La comunità electroheadz è in fibrillazione per il primo disco di Benga, più che un DJ un nerd che azzarda sensazioni persistenti, un substrato di horror-step decorato con visioni veloci, movimenti e scatti che passano dall’anima blues più nera alla velocità da dancefloor.
Gli appassionati hanno rincorso i promo con offerte stratosferiche, l’hype in rete esplode con discussioni in acido, Gilles Peterson mette al primo posto nella playlist 2007 il suo inno dubstep Night, Laurent Garnier dice di amarlo, gli Hot Chip lo appoggiano a spada tratta: insomma la comunità electroheadz è in fibrillazione per il primo disco di Benga annunciato già da novembre scorso.
Il ragazzo arriva dalle scuderie della Big Apple e della Planet Mu, produttore dal 2002 di singoli e vinili colorati in edizione limitata, miscelatore di lacche su Tempa, alfiere della nuova black electro music tra jungle e dubstep, tra garage underground e grime oscuro. Più che un DJ, un nerd che dalla sua stanzetta spacca il culo ai produttori blasonati, con pochi trucchetti e il basilare software audio Fruity Loops. Il sogno di ogni ventunenne britannico, il DIY incarnato direttamente sulle strade piovose dello sprawl londinese (alla maniera del cyberpunk Gibson).

Le sue carte vincenti: la capacità di far pulsare i bassi quasi a livello infrasuono e di spostare improvvisamente l’attenzione dell’ascoltatore su melodie alla minimal-ambient, scardinare la serietà della scena con gesti inconsueti, variazioni di tempo e di stile che fanno pensare ad Amon Tobin o più recentemente alle tracce eclettiche e senza regole di Ricardo Villalobos e ai paesaggi astratti di Sasu Ripatti.
Se Burial con Untrue ha fatto uscire dall’anonimato una nuova cultura urbana, riempiendo le pagine e le classifiche dei giornali musicali, oggi Benga prosegue il cammino azzardando sensazioni persistenti, un substrato di horror-step decorato con visioni veloci, movimenti e scatti che passano dall’anima blues più nera alla velocità da dancefloor. Il passaggio dalla fiera ostentazione indie delle prime produzioni nascoste dalla nebbia eastlondinese all’orgoglio privo di autoreferenzialità e consapevole di poter connettersi con la tradizione nera del ritmo, sia essa jazz o house, sia Sun Ra che Detroit.
Il dubstep ritrova lo slancio degli esordi, connettendosi e confondendosi misteriosamente con il mood da club. Presto sentiremo in più di qualche set parlare la lingua del giovane guerriero africano. Il suo diario registra senza peli sulla lingua il cambiamento, già citato da numi tutelari, quali Erol Alkan, Pole, Mary Anne Hobbs, Skream e altri maestri del clubbing di classe. Benga inserisce la house nel dubstep, ed è già tempo di ridefinire i generi: da oggi andiamo di houstep. Lunga vita al samurai nero del break.

Benga lo aspettavamo al varco. Dopo averlo sentito mixare compilation eccellenti e aver ascoltato la sua capacità di coniugare le anime dannate del grime e dell’UK-garage, il ragazzo oggi deve dimostrarci di saper tenere anche sulla lunga distanza. Non ci accontentiamo più del sensazionalismo e dello stupore di qualche anno fa. Oggi fare dubstep significa misurarsi con la scuola ‘soul’ di Burial e Kode9 o con le manine di forbice di Pinch e Boxcutter, gente che il beat te lo spara addosso, gente che sa cosa vuol dire “suonare come se non ci fosse il domani”, perché il domani sono loro. Sanno di poter sfottere il tempo, sanno poi che l’onda è alta e basta un attimo per scivolare giù dalla cresta.
Qualcuno propone soluzioni che si avvicinano ad altri generi, qualcuno si affida all’ortodossia. I primi di solito hanno la meglio, un giusto equilibrio, una strizzatina d’occhio, un atteggiamento da “blade runners” serve sempre. Il “chi va là“ del postmoderno, insomma. Benga questa tattica mutante l’incarna di brutto, conoscendo i rischi dell’iperserietà, dell’autoreferenzialità: ottime per gli adepti, ma inutili a chi del breakbeat non ne vuole sapere. Oggi il disco dubstep perfetto non può che mutare di continuo, moto perpetuo tra underground e aria di lento ma costante rinnovamento.
Il trend bipartisan apre da una parte a sensibilità e a strumentazioni electrojazz (stupenda l’apertura“così blues così downtempo“di Zero M2 e il sax distorto di B4 The Dual), dall’altra a tunnel deep iperdark (Night, appunto) o a richiami che guardano spaventosamente alla house (l’acido di E-Trips e i synth da club di Someone 20). Ci sono poi le riconferme che la matrice grime rimane marchio di fabbrica (Crunked Up, The Cut), ma le evasioni dal tracciato tengono, anzi come direbbe qualche bravo B-boy, spaccano (vedi l’onirica Go Tell Them o la minimale Emotions).
Benga è un surfer, un produttore che sa quali sono i nervi sensibili, dove andare a girare il coltello. La visione proposta da questo primo lavoro ci fa intravedere la strada nuova. Il dubstep è il piano da cui partiranno evoluzioni ancora inaspettate, sia per gli headbangers che per gli altri frequentatori occasionali dei balocchi del ritmo. Il “diario del guerriero“ segna il punto di non ritorno per qualsiasi discorso nuovo sull’elettronica. Minimalisti siete avvertiti, prima di pubblicare qualcosa di decente ve la dovrete vedere con il dubstep. Ora piu che mai, tappa obbligata.(7.5/10)