Una band di squinternati scozzesi che si destreggia tra pop, folk, psichedelia, hip-hop, country, blues, R&B, funk, indie rock, noise rock, experimental rock, jazz, exotica e musica brasiliana. Un gruppo dal suono giocattolo, colmo di rimandi fino ad esplodere eppure tenuto insieme con una flemma sciropposa. Un combo che canta un disincanto hip-hop garrulo e affumicato. Sono la BETA BAND ...anzi lo erano

A.D. 1997. Beck ha pubblicato da poco Odelay e
l'anti-folk di One Foot in the Grave è diventato
moda: la junk music, frullatone di pop, folk, psichedelia, hip-hop,
country, blues, R&B, funk, indie rock, noise rock, experimental
rock, jazz, exotica e musica brasiliana non è più un
fenomeno elitario per indipendentisti underground, ma ormai è patrimonio
di un pubblico molto più vasto, una quasi generazione, di quelle
che sorgono in concomitanza dell’affermarsi di questo o quel
linguaggio musicale. Mentre oscuri figuri senza macchia e senza
paura cavalcano le staccionate e le sedie a dondolo della frontiera
americana, in Francia la lounge music chic e in di Londra diventa,
grazie gli AIR,
un’arte in relax tra colonne sonore italiane d'epoca e Gainsbourg.
Così, i gloriosi novanta tramonteranno lontano dalla Britannia
londinese, col sole pigro all'orizzonte, tra lamiere, hangar e robot
mutoidi, nel chiarore di un crepuscolo in California (a Stockton,
per l'esattezza), anche se quella stessa luce fioca sbucherà,
di lì a poco, anche a Novara.
Mentre le lancette dell'orologio greenwichiano venivano narcotizzate da siffatte
am(o)ebe, l’occhio vigile e imparziale del satellite cattura in un altopiano
scozzese un trio di ragazzi, vestiti in tute bianche e rosse come astronauti
russi che hanno scambiato l'attrezzatura di allunaggio per il tony dell'imbianchino.
Zoomando, emergono particolari inquietanti: dalla tasca del primo dei tre spunta
un cd di LL Cool J, mentre sulla schiena del secondo c'è uno strano
disegno di una piramide che rifrange un raggio di luce in technicolor; il terzo
non ha nulla che salti all’occhio, eccetto una spilla che ritrae un cerchio
giallo con due puntini neri e un segmento ricurvo; in mano, un paio di fumetti
ingialliti delle serie Countdown e Space Family Robinson.
Da informazioni top secret provenienti dallo spionaggio russo, sappiamo che
i ragazzi attendono uno strano ufo, dal singolare aspetto di una tazza capovolta
su di un piattino orientale, di quelli con le geometrie e i colori arabi; luogo
previsto per l’atterraggio, la piana di Salisbury. La banda di squinternati è originaria
di quelle parti, un paesino tra Fife e Edinburgo di cui non è consentito
dare il nome; ufficialmente i tre sono conosciuti come Steve Mason (chitarra,
voce e percussioni), John Maclean (DJ e sampling) e Robin Jones (batteria);
fonti più che attendibili assicurano che presto della balotta farà parte
anche Richard Greentree (basso).
Trascorsa più di un ora a guardare il cielo, dell'oggetto volante non
vi è neanche l'ombra e, mentre il sole scende a picco sulle loro teste,
i soggetti si dirigono verso il camioncino su cui sono venuti, un Volkswagen
Transporter a doppia cabina degli anni '60; parlottano un po’ tra loro,
poi scaricano strane apparecchiature, un secchio di vernice per uno e bombolette
spray. A questo punto, si dirigono a piedi verso est, destinazione apparentemente
imprecisata; approdano in una zona alquanto singolare, dove ammassi di pietre
sono disposti a cerchio su due perimetri, mentre al centro una sorta di altare
troneggia monolitico. Steve e Robin iniziano a contare le pietre poste nel
perimetro esterno, John si dirige verso l'epicentro. Finito il sopralluogo,
dopo aver contrassegnato con le bombolette alcune pietre, il trio si ricongiunge
e inizia, bussola alla mano, a dipingere in verde una gigantesca V: il primo
braccio parte da Nord, all'altezza della sesta pietra (se si inizia a contare
in senso orario in quella direzione) e termina a Sud/Est sulla sedicesima;
il secondo inizia da quella pietra e finisce sulla venticinquesima. Quando
la lettera è completata, un gigantesco raggio di luce risucchia i ragazzi
in un lampo. Neanche 10 minuti di blackout e i tre sono di nuovo nello stesso
luogo.
