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Black Dice

di AA.VV.
Un poderoso excursus sulle nuove prospettive della sperimentazione sonora basata sulla rilevazione e la manipolazione delle sorgenti naturali; un frullato sonico che ingloba il noise-rock tradizionale e perviene al non-ritorno di collage elettro-acustici, alea, industrial, poesia primordiale.

Il rituale del caos

di Michele Saran

Black Dice è il nome di un quartetto di Providence, Rhode Island, composto da Bjorn Copeland (chitarra), Hisham Bharoocha (batteria), Eric Copeland (voce) e Sebastian Blanck (basso). Raggiunto un assetto stabile nella primavera del 1997, i ragazzi si propongono dapprima come un feroce e sguaiato combo dedito a sperimentazioni harsh, dalle fondamenta ben piantate nella scena noise-no wave newyorkese della prima metà degli ’80. Aggiungetevi i live set, scomposti e violenti al punto da miscelare forme-canzoni a manipolazioni di sorgenti sonore. In pratica, tutto l’anelito novecentesco riassunto in un quartetto rock: l’alea, l’evento irripetibile.

Altre tappe. Nel 1998 la band trasloca a New York, dove incontra Aaron Warren, futuro nuovo bassista. E’ proprio qui che le loro intenzioni ricevono uno strano rituale d’iniziazione: aprire, rielaborare, sformare, scolpire, usare sorgenti sonore e sampler fino allo sfinimento, anche per registrare i passi dei musicisti nello studio. Libere associazioni di timbri, campioni casuali, l’industrial e l’analogico meno ortodosso, cuore e cervello in un tutto mist(ic)o.

Ebbene, dopo un primo 7” omonimo su Troubleman Unlimited, la band scioglie gli indugi. I riferimenti artistici si fanno eccellenti (Aube, Merzbow e i grandi rumoristi nipponici, da Melt Banana a Boredoms, ed europei, da Chrome a Cows), le sperimentazioni abbracciano passato e presente del rock creativo fino a confondersi l’uno nell’altro, la fede poetico-stilistica si assesta su distorsioni dei volumi, dei range, dei pitch, a modificazioni caotiche (ma razionalissime, quasi cerebrali) delle dinamiche. I Black Dice si autoproclamano poeti lucidissimi, quasi gelidi, del caos primordiale cosmico: illusionismi sintetici, furibonde evoluzioni di masse elettroacustiche, paludi di eventi acustici primitivi. La casualità zen di scuola Cage ha trovato una delle più importanti valvole di sfogo degli ultimi anni.

  • Untitled
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  • Untitled
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S/t 7” (Troubleman, 2000)

di Michele Saran

Primo di una lunga lista di mini-cd, EP et similia (quasi un rituffarsi nell’epoca delle sperimentazioni post-belliche della musique concrète di Pierre Schaeffer e della Darmstadt elettro-acustica stockhauseniana, degli études che precedevano il capolavoro), il debutto della band di Providence possiede soprattutto un retrogusto acerbo.

Le prime undici tracce sono schizzi a chiaroscuro su carta filigranata Sonic Youth era Kill Yr. Idols e Boredoms post-Pop Tatari concatenati da un labirinto di scosse di feedback, urla, ronzii, sibili e una batteria epilettica che però non riesce a sfondare il cliché free-form. Sebbene già foriera di interessanti sviluppi (ascoltate un po’ quel breve ambient di grilli notturni in chiusa), questa suite noise è ancora troppo sconclusionata.

La seconda traccia è furia cieca che trasuda rigagnoli hard rock: un solo riff ripetuto con ostinazione accompagnato dal drumming più granitico. Ma prima della fine c’è il colpo gobbo: abrasioni fluttuanti e mistiche, ostinati di feedback, linea ritmica inceppata come un meccanismo lasciato a sé.

