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The Lights On... Bishop Allen

di Antonio Puglia
L’estetica romantica, innocente e naif che di solito associamo alle parole “indie” e “pop” (ri)trova la forma ideale grazie a due vecchi compagni di scuola del Massachussets, protagonisti di un'epopea di corde rotte e cuori infranti. I Bishop Allen potrebbero essere la vostra band preferita, anche se ancora non lo sapete.

Di corde rotte e cuori infranti

di Antonio Puglia

Nonostante gli sforzi di George Washington e Thomas Jefferson, gli americani hanno finito per prendere dai cugini inglesi un sacco di cose. Per esempio i nomi delle città, come Cambridge (Massachussets), non a caso uno dei maggiori centri d’istruzione degli States: proprio lì, non troppo tempo fa, due studenti di Harvard passavano il tempo lanciando mobili giù dal tetto del loro appartamento al 66 di Bishop Allen Drive. Per fortuna dei loro padroni di casa, Justin Rice e Christian Rudder coltivavano anche altri passatempi extracurricolari, come scrivere canzoni insieme. Così, tornati nella nativa Boston, hanno formato prima i Pissed Officers, poi i Bishop Allen, battezzati proprio in onore dei gloriosi giorni universitari. All’inizio niente di serio, intendiamoci, solo qualche scarabocchio registrato in casa con un multitraccia durante l’anno sabbatico trascorso a Lynchburg, prima di trasferirsi definitivamente a Brooklyn. Piano piano però la cosa si è evoluta, coinvolgendo anche qualche amico per rifinire le canzoni quel tanto che basta per tirarne fuori un disco, e magari pubblicarlo in autonomia con un’etichetta D.I.Y.

Chi l’avrebbe mai detto che Charm School (Champagne School, 6 maggio 2003) avrebbe portato i nomi dei due alla ribalta di media nazionali come il Rolling Stone e la National Public Radio (NPR)? E questa è stata soltanto la prima mossa; in questi quattro anni, Justin e Chris si sono presi il tempo necessario, si sono costruiti attorno un culto di fedelissimi, hanno progressivamente cambiato rotta e hanno fatto parlare di sé e dei loro azzardi (il famoso – e folle - progetto di realizzare un EP per ogni mese del 2006, terminato con successo); fino a Bishop Allen & The Broken String (Dead Oceans / Wide, 24 luglio 2007 – vedi spazio recensioni), che se non è uno scacco matto, poco ci manca. Un percorso talmente azzeccato che se ne potrebbe trarre un vademecum per ogni aspirante indie darling; o, magari, un bel film lo-fi come quelli dell’amico Andrew Bujalski, a cui i due hanno prestato la faccia in tempi recenti (gli acclamati Funny Ha-Ha - con Rudder - e Mutual Appreciation - con Rice). Insomma, il caso è servito.

Di certo, i Bishop Allen non sarebbero andati molto lontano se Charm School non fosse quella festa indie pop che è. Con pochi, basilari ingredienti - un paio di chitarre, basso, drum machine in loop, più qualche particolare ad aggiungere colore (battimani, armonica, banjo, slide, coretti appiccicosi) – i due fanno sfoggio di un songwriting divertito e acuto, che mischia grandi dosi di ironia ed innocenza twee (pensate a una versione post-college dei Boy Least Likely To), con spirito corale e goliardico. Lo humour di marca Housemartins della title track, la coolness alla Beck di Eve Of Destruction (riscrittura hip hop della celebre protest song di P.F. Sloan), le nevrosi Modest Mouse di Busted Heart, i fremiti Daniel Johnston di Little Black Ache, le filastrocche Pavement di Things Are What You Make Of Them (con citazione da Hello Goodbye) sono solo alcuni picchi di quello che probabilmente è uno dei dischi più vivaci e contagiosi dell’America recente, una vera e propria botta di vita per la New York ancora scossa dallo schianto delle Twin Towers.