Le ultime foto che la telecamera riesce a mettere a fuoco ritraggono i ragazzi,
adesso in tute rosse, mentre si nutrono di topi. Uno di loro incide col laser
una pietra con la sigla: BETA BAND.

I tre Ep di cui si fa menzione nel titolo corrispondono alle raccolte Champion
Versions (mixato da Nick McCabe dei Verve), Patty
Patty Sounds e Los Amigos Del Beta
Bandidos, ovvero i primi lavori della Beta Band,
usciti a cavallo tra il 1997 e il 1998 per la Regal, etichetta
affiliata alla Emi.
Sommando la durata, la raccolta di brani forma un long playing di ben un’ora
e diciotto minuti, a tutti gli effetti un esordio discografico e, a detta di
molti, la miglior prova della band, ancor oggi insuperata.
The Three Ep’s nasce sotto il segno dello scazzo
da buona scuola folk a bassa frequenza, ma attorno a quel mood gravitano ascendenti
e spezie d’ogni sorta, tendenze accattivanti quali il breakbeat,
il dub e la psichedelia, ma c’è spazio per ogni sorta
d’altre polveri cosmiche che vanno dall’elettronica analogica anni ’60
di marca AIR, alle percussioni tribaleggianti, dall’exotica,
al sampling campestre e ai canti tibetani e chi più ne ha più ne
metta! Tuttavia, è l’armonizzazione vocale a costituire a buon
diritto il trademark più caratteristico dei quattro scozzesi: molti
dei brani possiedono uno smalto spacey e bucolico, atmosfere rilassate e delicatamente
ipnotiche create attraverso reiterazioni vocali e buffi scioglilingua vocali
che trasportano l’ascoltatore in una sorta di ascetismo pagano (quasi
uno sberleffo alla conterranea Enya se ci si pensa).
Ma veniamo alle tracce dell’album: Dry The Rain (da Champion
Versions) presenta una melodia sognante che ricorda vagamente i Pink
Floyd di More, mentre la chitarra slide
riporta alla mente il primo Beck colla spina staccata. La struttura abilmente
si rinforza grazie al raddoppio di un corno e al tam tam sincopato che incede
(drumming cadenzato e linee di basso). Caratteristica della Beta Band è infatti
una certa propensione per gli accenti ritmici e percussivi, peculiarità che
non sconfina quasi mai in deflagrazioni tribali a briglie sciolte e anche quando
questo accade (i riverberi della batteria di B + A) è sempre
la battuta sincopata a spuntarla (per la serie Onan vince su Conan), come nel
caso di I know, dove a sostituire il classico beat del rullante troviamo
sampling di cocci/chiavi, oppure nei 4/4 senza loudness di House
song, frullato di voci su una base devastata da suoni in riverse che a
metà si risolve in un classico hip hop beckiano, infine in Monolith,
che si sviluppa sulle ritmiche tribali in stile Asian Dub Foundation.