Mancano ancora le disgregazioni dadaiste della loro prima maturità, manca la coscienza che animerà le opere successive; le evoluzioni compositive o sonore di sorta - pur già significative - affondano le mani nel noise storico e ne variano le regole solo a latere. Ma le basi della strabiliante evoluzione dei Black Dice stanno tutte qui. (6.2/10)

  • Cold Hands
  • Smile Friends
  • The Raven
  • Birthstone

Cold Hands EP (Troubleman, 2001)

di Michele Saran

La copertina di questo nuovo mini-cd è già una prima dichiarazione di intenti artistici. Un ritratto, forse una donna, e una magrittiana metamorfosi: è il corrispettivo visivo dell’unione mostruosa - ma naturalissima - tra primitivismo e astrazione. Un ronzio soffuso e un carillon avariato avviano senza fretta la title track; il baricentro è un crescendo drammatico di macchine ad alto voltaggio (notare l’uso di elementi semplici fatti reagire in soluzione straniante) che gonfia fino a diventare sfumatura allungata, descrizione insistita dei mille intarsi di uno spettro elettromagnetico.

Smile Friends inizia a stento per poi liberarsi in una corsa forsennata in cui l’indiavolata massa di voce e chitarra sembra trovare un accordo che, però, diverge ancora in nuove tempeste soniche. The Raven è una piece strumentale che importa la sezione ritmica degli Swans in stato di shock e in delirio cacofonico da conati di feedback e balbettii dannati (ancora il retaggio hardcore); è una sorta d’agonia di Fugazi condannati a bruciare nelle fiamme inestinguibili del dopo-Giudizio Universale.

Birthstone , di più e meglio, sbatte un sovracuto lancinante che diventa pretesto per promenade maledetta d’isterismi noise, scrosciate di piatti e lamenti in lontananza, paesaggio sotterraneo ricolmo d’allucinazioni scioccanti e di cattedrali pregne di rumori sinistri, di sibili quasi orrorifici (le soundscape del miglior Penderecki sono a un passo da qui).

Buon passo in avanti, pur nella mancato concretarsi delle arditezze: le ampie volute drammatiche di Birthstone sono già autentica delizia per i timpani. Che adesso -come minimo - si aspettano il capolavoro. (6.6/10)

  • Black Dice - Untitled
  • Erase Errata - The Shade
  • Erase Errata - French Canadia

Black Dice / Erase Errata split 7” (Troubleman, 2001)

di Michele Saran

Questo split single - ormai scarsamente reperibile - uscito nell’agosto del 2001 vede sullo lo stesso supporto sonoro i compagni di label Black Dice e le Erase Errata.

Untitled #5.5 , il brano dei Nostri della prima facciata, si apre su fruscii concreti e spettrali deformazioni di lenti paranormali, una sorta di gemellanza tra le sperimentazioni per oscilloscopio di Aube e le graticole dei Throbbing Gristle; dopo un tam-tam tribale e nuove raccapriccianti deformazioni di mostriciattoli umanoidi (forse la prima ricezione di segnali Residents), rumori acquatici di palude chiudono in sinistro fermento il pezzo.

I pezzi firmati dalle Erase Errata (The Shade e French Canadia) sono due sbandate in lo-fi basate su riff in corto circuito e contrappunti di basso dal sapore Beefheart, degna prosecuzione di Other Animals (2001).

Tassello importante per interiorizzare l’evoluzione Black Dice, propone tanto una rinnovata sensibilità compositiva quanto un intelligente uso di nobili riferimenti che scaturiscono quadretti di magma umorale. Quattro minuti quattro di totale, intensa autonomia creativa. (6.8/10)

  • Seabird
  • Things Will Never Be the Same
  • The Dream Is Going Down
  • Endless Happiness
  • Big Drop

Beaches & Canyons (DFA, 2002)

di Michele Saran

Il debutto su lunga distanza è così un piccolo miracolo. Cinque libere composizioni, allo stesso tempo riassunto e compimento definitivo di EP e 7”, e tanta maestria nel modellare timbri primigeni. Ben lontani dalle schizofrenie dei primi lavori, qui lo stile si fa austero, programmatico, quasi universale: l’immensità del mare, assurto a trapasso dell’esistenza, come bisogno primordiale.

