una piece che poggia su di nenia folk scandita dal banjo e dalla dolcissima cantilena lo-fi di Emily Haines, che diventerà preghiera per accordi di strumenti ad arco grazie alla silenziosa entrata in scena di un canone quasi Pachelbel-iano (pienamente ripreso nella chiusa strumentale del disco, Pitter Patter Goes My Heart). A completare questo composito gioco di incastri canori e melodici sono una ballata pianistica supportata da una linea vocale à la Bono Vox, fatta di innalzamenti emotivi del “tutti” orchestrale e di soliloqui strumentali stratificati (Lover’s Spit), e un altro sapiente noise-pop di rimandi e variazioni che richiama alla memoria certi Flaming Lips (Cause = Time).
Eterogeneo quanto una compilation, ma allo stesso incredibilmente coeso, è una raccolta di variazioni della struttura canzone votata a un lirismo accorato, a suo agio con i generi esplorati. Disco che precisa, per intenti, svolgimento e realizzazione, l’estetica definitiva della band di Toronto, You Forgot It in People è anche e soprattutto un mirato e sapiente tentativo di combinare disimpegno a (auto)ironia dosata con saggezza, romanticismo mani-in-tasca con tristezze corali, arrangiamenti sgargianti con cameo sperimentali. Stars and Sons è anche il nome dello studio di Dave Newfeld, l'ottimo produttore che ha collaborato alla lavorazione dell'album, e Kc Accidental un autotributo agli esordi della carriera di Canning e Drew. Inizialmente realizzato con la Paper Bag Records, altra etichetta indipendente di Toronto. (7.2/10)

Raccolta di rarità, inediti e versioni alternative, copre il periodo dagli inizi 2001 fino all'epoca delle session per You Forgot It in People. Si va dal pop/rock lo-fi di Market Fresh (introdotto da 37 secondi di rumori e campioni) ai deliri indefiniti di Time = Cause (già b-side del singolo di Stars and Sons), che si situano da qualche parte tra Tom Waits e gli Autechre; dall'uptempo strumentale e impressionista di hHallmark (messo in piedi da ritmi danzerecci, chitarre slo-core e contorni elettronici stratificati) alla lunga ode di fluttuazioni eteree di organi e tastiere di Backyards (ma ancora con scarso amalgama tra canto e orchestrazione esosa).
Da Da Da Da è nient'altro che uno studio preparatorio (strumentale) per Almost Crimes, mentre Ambulance for the Ambience è un atipico collage ambient avviato da acuti trilli di piano, che prevede l'introduzione di una particella tematica ripetuta in leggero crescendo. Weddings è invece una tipicissima outtake di Feel Good Lost (suoni discreti e notturni, stasi armonica, rarefazioni). La versione alternativa di Lover's Spit cantata da Leslie Feist e accompagnata inizialmente dai soli pianoforte, basso e batteria, è ancora priva della ricchezza strumentale della versione definitiva (presente su You Forgot It in People). Tutte cose che i BSS svilupperanno - in modo più ispirato - a momento e tempo debiti.
Disco pubblicato più che altro sulla scia euforica dell'accresciuta rinomanza della Arts & Crafts, Bee Hives è una raccolta che tenta confusamente di fotografare il periodo di transizione tra i due album a nome Broken Social Scene, una mera curiosità alla quale riesce soltanto di importare il lato peggiore della questione: l’indecisione creativa che precede l'opera maggiore. (4.5/10)