Comunque, come prima accennato, è la melodia fatta di strofe circolari
a costituire l’atmosfera caratterizzante dei brani (“I will
be Allright, I will be Allright, I will be Allright…”), un
aspetto che si lega molto spesso alle armonizzazioni dei Beatles di Magical
Mystery Tour, come si sente in Dry The Rain, dove la memoria
va a I’m The Warlus, oppure in Dr. Baker, nel quale
l’incipit della strofa cita la lennoniana I’m only sleeping,
come nondimeno accade nei giochi infiniti di nastri in loop di She’s
the one che potrebbero rappresentare omaggi all’Harrison matrico.
Inoltre, altro aspetto ricorrente è la psichedelia di marca
floydiana, presente anch’essa un po’ a prezzemolo: come
avviene della appena elencata She The One con giochi vocali
barrettiani e la precedentemente nominata Monolith, lunga
suite psichedelica con chiari rimandi a Ummagumma, oppure in Push
it out, dove a venir ripescato è l’esordio di Waters e
co. The Piper At The Gates Of Dawn (si
ascolti la frase del titolo ripetuta ossessivamente).
Tutte queste multiformi sfaccettature costituiscono l'ossatura di quest'ottimo
The Three Ep's, biglietto da visita di una band dotata fin dall'inizio di un'identità forte
e da un gusto ineffabile per la citazione. Il sound qui sperimentato sarà approfondito
negli album successivi dove il discorso musicale prenderà due direzioni
diametralmente opposte: da un lato sperimentazione selvaggia e gigionesca di
matrice zappa/barrett (disco omonimo), dall'altro una psichedelia più asservita
alla forma canzone (Hot Shots II) e al rock (Heroes
To Zeros) (8.0/10)

Durante il giro di interviste per la promozione di questo omonimo
album, il loro esordio ufficiale su lunga distanza, i quattro Beta
Band sputavano insoddisfazione e disprezzo. Arrivarono quasi a
rinnegarlo, come fosse il frutto di una violenza subita da parte
della propria casa discografica (la Regal) che impose tempi di
lavorazione strettissimi. Pensai ad una precisa strategia pubblicitaria,
e neppure troppo originale. Invece, altro non era che la verità.
Aleggia davvero, palpabilissima, unaura dincompiutezza. Però il
disco cè, col suo mistero beffardo, la sua insidia dissimulata,
la minaccia in copertina di quel paesaggio bucolico sotto un impossibile cielo
nero. Una combinazione incongruente, lo stridere degli elementi in dissennata
giustapposizione, estetica amichevole e disturbante di violenza sotto formalina:
una specie di inganno dada.
Canzoni (canzoni?) la cui sostanza riposa anche e soprattutto nelle stasi sonore,
in quei momenti che annunciano la fine di qualcosa e invece sono uno stare
tra le cose, instabile, precario, palpitante. E quasi silenzio, una resa
della musica di fronte alle troppe direzioni possibili che precludono una direzione
forte, profonda. Ed è specchio del reale, impegnato a distogliersi senza
requie, a (rin)negarsi, costruendo il corpo stesso della propria falsificazione
con gli innumerevoli frames del moloch mediatico.
Per questo i Beta Band intimoriti, intimiditi dallimprovvisa abbagliante
attenzione addensata attorno a loro - si chiudono a riccio, avvolgono la propria
goliardica sensibilità in un bozzolo scuro. Inseguono le ombre e ne
fanno coperta contro le intemperie. Abbassano il volume, intorpidiscono le
acque. Disperdono le tracce.
Ci dice già tutto The Beta Band Rap in apertura: collage schizofrenico
di vortici Beach Boys, arie natalizie, Elvis Presley, Beastie
Boys e uno scatto in avanti in direzione Beck. Un conglomerato scabro,
agli antipodi di qualsivoglia sintesi. Come un bolo di memorie vomitato sul
tappeto e guarda-un-po-che-roba.