Il call-and-response tra campi sonori che apre Seabird incontra tripudi motoristici e giungle di sorgenti sonore. Contorni calcati da accompagnamenti tribali e vocalizzi voodoo rendono la dimensione del viaggio sofferto, degli avvicendamenti che accorpano evoluzioni di entità viventi.

Things Will Never Be The Same comincia con mareggiate sintetiche e prosegue con ululati opalini che si levano alti in questa notte di landscape visionarie, di trapassi trasfigurati; uno splendido uso della produzione porta ad un crescendo impercettibile ma inesorabile, e a una detonazione accompagnata da un tribalismo da raptus mistico. E’ dinamica impazzita, uno shoegaze di presenze umane, gli infelici di Not Available (Residents) che hanno finalmente visto la luce.

Un free-form per macchine smerigliatrici Red Crayola apre The Dream Is Going Down; ancora una lamentazione di stampo Residents, un dialogo di mugugni indecifrabili e timbri liquidi di diversa viscosità, portano a un accelerando che diventa straordinaria danza catartica. L’arte dei Black Dice diventa potente ristrutturazione dei suoni primari.

Il prodigioso omaggio a Not Available continua con le sonorità glaciali intonate dai fiati di Endless Happiness; c’è poi una musique concrète di palude e una sinfonia per filtri acustici che sfibra gli ottoni lasciandoli decantare nell’in(de)finito e in un generale effetto lisergico. La straordinaria sensibilità della band è uno strumento a tutti gli effetti, che porta a estendere per la restante parte della suite uno spiegato campione di risacca. E’ il colpo di genio del disco: un estatico rimirare il luogo magico del trapasso infernale appena compiuto, in spirituale comunione con l’elemento naturale, essenza della vita per antonomasia, misterioso moto universale.

Nella psichedelica Big Drop i ragazzi di Providence tornano a suonare meno ambiziosi ma non meno imponenti: esplosioni in serratissima sequenza di feedback e batteria, baccanali di farfugliamenti urlati, cascate di rumore bianco; fino a che tutto non coccia contro la brusca, drammatica interruzione che chiude il disco, il silenzio improvviso.

Con questo disco, i Black Dice si dimostrano ensemble dalle sostanziose capacità creative, inventori di marchingegni della psiche ambientale, attenti e sensibili osservatori-rielaboratori degli arcani meccanismi naturali. Beaches & Canyons è un costrutto di grandi volute narrative e poetiche, un saggio di primitivismo sonoro tra i più esaltanti. (7.5/10)

  • Lost Valley
  • Head like a door

Lost Valley EP (Tigerbeat 6, 2002)

di Michele Saran e Massimo Padalino

I Black Dice realizzano questo cd 3" nell’estate del 2002 - pubblicato come strenna natalizia per i fans del gruppo -, sorta di disco volante dalle forze primitive che sbilancia definitivamente i giochi del quartetto, verso un recupero di tutta una serie di modelli musicali che non potrebbero essere più diversi fra loro.

Solo due brani, Lost Valley e Head Like A Door, il primo dei quali si configura come un’estesa divagazione crossover, nel senso che assembla e riprocessa in un continuum sonoro di grande fascino i virtuosismi percussivi propri del miglior Milford Graves solista (uno dei grandi batteristi del free jazz storico di Chicago), l'elettronica di più moderna concezione, i riti percussivi propri di comuni post psichedeliche come i Crash Worship e una dose inaudita di poliritmi africaneggianti, così come potremmo ascoltarli - se mai ne avessimo l'occasione (che, ricordiamolo, fa l'uomo ladro) - in qualche rito funebre del Ghana. E il cui ascolto potrebbe appassionare anche il Philip Tagg più disinibito.

