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Beta Band

di Stefano Solventi, Antonio Puglia e Edoardo Bridda
Una band di squinternati scozzesi che si destreggia tra pop, folk, psichedelia, hip-hop, country, blues, R&B, funk, indie rock, noise rock, experimental rock, jazz, exotica e musica brasiliana. Un gruppo dal suono giocattolo, colmo di rimandi fino ad esplodere eppure tenuto insieme con una flemma sciropposa. Un combo che canta un disincanto hip-hop garrulo e affumicato. Sono la BETA BAND ...anzi lo erano
Foto: Beta Band

Alchimie pop dallo spazio profondo

di Edoardo Bridda e Antonio Puglia

A.D. 1997. Beck ha pubblicato da poco Odelay e l'anti-folk di One Foot in the Grave è diventato moda: la junk music, frullatone di pop, folk, psichedelia, hip-hop, country, blues, R&B, funk, indie rock, noise rock, experimental rock, jazz, exotica e musica brasiliana non è più un fenomeno elitario per indipendentisti underground, ma ormai è patrimonio di un pubblico molto più vasto, una quasi generazione, di quelle che sorgono in concomitanza dell’affermarsi di questo o quel linguaggio musicale. Mentre oscuri figuri senza macchia e senza paura cavalcano le staccionate e le sedie a dondolo della frontiera americana, in Francia la lounge music chic e in di Londra diventa, grazie gli AIR, un’arte in relax tra colonne sonore italiane d'epoca e Gainsbourg. Così, i gloriosi novanta tramonteranno lontano dalla Britannia londinese, col sole pigro all'orizzonte, tra lamiere, hangar e robot mutoidi, nel chiarore di un crepuscolo in California (a Stockton, per l'esattezza), anche se quella stessa luce fioca sbucherà, di lì a poco, anche a Novara.
Mentre le lancette dell'orologio greenwichiano venivano narcotizzate da siffatte am(o)ebe, l’occhio vigile e imparziale del satellite cattura in un altopiano scozzese un trio di ragazzi, vestiti in tute bianche e rosse come astronauti russi che hanno scambiato l'attrezzatura di allunaggio per il tony dell'imbianchino. Zoomando, emergono particolari inquietanti: dalla tasca del primo dei tre spunta un cd di LL Cool J, mentre sulla schiena del secondo c'è uno strano disegno di una piramide che rifrange un raggio di luce in technicolor; il terzo non ha nulla che salti all’occhio, eccetto una spilla che ritrae un cerchio giallo con due puntini neri e un segmento ricurvo; in mano, un paio di fumetti ingialliti delle serie Countdown e Space Family Robinson.
Da informazioni top secret provenienti dallo spionaggio russo, sappiamo che i ragazzi attendono uno strano ufo, dal singolare aspetto di una tazza capovolta su di un piattino orientale, di quelli con le geometrie e i colori arabi; luogo previsto per l’atterraggio, la piana di Salisbury. La banda di squinternati è originaria di quelle parti, un paesino tra Fife e Edinburgo di cui non è consentito dare il nome; ufficialmente i tre sono conosciuti come Steve Mason (chitarra, voce e percussioni), John Maclean (DJ e sampling) e Robin Jones (batteria); fonti più che attendibili assicurano che presto della balotta farà parte anche Richard Greentree (basso).
Trascorsa più di un ora a guardare il cielo, dell'oggetto volante non vi è neanche l'ombra e, mentre il sole scende a picco sulle loro teste, i soggetti si dirigono verso il camioncino su cui sono venuti, un Volkswagen Transporter a doppia cabina degli anni '60; parlottano un po’ tra loro, poi scaricano strane apparecchiature, un secchio di vernice per uno e bombolette spray. A questo punto, si dirigono a piedi verso est, destinazione apparentemente imprecisata; approdano in una zona alquanto singolare, dove ammassi di pietre sono disposti a cerchio su due perimetri, mentre al centro una sorta di altare troneggia monolitico. Steve e Robin iniziano a contare le pietre poste nel perimetro esterno, John si dirige verso l'epicentro. Finito il sopralluogo, dopo aver contrassegnato con le bombolette alcune pietre, il trio si ricongiunge e inizia, bussola alla mano, a dipingere in verde una gigantesca V: il primo braccio parte da Nord, all'altezza della sesta pietra (se si inizia a contare in senso orario in quella direzione) e termina a Sud/Est sulla sedicesima; il secondo inizia da quella pietra e finisce sulla venticinquesima. Quando la lettera è completata, un gigantesco raggio di luce risucchia i ragazzi in un lampo. Neanche 10 minuti di blackout e i tre sono di nuovo nello stesso luogo.
Le ultime foto che la telecamera riesce a mettere a fuoco ritraggono i ragazzi, adesso in tute rosse, mentre si nutrono di topi. Uno di loro incide col laser una pietra con la sigla: BETA BAND.