Il resto del programma ne è immancabilmente segnato: pur innescando
circuiti ritmico melodici anche gradevoli, anche intriganti (come lagra
allegria surf-rag di Round The Bend, o il raga-folk di Broken Up
A Ding Dong che essicca psichedelia prima di farne bossa virata Tin
Pan Alley, oppure la funky-house di Smiling avvolta in ridanciano
tribalismo), è alla collisione/collusione disorganica degli elementi
che punta la bussola (dal reggae-dub con battito house, vibrafoni e cucù di Number
15 al country rock stranito in salsa hip hop di It's Not Too Beautiful,
con tanto di sample dallo sci fi didascalico The Black Hole,
produzione Disney).
Gli ultimi due pezzi sono un testimone da raccogliere in tempi migliori: The
Hard One è lologramma di un soul con il mantra vocale irretito
dal basso profondo, cigolii cibernetici e synth nebulosi, intanto che il piano
sciorina il riff di Total Eclipse Of The Heart (traccia culto in differita
dagli eighties per la voce teatral-parossistica di Bonnie Tyler) stringendoci
in un angolo di memoria mummificata, carezzati da tastiere Air, trombe
impalpabili e dimesse geometrie techno.
Ancora più complesso è il discorso di The Cows Wrong,
immerso in una nebbia di synth in reverse e ottoni fluttuanti, col sample di Togheter (folk
di Harry Nilsson) trasfigurato in un caleidoscopio gospel intanto che
il basso pulsa senza appigli e il buco nero ingoia tutto, dolcemente.
Dolcemente.
Dolcemente. (7,1/10)

Dopo la discussa e burrascosa pubblicazione del disco d’esordio,
la Beta Band si riorganizza e decide di ripartire da zero. Primo
assaggio di quest’intento rigeneratore è l’uscita
dell’ottimo To you alone/ Sequinsizer,
uscito all’inizio del 2000; un singolo che offre nel lato
A (quant’è bello ragionare ancora in vinile!) un
brano spacey con incredibili intermezzi psichedelici à la Flaming
Lips prima maniera (ancora memore della schizofrenia
dei recenti trascorsi discografici ma forte di una capacità di
sintesi che è già indizio di maturità),
e in quello B uno degli episodi più danzerecci della Beta
Band, sorta d’esperimento di techno trax per club di freak
alternativi.
Il tempo del massimalismo scazzone è tuttavia giunto al termine e la
band, determinata a aggiustare il tiro e uniformare la scrittura, deve (ahinoi)
pagarne il prezzo: quel piglio azzardoso e giocoso caratteristico dei 3 EP
ha dovuto lasciare il posto alla coerenza dell’insieme, ovvero a una
certa monocromia di fondo. Le soluzioni di arrangiamento sono sempre accattivanti,
ricercate ed efficaci, ma l’impressione è quella di aver messo
un freno all’estro (o forse più semplicemente alla voglia di osare).
In ogni caso, Hot Shots II in sé è un
disco godibile, onesto e sicuro, che vede la Beta Band alle prese con alchimie
più studiate e meno selvagge, a partire da Squares, un trip
hop mescolato all’indie che, strizzando furbescamente l’occhio
a una hit come Glory Box dei Portishead, è già uno
dei punti di forza dell’album; questa ricetta è presente un po’ in
tutto il disco (si vedano Quiet, Life e la deliziosa e sognante Alleged),
risultando particolarmente vincente nel singolo Broke, efficace pop
tune guidato da un’azzeccata frase di piano, a detta di molti accostabile
al sound degli Stone Roses; echi di “Madchester” risuonano
anche in Human Being, sorta di anthem corale anni ’60 (in stile Primal
Scream di Screamadelica) trasfigurato dall’armamentario
vintage della band.
Non mancano i consueti rimandi floydiani in Gone, ballata acida degna
del Waters più psichedelico, mentre Al Sharp spicca per un
arrangiamento imperniato su intrecci vocali e samples, con la voce salmodiante
di Mason che a tratti ricorda l’Eno della tetralogia
pop; soluzioni vincenti, già collaudate, fanno capolino in Dragon (tra
organi seducenti, tablas, ritmi alla Neu! ed echi di ambient)
e nella conclusiva Eclipse, quasi sette minuti di cambi di tono, umore
e colore. (6.5/10)
Nota
La cover in salsa hip hop di “One” (Harry Nilsson), pubblicata originariamente” sul singolo di Broke col titolo di “Won” e aggiunta in seguito come bonus, non fa molto testo: pur essendo un esperimento molto interessante risulta infatti fuori contesto sonoro, un colpo basso all’amalgama del disco.