I loro non sono in ogni caso patchwork senza capo né coda, quanto piuttosto riassorbimenti - nel provato organismo della post psichedelia - di sostanze rinvigorenti e “stupefacenti” (anche qui, alla lettera). Testimonianza ne è il secondo brano, Head Like A Door: adagiato su ampie coltri ill-ambient al principio, esplode poi nei riff disumani della chitarra alla Chrome (replicando, però, quelli puramente elettronici e a-melodici del gruppo californiano, vedi il loro EP del 1980 Read Only Memory) e in sfuriate harsh electronics degne dei "peggiori" rumoristi giapponesi. Il suono dei Black Dice - ancora legato alla psichedelia rumorista ma sempre più proteso verso le soluzioni dell'avanguardia più colta - sgorgherà a fiotti, esplodendo nei vostri altoparlanti: ne rimarrete attoniti e stupiti. (6.7/10)

  • Seabird
  • Things Will Never Be the Same
  • The Dream Is Going Down
  • Endless Happiness
  • Big Drop

Wolf Eyes & Black Dice - The Lord Helps You (Fusetron, 2003)

di Massimo Padalino

Black Dice e Wolf Eyes uniti in uno split album che coniuga perfettamente le cifre stilistiche d'entrambi i collettivi: rumore manipolato, feedback chitarristici, vortici di suono concreto, ricordi industrial captati nel tempo dagli '80 trapassati, sfrigolii e brusii maleficamente incomprensibili. Il tutto in sette brani senza titolo, dai quali sporge il metal, poi l'hardcore, e ancora bruits materici, riposizionamenti inaspettati della metallurgia industriale di Mnemonists e Throbbing Gristle, per comporre una lunga suite, un affresco tinto con le tempere krautrock seventies e stuccato col rumore rock degli anni '90, che è davvero l'anello mancante fra i rumoristi giapponesi ultimi (Haters, Gero Geri Gegege) e quanto di meglio seppero offrirci capolavori orfici di sospensione avant-rumorista quali quelli di Neu! e Cluster. (7.0/10)

 

 

  • Cone Toaster
  • Endless Happiness

Cone Toaster (DFA, 2003)

di Edoardo Bridda

Non ha tutti i torti Andy Kellman quando ha definito l'A-side Cone Toaster come un aggiornamento astratto dei Big Black di My Disco e Grinder: il brano è una rivisitazione del dance floor nella filosofia della Death Disco (P.I.L.), un crescendo di lampi di luce all'orizzonte al tempo del metronomo, una gelida techno che si muove al di sopra di una psichedelia mefitica; dall'altra parte c'è il retro Endless Happines remissato da Yamatsuka Eye (eYe) dei Boredoms, una delle prodezze dell'album Beaches & Canyons qui in versione pseudo new age (il solo rumore delle onde del mare occupa più di un terzo della traccia), non da strapparsi i capelli ma comunque piacevole. (6.8/10)

  • Miles of Smiles
  • Trip Dude Delay

Miles of Smiles EP (DFA, 2004)

di Michele Saran

Secondo EP in meno di un anno e mezzo, Miles Of Smiles anticipa di pochi mesi l’uscita di Creature Comforts. Nella sua volontà di collegare le evoluzioni stilistiche all’urgenza di imprimere nuove conquiste di stile, è uno dei punti più affascinanti del decorso artistico dei Black Dice; se paragonato al precedente Cone Toaster, questo EP assolve meglio la funzione di congiunzione tra i due long-playing.

Ecco allora due lunghe tracce, la prima delle quali è un humus impressionistico di ambient notturni, di paludi stagnanti che si ampliano; le percussioni soffuse e misteriose, poliritmiche, stemperate da xilofoni di contorno, danno vita a una “danza di natura”, tra canti di grilli e granuli, fino all’esplosione di un nuovo frastuono di suoni schizofrenici-stratificati di trombe e di pennellate naturalistiche.

La seconda (Trip Dude Delay), improntata un synth fluttuante, è uno dei rari momenti melodici della carriera della band, un quadro quasi pastorale per note di organo a conferire mood liturgico, ma poi travolto da un impressionante tsunami di rumori urlanti e di mareggiate distorte. Post-catastrofe (l’Itaca di ogni naufrago ancora stordito dagli echi delle sirene) che è comunione di primitiva bellezza, ritorno all’innocenza sognata e perduta.