Copertina: Three Ep's (Astralwerks, 1998)
  • Dry the Rain (Underground Resistance)
  • I Know
  • B + A
  • Dogs Got a Bone
  • Inner Meet Me
  • The House Song
  • Monolith
  • She's the One
  • Push It Out
  • It's Over
  • Dr. Baker
  • Needles in My Eyes

Three Ep's (Astralwerks, 1998)

di Antonio Puglia e Edoardo Bridda

I tre Ep di cui si fa menzione nel titolo corrispondono alle raccolte Champion Versions (mixato da Nick McCabe dei Verve), Patty Patty Sounds e Los Amigos Del Beta Bandidos, ovvero i primi lavori della Beta Band, usciti a cavallo tra il 1997 e il 1998 per la Regal, etichetta affiliata alla Emi.
Sommando la durata, la raccolta di brani forma un long playing di ben un’ora e diciotto minuti, a tutti gli effetti un esordio discografico e, a detta di molti, la miglior prova della band, ancor oggi insuperata.
The Three Ep’s nasce sotto il segno dello scazzo da buona scuola folk a bassa frequenza, ma attorno a quel mood gravitano ascendenti e spezie d’ogni sorta, tendenze accattivanti quali il breakbeat, il dub e la psichedelia, ma c’è spazio per ogni sorta d’altre polveri cosmiche che vanno dall’elettronica analogica anni ’60 di marca AIR, alle percussioni tribaleggianti, dall’exotica, al sampling campestre e ai canti tibetani e chi più ne ha più ne metta! Tuttavia, è l’armonizzazione vocale a costituire a buon diritto il trademark più caratteristico dei quattro scozzesi: molti dei brani possiedono uno smalto spacey e bucolico, atmosfere rilassate e delicatamente ipnotiche create attraverso reiterazioni vocali e buffi scioglilingua vocali che trasportano l’ascoltatore in una sorta di ascetismo pagano (quasi uno sberleffo alla conterranea Enya se ci si pensa).
Ma veniamo alle tracce dell’album: Dry The Rain (da Champion Versions) presenta una melodia sognante che ricorda vagamente i Pink Floyd di More, mentre la chitarra slide riporta alla mente il primo Beck colla spina staccata. La struttura abilmente si rinforza grazie al raddoppio di un corno e al tam tam sincopato che incede (drumming cadenzato e linee di basso). Caratteristica della Beta Band è infatti una certa propensione per gli accenti ritmici e percussivi, peculiarità che non sconfina quasi mai in deflagrazioni tribali a briglie sciolte e anche quando questo accade (i riverberi della batteria di B + A) è sempre la battuta sincopata a spuntarla (per la serie Onan vince su Conan), come nel caso di I know, dove a sostituire il classico beat del rullante troviamo sampling di cocci/chiavi, oppure nei 4/4 senza loudness di House song, frullato di voci su una base devastata da suoni in riverse che a metà si risolve in un classico hip hop beckiano, infine in Monolith, che si sviluppa sulle ritmiche tribali in stile Asian Dub Foundation.
Comunque, come prima accennato, è la melodia fatta di strofe circolari a costituire l’atmosfera caratterizzante dei brani (“I will be Allright, I will be Allright, I will be Allright…”), un aspetto che si lega molto spesso alle armonizzazioni dei Beatles di Magical Mystery Tour, come si sente in Dry The Rain, dove la memoria va a I’m The Warlus, oppure in Dr. Baker, nel quale l’incipit della strofa cita la lennoniana I’m only sleeping, come nondimeno accade nei giochi infiniti di nastri in loop di She’s the one che potrebbero rappresentare omaggi all’Harrison matrico.