I Beta Band alla ricerca del disco perfetto. Anzi, del perfetto disco
Beta Band. Loro che inseguendo lunica psichedelia ancora possibile
hanno costruito quella che oggi possiamo definire una carriera di tutto
rispetto.
I Beta Band e il suono giocattolo, il suono icona di se stesso, colmo di rimandi
fino ad esplodere eppure tenuto insieme con una flemma sciropposa.
I Beta Band e i topos sonori anni ottanta, novanta, settanta. E sessanta.
I Beta Band che cantano un disincanto hip-hop garrulo e affumicato.
I Beta Band acidi rockettari, disarticolati riciclatori di pattume mnemonico.
Lunica psichedelia ancora possibile è quella che si è divorata
tutto e su tutto può spandere un sorriso compiacente, raccontare storie
epiche ed instabili, minime e spaziali, allarmate e beffarde. E lo sguardo
placido di chi non si stupisce più di stupire e plana sulle ulcere della
meraviglia sparando intelligentissimi ordigni allucinogeni.
Un delirio pazzo ma pianificato, prevedibilmente efficace. Già, perché è tutto
così nitido, definito, dislocato nella giusta posizione. Se è un
merito - e non ne sono certo fino in fondo, beandomi ancor oggi tanto del sublime
scazzo del The 3 Eps quanto del vagabondaggio stilistico
dellomonimo esordio deve essere equamente ripartito con mister Nigel
Godrich che ha remissato i nastri, spandendo su tutto lo smalto della sua
inesorabile perizia.
Alla luce di quanto detto, non deve stupire lagilità con cui in Assessment i
quattro buontemponi riciclano e trasfigurano un riff ipercinetico alla The
Edge (quello di Pride? Uhmmmm
) mandandolo a schiantarsi contro
un bailamme The Who prima e unorgia dottoni poi. E neppure
che calpestino con passo da astronauta ubriaco un giardino incantato Beach
Boys nellaccorata Troubles. O la disinvoltura con cui mandano
in cortocircuito Stevie Wonder e i Gomez in Easy, e ancor
di più i trapassi funky-electro in coagulazione trip-hop di Lion
Thief. E infine e soprattutto - la semplicità con cui indossano
una febbrile allucinazione dance cibernetica + chitarre vaporizzate in Liquid
Bird, mettendo il dito in una piaga assai simile a quella dei (grandi) Xiu
Xiu.
No, nessuna sorpresa, la versatilità dei Beta Band è ormai organica,
il trasformismo/citazionismo sonico una calligrafia riconoscibilissima (per
questo ad un tempo leziosa ed efficace), la perizia ormai inappuntabile. Il
modo in cui giocano a sollecitare dopamina in Space (quel moog grasso
e molleggiato, la fauna saltellante dei synth, quel tintinnare disarticolato,
il dialogo a distanza di piano e chitarre e batteria con un piglio teatrale
quasi Supertramp) e Space Beatle (soffici scenari pop a squarciare
un gelido trip di metronomo) è inedito e familiare ad un tempo, sembra
come arreso alla propria incapacità di stupire (ancora) ma consapevole
del proprio potere (ancora) incantatorio.
Prendete il RnB oppiaceo in guazzo folk-psych di Wonderful (pervaso
di altri rigurgiti Beach Boys) o il funky-folk narcotizzato di Simple (suggellato
da unepica epifania darchi), siamo sempre lì: gradevoli
fino alla meraviglia, sofisticati, mesti e catchy, e pur sempre quel retrogusto
daccademia, quella strisciante arrendevolezza al clichè. Che forse
solo la grazia immalinconita della conclusiva Pure For riesce ad ovviare,
con la sua impertinenza dissimulata, la sua acidità a basso dosaggio,
il suo cuore (di plastilina) in mano.