In quest’opera complessa, breve ma di mirabile sublimazione artistica (ai limiti del barocco), la sintesi additiva dei Black Dice lambisce vertici insperati. (7.0/10)

  • Cloud Pleaser
  • Treetops
  • Island
  • Creature
  • Live Loop
  • Skeleton
  • Schwip Schwap
  • Night Fligh

Creature Comforts (DFA, 2004)

di Michele Saran

Il secondo album dei Black Dice, nettamente più introverso del predecessore, stupisce sia per il piglio, sia per la struttura narrativa, che per gli accenti di sintesi electro che stordiscono l’ascoltatore fin dal primo ascolto. Dopo la descrizione ascetica del mare, l’attenzione passa all’esplorazione di corpi orrendamente deformati.

Cloud Pleaser , come ogni preludio operistico che si rispetti, anticipa gli sviluppi successivi: un motivetto-cantilena popolare immerso in sinistri vibrato da martello pneumatico, enuncia una claustrofobica condizione d’impotenza. La successiva Treetops è animata da sorgenti sonore (trombette carnevalesche e allarmi industriali) che confluiscono in una sarabanda post-atomica. L’interludio Island prepara il terreno ai ruggiti distorti di Creature, il fulcro semantico del disco: un suggestivo tripudio di versi subanimaleschi dal fine descrittivismo e dall’accattivante mimesi, le cui percussioni, meno compatte, non però arrivano a intaccare il decorso evolutivo del brano.

Live Loop è un’altra pausa di riflessione che prelude al nuovo tour de force, Skeleton: un dub sconquassato da suoni tridimensionali e deliri da oltretomba, uno still life di radiazioni che sformano i timbri e li rendono riverberi anfetaminici: i Black Dice usano stereofonie e canali come un macellaio sotto LSD. Schwip Schwap, terzo interludio, è uno scherzo elettro-acustico che traghetta alla conclusiva Night Flight, jam di rumori orbitanti attorno a un synth, tra rombi cingolati in avaria e dilatazioni da chiesa gotica (corrispettivo del rumore di onde di Beaches & Canyons, che qui si dissolve in maniera rassicurante).

Soprattutto, in questo Creature Comforts c’è più compenetrazione (artefatto e natura), più comprensione per l’ascoltatore, più pedagogia musicale; non più flusso di sensazioni sconvolgenti, ma mosaico composito, scintillante e articolato di impressioni naturalistiche. I Black Dice cominciano già ad aprire nuove porte. (6.8/10)

Broken Ear Record (DFA - Astralwerks / Capitol, 15 settembre 2005)
  • Snarly Yow
  • Smiling Off
  • Heavy Manners
  • ABA
  • Street Dude
  • Twins
  • Motorcycle

Broken Ear Record (DFA - Astralwerks / Capitol, 15 settembre 2005)

di Michele Saran

Appurata la compartecipazione nei confronti dell’ascoltatore, la band di Rhode Island mette a punto un frutto più aderente alle nuove aspirazioni. Si prenda proprio l’iniziale Snarly Yow, una personale versione di pulsazione r’n’b, quasi dei Ministry travestiti da Kylie Minogue, con intermezzi di radiazioni rumoristiche che sterilizzano progressivamente il groove, ne intensificano il contrappunto apocalittico da post-Modern Dance Pere Ubu-esca.

Procedendo con Broken Ear Record, s’ipotizza che la volontà dei Black Dice sia la compattezza di formato, pur sottoposta alla prova della variazione. A volte è pura dimostrazione d’ingegno di rielaborazione. In Heavy Manners, una stordita chitarra hawaiana in loop e un bofonchiare umanoide sono sfaldati dalle folate acide del campionatore che ne estrae nuovi rantoli distorti. Twins, un pow-wow con timbri carnascialeschi e un battimani sporadico, sbarella nella semplice metamorfosi di suoni. ABA è una breve parentesi isolazionista, con synth oscillante e click a scandire.

In altri casi, come per Street Dude, ci si immerge in un vortice noise che ingloba una base drum’n’bass e un vociare in loop. La ripresa della base (forse un po’ troppo prolungata) trasporta ad un nuovo innalzamento della dinamica stereofonica e a una seconda disintegrazione sonica. La miscela di Smiling Off è quasi Tackhead-style: afro-beat pungolante con cicalecci impertinenti di feedback e del sampler, cortocircuito di cibernetica astratta, invocazioni aborigene. Il tutto si riempie di echi, di giochi di contrappunto, di miscele atonali.