Inoltre, altro aspetto ricorrente è la psichedelia di marca floydiana, presente anch’essa un po’ a prezzemolo: come avviene della appena elencata She The One con giochi vocali barrettiani e la precedentemente nominata Monolith, lunga suite psichedelica con chiari rimandi a Ummagumma, oppure in Push it out, dove a venir ripescato è l’esordio di Waters e co. The Piper At The Gates Of Dawn (si ascolti la frase del titolo ripetuta ossessivamente).
Tutte queste multiformi sfaccettature costituiscono l'ossatura di quest'ottimo The Three Ep's, biglietto da visita di una band dotata fin dall'inizio di un'identità forte e da un gusto ineffabile per la citazione. Il sound qui sperimentato sarà approfondito negli album successivi dove il discorso musicale prenderà due direzioni diametralmente opposte: da un lato sperimentazione selvaggia e gigionesca di matrice zappa/barrett (disco omonimo), dall'altro una psichedelia più asservita alla forma canzone (Hot Shots II) e al rock (Heroes To Zeros) (8.0/10)

Copertina: S.t. (Astralwerks, 1999)
  • The Beta Band Rap
  • It's Not Too Beautiful
  • Simple Boy
  • Round the Bend
  • Dance O'Er the Border
  • Broken up Adingdong
  • Number 15
  • Smiling
  • The Hard One
  • The Cow's Wrong

S.t. (Astralwerks, 1999)

di Stefano Solventi

Durante il giro di interviste per la promozione di questo omonimo album, il loro esordio ufficiale su lunga distanza, i quattro Beta Band sputavano insoddisfazione e disprezzo. Arrivarono quasi a rinnegarlo, come fosse il frutto di una violenza subita da parte della propria casa discografica (la Regal) che impose tempi di lavorazione strettissimi. Pensai ad una precisa strategia pubblicitaria, e neppure troppo originale. Invece, altro non era che la verità.
Aleggia davvero, palpabilissima, un’aura d’incompiutezza. Però il disco c’è, col suo mistero beffardo, la sua insidia dissimulata, la minaccia in copertina di quel paesaggio bucolico sotto un impossibile cielo nero. Una combinazione incongruente, lo stridere degli elementi in dissennata giustapposizione, estetica amichevole e disturbante di violenza sotto formalina: una specie di inganno dada.
Canzoni (canzoni?) la cui sostanza riposa anche e soprattutto nelle stasi sonore, in quei momenti che annunciano la fine di qualcosa e invece sono uno stare tra le cose, instabile, precario, palpitante. E’ quasi silenzio, una resa della musica di fronte alle troppe direzioni possibili che precludono una direzione forte, profonda. Ed è specchio del reale, impegnato a distogliersi senza requie, a (rin)negarsi, costruendo il corpo stesso della propria falsificazione con gli innumerevoli frames del moloch mediatico.
Per questo i Beta Band – intimoriti, intimiditi dall’improvvisa abbagliante attenzione addensata attorno a loro - si chiudono a riccio, avvolgono la propria goliardica sensibilità in un bozzolo scuro. Inseguono le ombre e ne fanno coperta contro le intemperie. Abbassano il volume, intorpidiscono le acque. Disperdono le tracce.
Ci dice già tutto The Beta Band Rap in apertura: collage schizofrenico di vortici Beach Boys, arie natalizie, Elvis Presley, Beastie Boys e uno scatto in avanti in direzione Beck. Un conglomerato scabro, agli antipodi di qualsivoglia sintesi. Come un bolo di memorie vomitato sul tappeto e guarda-un-po’-che-roba.
Il resto del programma ne è immancabilmente segnato: pur innescando circuiti ritmico melodici anche gradevoli, anche intriganti (come l’agra allegria surf-rag di Round The Bend, o il raga-folk di Broken Up A Ding Dong che essicca psichedelia prima di farne bossa virata Tin Pan Alley, oppure la funky-house di Smiling avvolta in ridanciano tribalismo), è alla collisione/collusione disorganica degli elementi che punta la bussola (dal reggae-dub con battito house, vibrafoni e cucù di Number 15 al country rock stranito in salsa hip hop di It's Not Too Beautiful, con tanto di sample dallo sci fi didascalico The Black Hole, produzione Disney).
Gli ultimi due pezzi sono un testimone da raccogliere in tempi migliori: The Hard One è l’ologramma di un soul con il mantra vocale irretito dal basso profondo, cigolii cibernetici e synth nebulosi, intanto che il piano sciorina il riff di Total Eclipse Of The Heart (traccia culto in differita dagli eighties per la voce teatral-parossistica di Bonnie Tyler) stringendoci in un angolo di memoria mummificata, carezzati da tastiere Air, trombe impalpabili e dimesse geometrie techno.
Ancora più complesso è il discorso di The Cow’s Wrong, immerso in una nebbia di synth in reverse e ottoni fluttuanti, col sample di Togheter (folk di Harry Nilsson) trasfigurato in un caleidoscopio gospel intanto che il basso pulsa senza appigli e il buco nero ingoia tutto, dolcemente.
Dolcemente.
Dolcemente. (7,1/10)