Il preludio (Our Faces Split The Coast In Half) chiarisce subito gli intenti: un’altalena sonora introdotta dall'inciso acustico, con fiati, suoni in lontananza, chitarre, voci e sussurri, e progressione armonica verso un canto frastornato da elettronica e filtri che è puro accessorio del trionfale fondale strumentale. Questi, a grandi linee, sono gli ingredienti e il raziocinio usato per il loro mescolamento all’interno dell’opera. Il singolo di lancio, 7/4 (Shoreline), quasi-anthem Pixies-iano sussurrato da un’istrionica Feist, sancisce il passaggio del testimone di Cause = Time e codifica queste impalcature nel formato contagioso. Fire Eye’d Boy è invece l’ideale prosecuzione di Stars And Sons, un nuovo anthem con chitarre indianeggianti, maggiore scatto ritmico, canto di nuovo sussurrato (e pure filtrato) per non disturbare il montare di suono della strumentazione, giochi di chitarre e di batteria, progressioni Motorpsycho circa Timothy’s Monster.
Al di là delle affinità/divergenze col passato prossimo, a splendere (e pure abbagliare) è un tanto vorticoso quanto artefatto conguaglio votato al neo-shoegaze. A quell’idea i nostri ci arrivano con Handjobs For The Holidays, dove l’idea di superamento dei canoni di Shields e soci Valentine in favore di una sorta di insonorizzazione orchestrale è favorito da gorgheggi, strati di produzione, elettronica. Pregevoli anche gli sketch di Swimmers e di Hotel, mentre nel resto del disco il collettivo si dà spesso e volentieri all’indecisione. Windsurfing Nation è più sarabanda che canzone, Major Label Debut vorrebbe essere la prosecuzione di Looks Just Like The Sun, ma finisce per diventare una nenia quasi caraibica. La lunga ghost track It’s All Gonna Break, lungamente anticipata nei live show, alla fin fine può risultare un estenuante polpettone.
Alla terza attesissima prova (uscita dopo un piccolo impasse relativo al titolo definitivo), i Broken Social Scene dimostrano di sapersi “muovere, restando”. La stasi è quella del loro sound: giocondo, scaltro, flebile, ma con nerbo. Il movimento è quello del contenuto del loro proverbiale macchiettismo alt-rock, pastoso e vorace, sondato da un sentimento di quasi concept marino. Meno estensione e più contrazione, con un’idea free-form di canzone orchestrale massimalista, che però tralascia di farsi ricordare appieno. Estremamente sovrapprodotto, dagli esiti espressivi altalenanti: Dave Newfeld, ormai produttore ufficiale del combo, stavolta ha dovuto fare gli straordinari. Presente un brevissimo cameo di K-Os, MC già attivo da alcuni anni nella scena hip-hop underground di Toronto. (6.3/10)

Gran bel regalo al mondo i Broken Social Scene, con la loro attitudine “post” applicata a un pop perennemente in transito dall’estatico al roboante, fotografato sul filo dell’epica e giunto fin qui miracolosamente salvo. Un ensemble aperto che si ridefinisce a ogni progetto, assemblato attorno al nucleo fondante Brendan Canning - Kevin Drew con le persone di volta in volta più adatte a realizzare le loro visioni. Membri di Dears, Stars e Do Make Say Think sono passati e stanno tuttora tra le loro fila, da dove peraltro Leslie Feist ha spiccato il volo che sappiamo. Dopo un terzo album eccellente e risolutore, la nuova mossa è spiazzante: nel primo episodio di una serie in cui i membri affrontano ogni lavoro come fosse un disco solista, Kevin si incammina circondato da ospiti prestigiosi e dal pedigree eterogeneo come J. Mascis, Scott Kannberg e il conterraneo rocker da FM Tom Cochrane.
Se per quanto concerne l’approccio metodologico nulla è di conseguenza cambiato, l’umore appartiene ad altre latitudini: limitati i crescendo e la potenza strumentale ad eccezione di Back Out On The…, elastico hard venato glam e potenziale outtake di Telepathic Surgery, le canzoni - epidermiche ma affilate come sempre - ora si velano di nostalgia, si accostano alla psichedelia pastorale che apparteneva ai Flaming Lips o al circolo Elephant 6 (Aging Faces/Losing Places, When It Begins). Il passo ulteriore, tuttavia, è congegnarle spesso come delle scatole cinesi, pensate da dei dEUS vestiti pastello come per la dolce Safety Bricks. Spunti sonori interpretati con la giusta dose di carattere, che la solarità tortuosa di Big Love si premura di unificare collocando l’insieme in un spazio non minacciato da scopiazzature. Contribuisce alla riuscita anche un ricorrente, meditativo e quasi inafferrabile stupore, come se a cimentarsi con la mistura di cui sopra - sposata per Lucky Ones a magnificenze Boo Radleys - ci fossero gli stupefatti e un po’ cinici personaggi del Coupland di Generazione X. Maturati gli ascolti, in un lavoro che colpisce dopo qualche ascolto si impongono la calligrafia per nulla scontata di Drew e la cura per l’arrangiamento, dettagliato ma privo di artifici: F-ked Up Kids sfoggia parentela malinconica con Shoreline; Tbtf evolve rimasugli acustici dentro tensioni subliminali; Gangbang Suicide si stempera a colpi di volute melodiche e Frightening Lives è il kraut-pop wave che avrebbero fatto i Grandaddy se innamoratisi di Low: una corsa in tangenziale a piena velocità nella notte al neon, i finestrini abbassati e il controllo totale sull’ebbrezza. Chiude con perfetta circolarità Bodhi Sappy Weekend, marcetta felicemente indolente quanto una domenica primaverile trascorsa a osservare le nuvole.
Con la qualità che offre a piene mani, Spirit If… spedisce al tappeto qualsivoglia congettura sulla propria condizione di “nuovo album” o estemporaneo “divertissement” della band canadese. A prescindere dal versante che affronterete, vi troverete comunque tra le mani uno dei più riusciti album “indie pop” dell’annata: da maneggiare con ogni cura del caso, perché cosparso ad arte di trappole e meccanismi a orologeria. (7.6/10)