Completa la collezione il balletto sci-fi di Motorcycle, con battiti radioattivi, vocalizzi di ossessi in levare, campioni sardonici senza meta. Disco a schemi ritmici, a incastri compositivi, che organizza partiture a corrente alternata tra materia e anti-materia, arrischia mirabilmente ripetitività e variazione. Repertorio timbrico invidiabile. Primo album dei Black Dice dopo la comparsa di alcuni brani (Wastered e Endless Happiness) nel secondo volume della compilation della DFA, risalente al novembre 2004 (il primo, del 2003, è introvabile), e assoluto rafforzamento della loro singolarità all’interno della compagine di James Murphy e Tim Goldsworthy. (6.8/10)

Broken Ear Record (DFA - Astralwerks / Capitol, 15 settembre 2005)
  • Manoman
  • Gore
  • Toka Toka

Manoman 12” (DFA - Astralwerks / Capitol, 2006)

di Michele Saran

Chi non muore si rivede. Di nuovo un disco su corta distanza. Ormai è palese: questa tipologia di formati (qua ci ritroviamo a maneggiare un 12”, per la precisione) serve ai Black Dice - di nuovo privi di un Bharoocha sempre più in odore di progetto solista - a catalizzare le idee, a proiettare nuovi orizzonti.

La title track, Manoman, fa proprio questo. C’è dapprima un poliritmo materico in levare che si fa via via pattern-contenitore di striature, deformazioni, decorazioni multicolore; poi il tutto diviene trance acidula che ha scatti hardcore nell’ordine dei decimi di secondo; infine, il poliritmo si scompone tra battimenti e giochi intricati.

Le restanti Gore e Toka Toka, oltre a suonare come outtake di Broken Ear Record, sono pure tessiture minimali che variano per addizioni (accumulazioni talvolta ridondanti) di caciare distorte, sovratoni alieni (e inquietanti, ma soprattutto disturbanti e snervanti) e radiazioni irrequiete. Gore, in particolare, stilizza la distanza tra post-punk e industrial nel giro di qualche minuto.

Non molta struttura, intenzione scarsa. Soprattutto, dopo (già) diversi numerosi tentativi d’imitazione e svariati remix, sembra che i Black Dice vogliano remissare la loro stessa ragione sociale, senza la vera capacità di rielaborazione à la Black Dice. Mettiamoci d’accordo, a patto che il caos sonico non sfumi in confusione stilistica. (5.9/10)

Black Dice live a Torino (Foto di Mark Bruko)

Live: Black Dice – Spazio 211, Torino (4 aprile 2006)

di Paolo Grava

Lo Spazio 211, locale torinese attento alle proposte più creative e originali in campo musicale, ospita i Black Dice. Sul palco i tre si presentano con strumenti classici e elettronici e partono inalzando un muro di rumore bianco alla Wolf Eyes che si evolve per quasi un’ora senza pause e cambi repentini, una lenta allucinazione. Su di loro vengono proiettate interferenze video che sono il corrispettivo del suono prodotto.
Immaginate una serie di manifesti sonori incollati uno sopra l’altro e poi strappati più o meno in profondità a colpi di feedback e samples positronici, brandelli rock lasciati ondeggiare nell’aria satura.
Accenni di beats emergono a tratti, mentre si innalzano drones chitarristici di stampo shoegaze, percussioni tribali cariche di effetti e mantra vocali deliranti e ipnotici.
Immaginate i Sonic Youth degli esordi e i Suicide che improvvisano ai  limiti del’anti-materia.
Un’esibizione stordente e a suo modo psichedelica, un’unica suite che porta il pubblico ad uno stato di trance primitiva. Se qualcuno è ancora in cerca di armi non convenzionali è meglio che tenga d’occhio quello che sta succedendo in questi anni a NY.