Copertina: Hot Shots II (Astralwerks / Regal, 2001)
  • Squares
  • Al Sharp
  • Human Being
  • Gone
  • Dragon
  • Broke
  • Quiet
  • Alleged
  • Life
  • Eclipse
  • Won

Hot Shots II (Astralwerks / Regal, 2001)

di Antonio Puglia

Dopo la discussa e burrascosa pubblicazione del disco d’esordio, la Beta Band si riorganizza e decide di ripartire da zero. Primo assaggio di quest’intento rigeneratore è l’uscita dell’ottimo To you alone/ Sequinsizer, uscito all’inizio del 2000; un singolo che offre nel lato A (quant’è bello ragionare ancora in vinile!) un brano spacey con incredibili intermezzi psichedelici à la Flaming Lips prima maniera (ancora memore della schizofrenia dei recenti trascorsi discografici ma forte di una capacità di sintesi che è già indizio di maturità), e in quello B uno degli episodi più danzerecci della Beta Band, sorta d’esperimento di techno trax per club di freak alternativi.
Il tempo del massimalismo scazzone è tuttavia giunto al termine e la band, determinata a aggiustare il tiro e uniformare la scrittura, deve (ahinoi) pagarne il prezzo: quel piglio azzardoso e giocoso caratteristico dei 3 EP ha dovuto lasciare il posto alla coerenza dell’insieme, ovvero a una certa monocromia di fondo. Le soluzioni di arrangiamento sono sempre accattivanti, ricercate ed efficaci, ma l’impressione è quella di aver messo un freno all’estro (o forse più semplicemente alla voglia di osare).
In ogni caso, Hot Shots II in sé è un disco godibile, onesto e sicuro, che vede la Beta Band alle prese con alchimie più studiate e meno selvagge, a partire da Squares, un trip hop mescolato all’indie che, strizzando furbescamente l’occhio a una hit come Glory Box dei Portishead, è già uno dei punti di forza dell’album; questa ricetta è presente un po’ in tutto il disco (si vedano Quiet, Life e la deliziosa e sognante Alleged), risultando particolarmente vincente nel singolo Broke, efficace pop tune guidato da un’azzeccata frase di piano, a detta di molti accostabile al sound degli Stone Roses; echi di “Madchester” risuonano anche in Human Being, sorta di anthem corale anni ’60 (in stile Primal Scream di Screamadelica) trasfigurato dall’armamentario vintage della band.
Non mancano i consueti rimandi floydiani in Gone, ballata acida degna del Waters più psichedelico, mentre Al Sharp spicca per un arrangiamento imperniato su intrecci vocali e samples, con la voce salmodiante di Mason che a tratti ricorda l’Eno della tetralogia pop; soluzioni vincenti, già collaudate, fanno capolino in Dragon (tra organi seducenti, tablas, ritmi alla Neu! ed echi di ambient) e nella conclusiva Eclipse, quasi sette minuti di cambi di tono, umore e colore. (6.5/10)

