La vicenda dei Belle and Sebastian è edificante ed intima come un romanzo di formazione. Si sviluppa sulle coordinate fluttuanti dell’ambizione, dell’impegno e della fortuna, ma è anche leggera e a tinte pastello, come il cartone animato degli anni settanta di cui il collettivo porta il nome.

La storia ha inizio ha Glasgow, in una Scozia industriale, ruvida, grigia; in una posto il cui cemento dei prefabbricati industriali si confonde col cielo. Ed il protagonista è, almeno in principio, un goffo ragazzo dai capelli castano chiaro, che ha lo strano hobby di viaggiare sui bus della città. Leggenda vuole che Stuart Murdoch - si chiama così - un bel giorno faccia fagotto e scappi a Londra, con il sogno in tasca di incontrare Lawrence Hayward, il leader della sua band preferita, i Felt. E che non riesca, tra avventure contorte e fughe in metropolitana da uno snodo all’altro, a trovare nel suo petto niente altro che un groviglio di desideri e di speranze senza forma. Pesante e dubbioso, dunque, il nostro eroe ritrova la strada maestra verso casa, determinato a farsi il suo personale angolo di azzurro e di prateria lì dove sembra che le piante soffochino ed i colori si spengano sotto il fumo delle ciminiere.
Nella prima metà degli anni novanta, Murdoch sceglie di iscriversi allo Stow College di Glasgow. Con la testa tra le nuvole per una buona metà del tempo e col naso tra le pagine di qualche raccolta di novelle brevi per l’altra metà, qualcosa lo spinge ad iscriversi ad un corso di “musical business and administration”. Il corso in questione, però, prevede una sorta di tirocinio sul campo, un field work; e Stuart, diviso tra l’amore per la letteratura e quello per la musica, scrittore e musicista a sua volta, sente probabilmente di avere le carte necessarie a diventare un buon compositore. Ma non può farcela da solo. Così si mette alla ricerca di membri da reclutare per dare corpo alla sua idea – formare un piccolo ensemble.
Lo stile di vita universitario, probabilmente, si assomiglia molto in ogni luogo della mappa terrestre; dunque, girando per locali notturni pullulanti di compagni di classe in uniforme e tweed, immersi in discorsi sull’avanguardia e narrativa contemporanea mentre sono alle prese con una birra chiara, Stuart incappa in un mucchio di potenziali perfetti componenti per quello che nella sua testa di fa un progetto sempre più nitido: superare il corso coi massimi voti scrivendo e facendo uscire un disco. Quei componenti sono (e saranno): Stevie Jackson alla chitarra, un ragazzone timido cresciuto a pane e sixties, desideroso di rivalsa; Richard Colburn alla batteria, un gioviale omone originario del Fife con cui Stuart dividerà un appartamento adiacente a una vecchia chiesa; Chris Geddes alla tastiera, un ragazzotto smilzo, occhialuto e accanito sostenitore dei Celtics; Stuart David al basso, un acuto e misterioso intellettuale conosciuto durante un programma universitario, che condivide con Murdoch la passione per la letteratura; infine Isobel Campbell al cello, una ventenne ambiziosa e fragile come la sua voce, che ha l’aria di essere uscita da un vecchio film di Truffaut. (m.p.)

Tigermilk, il debutto di questo collettivo nato quasi per caso ed ora chiamato Belle And Sebastian - in omaggio ai racconti della scrittrice francese Madame Cécile Aubry -, è fatto della stoffa dei desideri e dei sogni. Sogni che, rincorsi troppo a lungo, diventano improvvisamente realtà. Sentimenti che non maturano neanche quando si chiudono gli armadietti dei corridoi del college, o le prime zampe di gallina fanno capolino vicino agli occhi, la disperata e tenera elegia del disadattamento adolescenziale, la paura di diventare adulti in una dimensione bilaterale in cui le speranze si appiattiscono senza possibilità di appello sulla routine adulta. Questo è l’oggetto del disco.
Ed è un oggetto che prende corpo in un pop-folk dai contorni appena sfumati, rimpolpandosi attorno ai giochi e ai dialoghi di una molteplicità di strumenti che vanno - e andranno sempre d’ora in poi - dalle chitarre acustiche ed elettriche agli archi, al piano, al synth, all’organo, ai fiati. Anche se cronologicamente sono le prime canzoni dei B&S mai pubblicate, considerare Tigermilk a posteriori è quasi inevitabile, dato che la maggior parte del pubblico si è trovato ad ascoltarlo soltanto quando, nel 1999, la Matador ha ristampato quello che era ormai un oggetto di culto, un gioiellino DIY (solo 1000 copie in vinile, stampate dalla Electric Honey) venduto all’asta per cifre impensabili anche per gli stessi protagonisti. Dietrologia a parte, non si può non riconoscere già in The State I Am In il manifesto di una carriera. La rinascita che si contrappone alla stasi è il tema di quest’opening track densa di riferimenti cristiani e piccole eresie correlate, che condensa e riassume in quattro minuti scarsi tutte le ragioni per cui, forse, tutto è cominciato. Come se si trattasse di un inizio dovuto, di una scelta quasi forzata, pena la visione di un avvenire monocromo riflesso in una pozzanghera senza colore o la prospettiva di una vita da commessa, o da impiegato, o da banchiere, che, evidentemente, non andava particolarmente a genio a nessuna delle persone coinvolte nel progetto di Murdoch. Persone diverse, inconsuete, allattate a latte di tigre.

