I Black Eyes di Washington D.C. sono il nuovo gruppo di punta della storica Dischord, la label che si è affermata nei '90 come la fabbrica del noise-rock americano grazie a gruppi come i Fugazi di Ian McKaye e i Girls Against Boys. Questo combo di cinque elementi estremizza ancora di più il discorso musicale dell'etichetta, facendo leva sulla carica esplosiva di una doppia sezione ritmica e su inedite contaminazioni funk.

In seguito allo scioglimento degli Iditarod, formazione
(neo-medieval) folk dalle venature post rock particolarmente sinistre e
rituali - nonché sorta di versione (minimal) dark dei Pentangle
-, Jeffrey Alexander e Miriam Goldberg, entrambi provenienti da Rhode Island,
formano gli Black Forest/Black Sea, un progetto dalle tinte maggiormente
crepuscolari e elettroacustiche.
Attingendo a piene mani dalla musica da camera e dalla psichedelia più sinistra,
il duo sforna dapprima (e frettolosamente) un omonimo LP, concentrandosi principalmente
sull’intreccio tra chitarra e violoncello (non disdegnando il rumore
prodotto dalle frequenze radio). Ma il vero starting-point del gruppo è il
successivo - e più compiuto - Forcefields and Constellations, lavoro
che si muove in direzione di una personale commistione tra improvvisazione
analogica e elettronica, folklore americano e medioevale, post-rock e musica
per piccolo ensemble

Il debutto del progetto Black Forest Black Sea non è effettivamente
molto distante dal caratteristico sound della formazione in cui militava
precedentemente il duo Alexander/Goldberg (gli Iditarod).
A parte l’onnipresenza del violoncello e gli umori più flebili
e sinistri delle trame, la firma è tanto riconoscibile quanto regredita
in una sorta di lo-fi: di primo acchito, brani come Blackbird On Gray Sky o Beautiful
Here, entrambe scarne ballate di maniera, piuttosto che una nuova e compiuta
realtà sembrano provenienti da un qualche progetto collaterale e/o minore
del gruppo autore di River Nektar. Tuttavia quando
un oscuro vento mosso da effetti radio ed elettronici inizia a spirare da ponente
inserendosi nelle arzigogolate improvvisazioni, la direzione melodica sembra
infrangersi contro un’urgenza esplorativa di natura ambientale, acquisendo
in tal modo una piega cosmico-macabra, come una sorta di Penguin Café Orchestra intrappolata
in qualche girone dantesco.
Un po’ come accadeva in brani degli Iditarod come Raga (in D#) o Dictation and Transcription, la melodia si scioglie lungo armonie che s’intrecciano e s’inabissano lentamente attorno a suoni concreti o innaturali quali disturbi, radiazioni e crepitii, stavolta senza espedienti orientaleggianti e con maggior abbandono. Non c’è dunque trance, ma un piano sequenza d’insieme, dove il sinistro s'annida di sguiscio proprio come in un quadro di Luigi Presicce, con tanto delle sue più classiche visioni notturne della foresta nera.
I bozzetti si compongono di refrain chitarristici – a volte ariosi, a volte malinconici, spesso indolenti – su cui s’appoggiano le sobrie (ma ignave) improvvisazioni dell’arco, con una strumentazione di contorno a spargere cenere sul campo; se a guadagnare è l’immediatezza, proprio come una buona jam degli Hash Jar Tempo (Sevastopol, Middle Song e Sunday Market), a perderci la visione d’insieme (Blackbird On Gray Sky, Banjo Song).
Tutto sommato, nonostante le buone intuizioni, l'album rappresenta più una raccolta di session su una flebile traccia che un lavoro compiuto. Considerato che è fuori catalogo, non c’è alcun motivo urgente per procurarselo. (5.5/10)

Maturando il necessario (e definitivo) spostamento dalla struttura
canzone verso uno psych folk fortemente cosmico e improvvisato,
il duo approda all’album che rappresenta il vero starting
point dell’esperienza Black Forest Black Sea.
In Forcefields and Constellations - in cui Alexander
e Goldberg si avvalgono anche del contributo di Glenn Donaldson (Jewelled Antler
Collective) e Christina Carter (Charalambides, Fursaxa) - , il dialogo chitarra/violoncello/elettronica
si organizza diversamente, evolvendo verso un limbo estatico dove l’agonia è accarezzata
e mai penetrata, dove le stelle dettano le proprie regole, dove contemplazione
e superstizione tacciono, corteggiandosi.
La prospettiva musicale è dominata da un'elettronica che ispira il dialogo
tra gli strumenti e così, liberato dalle reminescenze cameristiche,
l’impatto sonoro risulta più “aperto”, con il violoncello
della Goldberg spesso manipolato e fuso nell’impasto.
La foresta nera, come il mare nero, la parte più nera dell’anima,
non vengono raccontati, più propriamente il duo lascia che sia la Natura
a rappresentarsi proprio come se ci trovassimo a Twin Peaks senza trama né personaggi.
These Things pare balzare dalle partiture del Pete
Sinfield kingcrimsoniano di Island,
le frequenze radio di Kyy Plays Perpetual Change accarezzano
la marzialità giapponese allo stesso modo del violoncello
manipolato (e poi distorto) dell'ottima nenia di ...With
A Dead Man I've Never Met. Quella di Forcefields
and Constellations è un affascinante cosmologia
che principia e finisce (Orion e Jamestown)
proprio come se fosse inscenata dall'altare di Stonehenge.
Parola di Richard Wright (Nylon 2).
Quest'ensemble apparso dall’oscurità sembra scrutare le stelle
senza pensiero e visitare i morti con gli occhi di chi non vive più.
(7.0/10)