Nota
La cover in salsa hip hop di “One” (Harry Nilsson), pubblicata originariamente” sul singolo di Broke col titolo di “Won” e aggiunta in seguito come bonus, non fa molto testo: pur essendo un esperimento molto interessante risulta infatti fuori contesto sonoro, un colpo basso all’amalgama del disco.
Copertina: Heroes to Zeros (Astralwerks / Regal, 2004)
  • Assessment
  • Space
  • Lion Thief
  • Easy
  • Wonderful
  • Troubles
  • Out-Side
  • Space Beatle
  • Rhododendron
  • Liquid Bir
  • Pure For

Heroes to Zeros (Astralwerks / Regal, 2004)

di Stefano Solventi

I Beta Band alla ricerca del disco perfetto. Anzi, del perfetto disco Beta Band. Loro che inseguendo l’unica psichedelia ancora possibile hanno costruito quella che oggi possiamo definire una carriera di tutto rispetto.
I Beta Band e il suono giocattolo, il suono icona di se stesso, colmo di rimandi fino ad esplodere eppure tenuto insieme con una flemma sciropposa.
I Beta Band e i topos sonori anni ottanta, novanta, settanta. E sessanta.
I Beta Band che cantano un disincanto hip-hop garrulo e affumicato.
I Beta Band acidi rockettari, disarticolati riciclatori di pattume mnemonico.
L’unica psichedelia “ancora” possibile è quella che si è divorata tutto e su tutto può spandere un sorriso compiacente, raccontare storie epiche ed instabili, minime e spaziali, allarmate e beffarde. E’ lo sguardo placido di chi non si stupisce più di stupire e plana sulle ulcere della meraviglia sparando intelligentissimi ordigni allucinogeni.
Un delirio pazzo ma pianificato, prevedibilmente efficace. Già, perché è tutto così nitido, definito, dislocato nella giusta posizione. Se è un merito - e non ne sono certo fino in fondo, beandomi ancor oggi tanto del sublime scazzo del The 3 Ep’s quanto del vagabondaggio stilistico dell’omonimo esordio – deve essere equamente ripartito con mister Nigel Godrich che ha remissato i nastri, spandendo su tutto lo smalto della sua inesorabile perizia.
Alla luce di quanto detto, non deve stupire l’agilità con cui in Assessment i quattro buontemponi riciclano e trasfigurano un riff ipercinetico alla The Edge (quello di Pride? Uhmmmm…) mandandolo a schiantarsi contro un bailamme The Who prima e un’orgia d’ottoni poi. E neppure che calpestino con passo da astronauta ubriaco un giardino incantato Beach Boys nell’accorata Troubles. O la disinvoltura con cui mandano in cortocircuito Stevie Wonder e i Gomez in Easy, e ancor di più i trapassi funky-electro in coagulazione trip-hop di Lion Thief. E infine – e soprattutto - la semplicità con cui indossano una febbrile allucinazione dance cibernetica + chitarre vaporizzate in Liquid Bird, mettendo il dito in una piaga assai simile a quella dei (grandi) Xiu Xiu.
No, nessuna sorpresa, la versatilità dei Beta Band è ormai organica, il trasformismo/citazionismo sonico una calligrafia riconoscibilissima (per questo ad un tempo leziosa ed efficace), la perizia ormai inappuntabile. Il modo in cui giocano a sollecitare dopamina in Space (quel moog grasso e molleggiato, la fauna saltellante dei synth, quel tintinnare disarticolato, il dialogo a distanza di piano e chitarre e batteria con un piglio teatrale quasi Supertramp) e Space Beatle (soffici scenari pop a squarciare un gelido trip di metronomo) è inedito e familiare ad un tempo, sembra come arreso alla propria incapacità di stupire (ancora) ma consapevole del proprio potere (ancora) incantatorio.
Prendete il RnB oppiaceo in guazzo folk-psych di Wonderful (pervaso di altri rigurgiti Beach Boys) o il funky-folk narcotizzato di Simple (suggellato da un’epica epifania d’archi), siamo sempre lì: gradevoli fino alla meraviglia, sofisticati, mesti e catchy, e pur sempre quel retrogusto d’accademia, quella strisciante arrendevolezza al clichè. Che forse solo la grazia immalinconita della conclusiva Pure For riesce ad ovviare, con la sua impertinenza dissimulata, la sua acidità a basso dosaggio, il suo cuore (di plastilina) in mano.
Succede insomma quello che ci si poteva attendere in risposta alle più rosee previsioni: un disco (ancora) ispirato per una band non (ancora) stanca malgrado abbia pressoché esaurito le potenzialità incendiarie. Un disco sorprendente benché non sia più in grado di stupire davvero, nel quale The Beta Band - riflettendo il e sul proprio e altrui passato - scopre di possedere il passepartout di un immaginario ammaliante, di cui semplicemente apre dodici stanze, le arieggia, ce le mostra, ci fa accomodare.
Soltanto questo. Non è poco, anzi è molto. E comunque sempre meglio di tanto revanscismo psichedelico così in voga, vecchio come il giornale di ieri. (6.8/10)