(Foto di Mark Bruko)

  • Hermaphrodite
  • Scraps
  • La Booly Boo
  • FKD
  • Oreo
  • Mouthhole
  • Green Burrito
  • Dinca
  • Wash Up
  • Scumpipe
  • Spacehead
  • Tree Aliens

Eric Copeland – Hermaphrodite (Paw Tracks / Goodfellas, agosto 2007)

di Vincenzo santarcangelo

Si trastulli per qualche mese con questo giochino, chi brama impaziente il nuovo Black Dice ché qui ce n’è abbastanza per ingannare l’attesa. Eric (uno dei due fratelli Copeland della formazione newyorchese), si sa, riveste, in quel gruppo, il ruolo di ideale paciere tra pulsioni free-noise e vezzi accademici da laboratorio di ricerca sul ritmo; si scopre il membro più artisticamente affine alle derive folk dell’Animal Collective e, non a caso, diviene con Avey Tare la mente del progetto Terrestial Tones.

E allora, nel suo primo album da solista: echi e gocce riverberate, arcobaleni colorati di suono primitivo e démodé (Hermaphrodite, Scraps); elettronica a basso consumo, effettistica a prezzi modici, la più economica attualmente sul mercato (Oreo, Wash Up, Tree Aliens ); rumore, dunque, ma assai trattenuto, e sempre circoscritto nel perimetro dell’ultima parvenza di una forma-canzone (FKD, Dinca); ipotesi di cantautorato che sappia ancora stupire come solo le melodie concepite da bambini (Mouthhole); e ancora, dub astratti (La Booly Boo, Green Burrito) e nenie tribali (Spacehead).

Gli ingredienti già li conosciamo, e il progetto è indubbiamente estemporaneo - Hermaphrodite è il progressivo sedimentarsi di registrazioni accumulatesi negli ultimi due anni -; ma stupisce come l’insieme sia architettato con la serenità dello sperimentatore pacificato con se stesso (quale ossimoro più azzardato), forse con il solito aiuto delle droghe, comunque nel riflusso di quella pace ondivaga - eppure quanto rilassante - che gli stessi Black Dice vanno conquistando album dopo album, stemperatesi ormai definitivamente le inutili foghe degli esordi. (6.8/10)

  • Kokomo
  •  Roll Up
  •  Gore
  •  Bottom Feeder
  •  Scavenger
  •  Drool
  •  Toka Toka
  •  Cowboy Soundcheck
  •  Bananas
  •  Manoman

Load Blown (Paw Tracks / Goodfellas, 23 ottobre 2007)

di Michele Saran

Ed eccolo, finalmente. Il nuovo disco lungo dei Black Dice. Si sono fatti aspettare, stavolta, ma giusto per dire che la transizione andava portata al 100%. Passato il disco interlocutorio del Bharoocha-Soft Circle, passato l’affastellamento con la DFA del marpione Murphy, passato quel piccolo banco di prova di Manoman (di cui viene qui recuperato l’intero contenuto), passato pure l’esperimento solista di Copeland, ora quel che rimane sono le peregrinazioni lineari del disco dell’orecchio rotto di due anni fa.
E di quelle bisogna cianciare. A parte le tracce di Manoman, non esattamente gioielli di fantasia, il resto tenta di mettere le cose a posto. Scavenger, con le sue figure minimali sampledeliche ad incastro, appioppa una base in avaria con congas, frasi di chitarra hawaiana e battiti eterei (a diventare laser). Il poliritmo della seguente Drool si accolla il rischio di far sentire la mancanza di Bharoocha, ma impagina un tema di concertina folk-popolare su sciame oscillante ultrasonico, a sdoppiarsi in polifonia, e in una sospensione ovattata.
Quindi Bananas (sarabanda di lacerti stereofonici), Roll Up (minimal techno liofilizzato), Kokomo (motorik industrial-tronico), Bottom Feeder (libere speculazioni sulla velocità del repeat di un sample, vedi Neu!2), sono tracce fascinose e accomodanti, ma che non riescono ad andare oltre la ormai consueta variazione stratosferica.

