I Black Eyes di Washington D.C. sono il nuovo gruppo di punta della storica Dischord, la label che si è affermata nei '90 come la fabbrica del noise-rock americano grazie a gruppi come i Fugazi di Ian McKaye e i Girls Against Boys. Questo combo di cinque elementi estremizza ancora di più il discorso musicale dell'etichetta, facendo leva sulla carica esplosiva di una doppia sezione ritmica e su inedite contaminazioni funk.

La Dischord ci riprova. Letichetta di Washington, a breve distanza dalla conferma degli El Guapo, battezza il debutto dei Black Eyes, e con loro si riapre un libro che stenta a chiudersi, una storia già scritta da Pop Group, Gang Of Four e Contortions, e riletta da Liars, Giddy Motors e El Guapo, vale a dire lunione tra lurgenza bianca del punk, e il groove del funk di matrice nera.
Nei medesimi lidi gravitano anche i Black Eyes, combo di cinque elementi che, sin dalla line up, lascia pochi dubbi a proposito: due bassi e due batterie, quindi ritmo elevato al quadrato, influenze che vanno dal più primitivo funk, certo hip hop old school di chiara matrice bianca ed attitudine genuinamente indie.
Se le iniziali Someone Has His Finger Broken e A Pack Of Wolves pagano dazio alla banda di Ian MacKaye (che produce lalbum), nello scorrere dellalbum è il ritmo a prevalere: Speaking In Tongues è esemplare e furiosa nel suo tesissimo incedere, tutto giocato su di un groove impossibile da resistere. King Dominion mostra che, oltre al Pop Group, i nostri si siano deliziati le orecchie anche a dosi di Beastie Boys (per quanto riguarda le intersezioni vocali), ma in ogni caso è la band di Mark Stewart ad essere omaggiata per tutta la durata del disco: I Confess, Letter To Raoul Peck sono sinceri omaggi al geniale gruppo di Bristol.
Con i Black Eyes si ha la sensazione che il revival della New Wave arrivi ad un punto di non ritorno, difficile fare meglio di questi trentotto minuti, andare oltre significherebbe sfiorare il ridicolo. (7.5/10)

Perché i Black Eyes siano diventati i beniamini di certa fetta di stampa specializzata nostrana è forse facilmente intuibile: suonano come un classico gruppo dischord (e, in fondo, nient’altro sono) votatosi alla moda del revival ‘funk punk’ imperante.
Il loro secondo lavoro, postumo sembra, in quanto la band si è lasciata di fresco, segue di un annetto buono il debutto omonimo sulla washingtoniana Dischord. Cough fa ben capire cosa sollazzi questi giovanotti della provincia indie americana: accenni dub, passi elaborati e dissacranti armonicamente in comunione d’intenti, inserti free jazz, fanfare fiatistiche.
Al tutto va dosata la solita dovizie di stilemi arcinoti targati Dischord: bassi angolari, contrappunto ritmico-chitarristico fine e deliziosamente catchy (sebbene rude ed espressivo), galoppate armoniche nell’hc evoluto che era tanto funzionale all’indie rock d’un decennio fa circa (ora, inevitabilmente, è un po’ invecchiato) e, purtroppo, carenza cronica di buone canzoni.
Attenzione, la differenza col miglior free-punk d’annata sta tutta qui: là c’erano anche i pezzi, mentre qui latita la forma canzone (tutto è affidato alla ‘sperimentazione armonica’ imbevuta d’inserti free jazz…qualcosa di non tanto nuovo né inedito, quindi).
Ricapitolando: l’intro Cough, Cough – Eternal Life, la fanfara dubbata Scrapes & Scratches (una delle poche vere canzoni del lotto) e Untitled sono, forse, gli episodi che meglio concentrano espressivamente la voglia di sperimentare dei nostri sui casi del dub nell’era post-punk (finendo per sconfinare in territori già esplorati dai Liars nella loro ultima sortita discografica), tutti gli altri, invece, dalle declamazioni free-form stile Rudimentary Peni (False Positive, ne è una riproposizione, per tutto il primo minuto di durata, in chiave free- jazz) al percussivismo di Commencement (poliritmica ed efficacissima), sino all’isteria (il canto so prattutto) di Another Country (zeppa di balbettii dementi e di voci stratificato-fuse alla sezione fiati incalzante) asseconderebbero le ambizioni della band nel porsi come classico di riferimento in questi ultimi anni di riletture del punk-funk più o meno Creative.
Tenuto conto degli sforzi in tal senso, un album più che degno. In assoluto, comunque, niente di nuovo o così sconvolgente. (6.5/10)