Nell'estate del 2004 la Beta Band si è sciolta, apparentemente per gli scarsi riscontri commerciali di Heroes to Zeros.
I musicisti hanno dichiarato che lo split è stato amichevole, e che probabilmente continueranno separatamente a fare musica attraverso due progetti differenti (19/10/04)
  • Setting Sun
  • Robot Man
  • I Am The Unknown
  • Tomorrow
  • Rox
  • Only Waiting
  • She Don't Love Me No More
  • Glover
  • Honest Again
  • The Happy Song
  • Caravan

The Aliens – Astronomy For Dogs (Emi / Capitol, 30 marzo 2007)

di Antonio Puglia

Questo non è il nuovo disco della Beta Band, ma in un certo senso potrebbe esserlo. Non solo perché ritroviamo gli orfani John Maclean e Robin Jones, le cui tracce avevamo perso subito dopo il naufragio di tre anni fa (mentre dell’ex leader Steve Mason, a.k.a. King Biscuit Time, le tracce si sono perse davvero… ma questa è un’altra storia). Assieme ai due c’è Gordon Anderson, l’originario songwriter della band di Fife, che mollò tutto ai tempi del primo singolo Dry The Rain (che pure aveva composto). Il Syd Barrett della situazione, e non solo per la sua fissazione con i pianeti e gli extraterrestri: la leggenda vuole che, mentre i colleghi sfornavano dischi a tutto spiano, abbia frequentato volontariamente un istituto mentale, per circa una decina d’anni. La cosa non gli ha comunque impedito di realizzare alcuni dischetti a nome Lone Pidgeon con l’aiuto del fratello Kenny, che altri non è che quel King Creosote, figura di culto dell’indie made in Scotland e deus ex machina della Fence Records.

Altrimenti detto, gli Aliens sono la Beta Band come avrebbe potuto essere. Un’ipotesi supportata dalle affinità fra l’incipit di Rox e il canovaccio di Dry The Rain, oltre che dall’armamentario eccentrico di trovate sonore provvisto da MacLean e Jones, nel consueto impasto sonoro psych di synth, moog, effetti da videogame, coretti assortiti e improvvisi cambi d’atmosfera; il risultato migliore in questa direzione è probabilmente il funk-disco futurista di Robot Man.

Ma in realtà, la musica è cambiata più di quanto non sembri. Merito di Anderson, la cui materia favorita è senza dubbio la psichedelia sixties in ogni sua possibile espressione (dalla West Coast a Londra e Cambridge, con una sbirciatina ai primi ’70), che però non viene stravolta e digerita con fare sovversivo ma ossequiata in un blob ultra-citazionista, che va da All Along The Watchtower in chiave Clapton / Traffic (Setting Sun) al Sgt. Pepper (I Am The Unknown), dal vaudeville di Rick Wright a Smiley Smile (Glover), da John Cale virato Procol Harum (She Don't Love Me No More, Honest Again) al surf Beach Boys / Chuck Berry (The Happy Song), dai Mamas & Papas (Tomorrow) a CSNY (Caravan). Poco male se la freakerie di un tempo è più arredo che reale attitudine; accanto all’ultimo capitolo dei Bees, Astronomy For Dogs è un meraviglioso disco di vintage pop. (7.0/10)