E’ il primo disco dei Black Dice a puntare tutto o quasi sulla suggestione (e l’accessibilità) dei suoni, in quanto naturale evoluzione di Broken Ear Record. Rispetto a Manoman, qui si ha un senso maggiormente compiuto: se Creature Comforts e Beaches & Canyons erano le opere di cuore e cervello, oltre che di feeling, qui ci sono pancia e budella. Non è, a dirla tutta, la loro specialità. La cura del groove, quella che sta al livello inferiore, è talvolta aggrovigliata, troppo insistita, macilenta e boriosa, e non fa decollare a dovere le composizioni. (6.0/10)

Live: Black Dice + Kría Brekkan (Covo, Bologna - Magnolia, Milano, 8/9 marzo 2008)

di Edoardo Bridda e Gaspare Caliri

Bisognava inventarlo qualcuno che buttasse ammare (anzi nelle fogne), il beat sfavillante e fin troppo modernista della Città dei Motori. Erano necessari quanto il ritorno del noise dei vari Wolf Eyes e Prurient i (seppur ammansiti) Black Dice. Di loro, soprattutto e in definitiva, ci ha sempre fatto impazzire la componente crusty techno, quell’arte del declinare la cassa in quattro e facendola marcire, dandola in pasto alle pantegane mutanti. Li amiamo per questo, nonostante il non imprescindibile Load Blown. E li abbiamo amanti nonostante le numerose performance a corrente alternata dove senza troppi patemi d’animo può andar di lusso come dar di stomaco.

In pratica, può capitare che a Milano facciano il miracolo e che a Bologna non colpiscano quanto avrebbero potuto. Come, è troppo ciclico, che ogni volta che assisti a un loro show per ogni amico che ti riferisce di una data completamente scazzata e ce n’è un altro che li incensa di lodi e con trasporto. A noi – Edoardo Bridda e Gaspare Caliri – è toccata rispettivamente la prima e la seconda sorte. A Bologna si è assistito a un trip di noise tronica psichedelica niente male, eppure asciutta da seccar le labbra; a Milano ci si è gustato un rave per mutoidi scalcinati notevole per chi insegue il tribalismo americano (come nella Lettera Rubata di Poe, uno scava e invece ciò che cerca è sotto gli occhi, nel nome più noto, per la gioia delle orecchie).

Rosicamenti a parte, non è andata male a nessuno dei due se non per il timing. Il format prevede un’ora e anche meno con i tre a destreggiarsi tra percussioni mono, una chitarra imbracciata a mo’ di Throbbin’ Gristle e le solite elettroniche e cassettine. Il tutto avvolto in una proiezione elettro psych che ci è piaciuta proprio perché ha preso dentro tutto, musicisti compresi. Ma a Milano tutti i preparativi a disposizione di bottone avevano un obiettivo chiaro e appagante, cioè fare in modo che nessuno restasse fermo; intento raggiunto grazie a una pulsione techno massimale industriale, vicina al rumorismo, ma del tutto prestata al movimento, alla sincope, al primitivismo di quel tamburo percosso in mezzo a mille drum machine. La conclusione è arrivata persino a citare i Battles di Atlas – elettronica a cavallo; per chi, un annetto fa, proprio in questa sala vide il combo Williams-Braxton, è una chiusura esaltante.

Dimenticavamo Kría Brekkan ovvero Kristin Valdottir, fu Mum e fu consigliera delle Rings oltre che compagna nella vita e musicale di Avey Tare degli Animal Collective - qui in versione arty freak alle prese con un progetto solista che tra un “sorry” e una manciata di infantilismi riverberati regala buoni momenti di straniamento quartomondista sulla scia di quello hasseliano. Anche per lei è valsa la stessa morale ma a sorti capovolte. A Bologna nel club dell’indie bene, a Milano al Magnolia male. In quest’ultimo caso l’infantilismo non poneva neanche il dubbio che si trattasse di una veterana dell’underground, tranne forse quando l’incastro di temi di tastiera stralunata portavano il pensiero a Not Available. Pros e cons dell’indipendentismo e dell’idea di libera espressione. Soprattutto, non c’è pezza, questa gente va frequentata. Le soddisfazioni non sono cose automatiche.