Succede insomma quello che ci si poteva attendere in risposta alle più rosee
previsioni: un disco (ancora) ispirato per una band non (ancora) stanca malgrado
abbia pressoché esaurito le potenzialità incendiarie. Un disco
sorprendente benché non sia più in grado di stupire davvero,
nel quale The Beta Band - riflettendo il e sul proprio e altrui passato - scopre
di possedere il passepartout di un immaginario ammaliante, di cui semplicemente
apre dodici stanze, le arieggia, ce le mostra, ci fa accomodare.
Soltanto questo. Non è poco, anzi è molto. E comunque sempre
meglio di tanto revanscismo psichedelico così in voga, vecchio come
il giornale di ieri. (6.8/10)
Nell'estate del 2004 la Beta Band si è sciolta, apparentemente per gli scarsi riscontri commerciali di Heroes to Zeros.
I musicisti hanno dichiarato che lo split è stato amichevole, e che probabilmente continueranno separatamente a fare musica attraverso due progetti differenti (19/10/04)

Questo non è il nuovo disco della Beta Band, ma in un certo senso potrebbe esserlo. Non solo perché ritroviamo gli orfani John Maclean e Robin Jones, le cui tracce avevamo perso subito dopo il naufragio di tre anni fa (mentre dell’ex leader Steve Mason, a.k.a. King Biscuit Time, le tracce si sono perse davvero… ma questa è un’altra storia). Assieme ai due c’è Gordon Anderson, l’originario songwriter della band di Fife, che mollò tutto ai tempi del primo singolo Dry The Rain (che pure aveva composto). Il Syd Barrett della situazione, e non solo per la sua fissazione con i pianeti e gli extraterrestri: la leggenda vuole che, mentre i colleghi sfornavano dischi a tutto spiano, abbia frequentato volontariamente un istituto mentale, per circa una decina d’anni. La cosa non gli ha comunque impedito di realizzare alcuni dischetti a nome Lone Pidgeon con l’aiuto del fratello Kenny, che altri non è che quel King Creosote, figura di culto dell’indie made in Scotland e deus ex machina della Fence Records.
Altrimenti detto, gli Aliens sono la Beta Band come avrebbe potuto essere. Un’ipotesi supportata dalle affinità fra l’incipit di Rox e il canovaccio di Dry The Rain, oltre che dall’armamentario eccentrico di trovate sonore provvisto da MacLean e Jones, nel consueto impasto sonoro psych di synth, moog, effetti da videogame, coretti assortiti e improvvisi cambi d’atmosfera; il risultato migliore in questa direzione è probabilmente il funk-disco futurista di Robot Man.
Ma in realtà, la musica è cambiata più di quanto non sembri. Merito di Anderson, la cui materia favorita è senza dubbio la psichedelia sixties in ogni sua possibile espressione (dalla West Coast a Londra e Cambridge, con una sbirciatina ai primi ’70), che però non viene stravolta e digerita con fare sovversivo ma ossequiata in un blob ultra-citazionista, che va da All Along The Watchtower in chiave Clapton / Traffic (Setting Sun) al Sgt. Pepper (I Am The Unknown), dal vaudeville di Rick Wright a Smiley Smile (Glover), da John Cale virato Procol Harum (She Don't Love Me No More, Honest Again) al surf Beach Boys / Chuck Berry (The Happy Song), dai Mamas & Papas (Tomorrow) a CSNY (Caravan). Poco male se la freakerie di un tempo è più arredo che reale attitudine; accanto all’ultimo capitolo dei Bees, Astronomy For Dogs è un meraviglioso disco di vintage pop. (7.0/10)