Soltanto per questo – l’aver fatto sorridere, cantare e ballare in tempi sempre più cupi per farlo - i Bishop Allen meriterebbero una menzione d’onore; ma è comunque poca cosa, se si pensa ai 12 EP pubblicati in fila l’anno scorso. Sembra che sia stato un vecchio pianoforte, trovato per caso in strada, a far scattare la scintilla che ha portato Rice, Rudder e una girandola di amici (tra cui Darbie Nowatka, illustratrice delle copertine) a sfornare puntualmente quattro tracce al mese, da January a December - con l’eccezione di August, la registrazione di un concerto che comunque contiene un paio di inediti. Un totale di circa 45 canzoni nuove di zecca, in cui sono evidenti sia la crescita di Justin come scrittore, approdato a confessioni folk in prima persona e allo storytelling, sia di Chris come arrangiatore, con trame prevalentemente acustiche, più varie e strutturate, in un’ideale zona franca fra Belle & Sebastian e Bright Eyes. Conquiste che saranno ribadite in …& The Broken String, ma c’è già da restare impressionati dall’eccezionalità dell’impresa e dalla qualità complessiva del malloppo, uno scrigno inesauribile ricolmo di gemme folk pop. Si sarà capito: innamorarsi dei Bishop Allen è facile. Un’esperienza che vi auguriamo, senza riserve.

  • The Monitor
  • Rain
  • Click, Click, Click, Click
  • The Chinatown Bus
  • Flight 180
  • Like Castanets
  • Butterfly Nets
  • Shrinking Violet
  • Corazon
  • Middle Management
  • Choose Again
  • The News From Your Bed

Bishop Allen & The Broken String ( Dead Oceans / Wide, 24 luglio 2007)

di Antonio Puglia

Scrivere e pubblicare 12 EP in un anno non è impresa da tutti, anzi; ad essere onesti, è pura follia. Andatelo a dire a Justin Rice e Christian Rudder, che per ogni mese del 2006 hanno sfornato puntuali un dischetto nuovo di zecca, in un tour de force senza precedenti nella storia della discografia recente (alla faccia di Sufjan e dei 52 Stati, aggiungiamo). Se questo vi sembra strano, vi basti sapere che sono gli stessi due ragazzi che avevano inaspettatamente conquistato le pagine del Rolling Stone con un debutto autoprodotto (Charm School), creando un piccolo caso già nel 2003; i più addentro, poi, li conosceranno già come attori protagonisti dei film del cineasta indipendente Andrew Bujalski, autore di Funny Ha-Ha e Mutual Appreciation, bozzetti iper-realisti sulla vita post-college.

Insomma, finora è stato fin troppo facile guardare al duo di Brooklyn come all’ennesima - meravigliosa - anomalia indie o, in egual misura, come al nome più cool messo in bocca agli underground chic aldilà dell’Atlantico, da Pitchfork in su. Adesso che questo Bishop Allen & The Broken String li getta finalmente nella mischia (è il primo album realizzato in uno studio professionale e rilasciato da una vera etichetta – la neonata Dead Oceans, sorella di Secretly Canadian e Jagjaguwar), Justin e Chris non si fanno certo cogliere impreparati.

Chiaro, con un serbatoio di canzoni capiente e generoso come gli EP (circa 45 tracce complete, mica briciole) a disposizione, hanno avuto soltanto l’imbarazzo della scelta: Click Click Click Click, Chinatown Bus e Shrinking Violet erano già un bel balzo in avanti rispetto agli esordi, con Rice colto da un intimismo febbrile a metà fra lo Stuart Murdoch collegiale e il Conor Oberst più dimesso. Se poi alla qualità alta di quelle canzoni si aggiunge un accurato lavoro di rielaborazione e produzione (con i membri aggiunti Darbie Nowatka e Cully Symington a dare man forte), non solo si sventa l’effetto riciclaggio, ma succede che un gioiellino come Corazon prende letteralmente il volo, The Monitor si spiega come un caleidoscopio multidimensionale d’emozioni, Flight 180 assume i contorni di una piccola epopea sentimentale. Di fronte alle arguzie folk di Choose Again, poi, si può anche soprassedere su una sciocchezzuola latina à la Devendra come Like Castanets.; e se non bastasse, Rain e The News From Your Bed riescono a misurare a grandi passi tutta la distanza dei nostri dalle freakerie estemporanee degli – per dire - I’m From Barcelona, rievocandone la sublime leggerezza senza inzuppamenti nel caramello.

Detto altrimenti, quell’estetica romantica, innocente e naif che di solito associamo alle parole “indie” e “pop” ha (ri)trovato la sua forma ideale, in vista di una nuova strage di corde rotte e cuori infranti per il prossimo autunno. Occhio, perché i Bishop Allen potrebbero essere la vostra band preferita, anche se ancora non lo sapete. (7.5/10)