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Ben Harper

di Stefano Solventi

 

 

 

 

 

 

Disco 1

  • Better Way
  • Both Sides of the Gun
  • Engraved Invitation
  • Black Rain
  • Gather ‘Round the Stone
  • Please don’t Talk about Murder while I’m Eatin'
  • Get It Like You Like It
  • The Way You Found Me
  • Serve Your Soul

Disco 2

  • Morning Yearning
  • Waiting for You
  • Picture in a Frame
  • Never Leave Lonely Alone
  • Sweet Nothing Serenade
  • Reason to Mourn
  • More than Sorry
  • Crying Won’t Help You Now
  • Happy Everafter in Your Eyes

Both Sides Of The Gun (Virgin, marzo 2006)

di Stefano Solventi

Immagino che alla Virgin si staranno  crogiolando in un brodo di giuggiole: impegno annacquato, alone autoriale, duttile voce nera, chitarrista capace e versatile (l’elettrica, l’acustica e soprattutto la weissenborn). In più, una ragguardevole prolificità (tre dischi in studio e un live solo negli ultimi quattro anni). Con Ben Harper hanno puntato sul cavallo giusto, non c'è dubbio. Ma com'è questo Both Sides Of The Gun? Diciotto canzoni distribuite in due dischi che ripercorrono tutto il campionario stilistico harperiano, reggae a parte. Un programma abbastanza vario e ispirato, buono per un intrattenimento senza eccessive pretese. Vi sembra una dichiarazione snob? Sia pure. Fatto è che questo ragazzone californiano, l’ex battagliero soul-funk dei primi due album, pare aver barattato la genuinità con la scaltrezza, ben sapendo l'inesauribile quantità d'appeal estraibile dalla miniera del rock e della black music. Difatti, il primo disco - decisamente più elettrico - vive i suoi momenti migliori prima emulando alla lettera il Prince di Raspberry Beret (l'iniziale Better ways) quindi allestendo una Engraved Invitation che sembra il Robert Palmer di Addicted To Love alle prese con gli Stones, ai quali si torna a pensare in occasione di quella Get It Like You Like It che sembra la sorellina un po' tarda di It's Only Rock'n'roll. Quanto al resto, bastano due chorus perché di un pezzo affiori la stanchezza (anche nell'impertinenza Impressions della title track), l'elettricità è sovente più catalogo che scossa (il Dylan nevrastenico di Please Don’t Talk About Murder While I’m Eatin'), una diffusa leziosaggine produce arrangiamenti eccessivi (orribili gli archi di Black Rain) e disarmanti esercizi di stile (il Van Morrison didascalico di The Way You Found Me).

Ad essere sinceri, dobbiamo anche rubricare il miglior pezzo di Harper da The Woman In You, ovvero quella Serve Your Soul che porta in giro per più di otto minuti una ballad obliqua e febbrile, organi e archi al punto giusto, la chitarra che schiude asprezza acida memore della lezione Randy California. Non è un caso isolato, perché il secondo dischetto - all'insegna di un sound più pacato - comincia altrettanto bene col folk-soul a cuore mesto di Morning Yearning, in cui balenano barlumi della vecchia, asciutta solennità. Non si registrano però ulteriori scosse: pochezze melodiche puntellate d'archi, insulsaggini schematiche condite d'organi e cori gospel, sprazzi rock di chiaro stampo AOR, quadretti interlocutori quali pretesti di striscianti citazioni (un piano McCartney in Never Leave L onely Alone, il Ry Cooder desertico in Sweet Nothing Serenade). Ad un tratto il buon Ben sembra quasi implorare la grazia indolenzita di Waiting On aAn Angel, ma More Than Sorry sembra solo interpretarne una rielaborazione piuttosto logora, tanto che è meglio ripiegare sul dignitoso carillon di Happy Everafter In Your Eyes, nella quale - facendo un po' il verso a certi Eels - se non altro ripropone quel canto intimo e lanoso di cui lo ricordavamo capace. C'è da augurarsi che questo disco faccia sfracelli nelle superclassifiche, giusto perché in giro c'è molto di peggio. Però, perdonatemi, a me sembra il segno irreversibile di una bella occasione perduta. (5.9/10)

  • Fight Outta You
  • In The Colors
  • Fool For A Lonesome Train
  • Needed You Tonight
  • Having Wing
  • Say You Will
  • Younger Than Today
  • Put It On Me
  • Heart Of Matters
  • Paris Sunrise #7
  • Lifeline

Ben Harper & The Innocent Criminals - Lifeline (Virgin, 28 agosto 2007)

di Stefano Solventi

Questo è l'album che più si avvicina per sonorità - una fragranza analogica cocciutamente perseguita nello Studio Gang di Parigi - agli esordi del ragazzone californiano. Però è anche il lavoro che ne sancisce il definitivo imbolsimento. Ormai la musica di Ben galleggia come una paperella sul brodo di un folk-rock-soul leggerino, innocuo come gli innocenti criminali (innocenti criminali: non ci avvertite qualcosa di disneyano?) che da sempre lo accompagnano. La pigra Fight Outta You apre le danze piluccando liberamente dalla stoniana Try A Little Harder, e il resto è tutto di conseguenza: una Fool For A Lonesome Train palleggiata col bignami The Band in una mano e un'armonica comatosa nell'altra, una Needed You Tonight che sembra presa in prestito dai Black Crowes più capricciosi, una Say You Will che spedisce cartoline Stevie Wonder dal saloon di Ry Cooder, una Younger Than Today distillata da un'apprensione psych vagamente Radar Bros., una Paris Sunrise #7 che riarticola risapute meditazioni strumentali, eccetera. Tutta roba garbata e anche piacevole che ti scorre addosso senza lasciarti il segno, non un graffietto, neanche una macchiolina.
Peccato. Peccato davvero perché l'Harper di Welcome To The Cruel World e soprattutto Fight For Your Mind aveva quel passo da virus duttile, smerigliato, un cavallo di Troia meticcio carico di rabbia, amarezza e passione, sì stilizzato anzi "sbiancato" però ferme restando la palpitante lucidità e un'intensità davvero sopra le righe. Se non altro, adesso ho le idee più chiare circa una decisione che da tempo covavo: massì, liquido a prezzi di realizzo tutta la sua discografia (contattatemi in privato), ad eccezione però dei primi due titoli, che continuerò a riascoltare con piacere pari al rimpianto. (5.0/10)