Soltanto questo basterebbe ad ascrivere il timido esordio come un’opera capitale nella discografia della band, ma c’è, ovviamente, dell’altro. Oltre che nel presentare un sound e un approccio già ben definiti (anche dal punto di vista lirico, ma di questo parleremo più avanti), il valore dell’album sta nel suo caleidoscopico anticipare stili diversi e tendenze compositive che caratterizzeranno il futuro - anche non immediato - degli scozzesi: We Rule The School è già una piccola Fox In The Snow, Expectations è il più tipico dei folk B&S prima maniera, mentre I Could Be Dreaming anticipa le ritmiche soul destinate a imperversare più avanti; e se la festosità twee di She’s Losing It è un biglietto di presentazione inequivocabile in termini di mood, non mancano i doverosi omaggi: I Don’t Love Anyone è un santino consacrato agli adorati Felt, nella musica (che riprende Apple Boutique di Pictorial Jackson Review, 1987) e nelle liriche (“the world is as soft as lace” è il titolo di uno dei brani di Splendour Of Fear, 1984), mentre Mary Jo, su un ritmo quasi bossanova, sfoggia un arrangiamento degno del Nick Drake più bucolico. I momenti di maggiore interesse restano tuttavia episodi difficilmente eguagliati o addirittura destinati a restare isolati, come la quasi Stones-iana You’re Just A Baby o l’estemporanea incursione in territori synth pop di Electronic Renaissance, la traccia più “incredibile” del lotto (in pratica, una riscrittura di Procession dei New Order). Come dire, (quasi) tutti gli scenari possibili. (7.5/10)
Né Stuart Murdoch, né Isobel Campbell lo hanno mai ammesso pubblicamente in maniera diretta, ma Tigermilk è, e resta sempre, la più compiuta descrizione del loro amore (d’altronde, non è difficile riconoscere in loro i protagonisti del racconto di Stuart che campeggia nel retro di copertina, che si chiamano, guarda caso, Sebastian e Isabelle).
In My Wandering Days Are Over, sotto più di un punto di vista il nucleo caldo dell’intero album, Stuart descrive con schiettezza e semplicità il suo primo incontro con Isobel, senza risparmiare nomi propri, dettagli di setting della scena e conseguenze. Così come in Expectations, dove una voce racconta con dovizia il disagio di una ragazza appassionata dei Velvet Underground e presa in giro da tutti i compagni di scuola per il suo essere inadeguata, slegata dalla massa delle giovani integrate in età da marito ansiose di prendere famiglia, non è difficile vedere l’ombra dei riccioli della Campbell proiettarsi idealmente sui muri. La canzone, del resto, assume in retrospettiva la forma del perfetto anthem à la Belle And Sebastian, del crescendo di chitarra e di voce, mentre la tromba fa il suo ingresso quasi a testimoniare che un’altra speranza è data, che una nuova epoca sta per iniziare. (m.p.)

Passata in fretta l’esperienza estemporanea dell’esordio, il debutto “ufficiale” dei Belle And Sebastian avviene appena qualche mese più tardi, una volta firmato un accordo con la Jeepster, piccola etichetta di base a Londra che da allora in poi vedrà le sue fortune intimamente legate a quelle di Murdoch e compagni. Il suono, la poetica, l’estetica assaggiati in Tigermilk vengono ulteriormente affinati e immortalati in un set di canzoni che Stuart aveva scritto in precedenza (ne troviamo traccia già nelle liner notes di Tigermilk). La band entra in studio con un membro in più (la violinista Sarah Martin), un progetto più definito e maggiore sicurezza; ne uscirà con If You’re Feeling Sinister, il lavoro che mette i Belle And Sebastian di fronte al mondo.

La copertina è già una dichiarazione di intenti: nel rievocare iconograficamente l’immaginario smithsiano (quello delle cover star), ne rinnova il messaggio più intimo, per un risultato del tutto inedito. Sui dischi dei Belle non troviamo glorie passate del grande schermo, come avveniva per gli Smiths, ma ordinary people, proprio come i ragazzi che suonano. E di gente normale e delle loro storie agrodolci parlano i testi di Stuart, che proietta tutte le proprie insicurezze su personaggi come l’atleta di The Stars Of Track And Fields, la coppia annoiata di Seeing Other People, la ragazza in cerca di spiritualità della title track e così via. In questo modo, Murdoch dà la possibilità a chi lo ascolta di identificarsi nelle parole che canta, nelle situazioni che descrive; un’operazione che fino ad allora era riuscita soltanto, e in maniera per certi versi radicalmente differente, a Morrissey. Così come gli adolescenti insicuri degli ’80 si erano riconosciuti nei versi di Heaven Knows I’m Miserable Now, un’intera generazione di metà ’90, che non si rispecchiava nel post grunge, lontana dal glamour e dalle pose della scena brit, riesce a trovare un’identità nel mondo dei Belle And Sebastian.
Questo non sarebbe stato possibile se un’estetica tanto forte non fosse stata supportata da una musica altrettanto incisiva, la cui forza sta nella sua “gentilezza”. Una musica irresistibilmente demodé eppure attualissima, leziosa ma mai stucchevole.
I piedi ben piantati nel folk, il cuore rivolto al sofisticato pop “da cameretta” dei Felt (ripresi nel piano lounge di Seeing Other People), la mente proiettata verso miraggi Sixties (il feticcio Dylan, omaggiato direttamente in Like Dylan In The Movies, con particelle di Blonde On Blonde sparse un po’ ovunque), in una dimensione senza tempo: If You’re Feeling Sinister cristallizza un suono unico, che andrà a costituire un vero e proprio canone per gli anni a venire.

Le nude canzoni di Murdoch, unico compositore a questo stadio, sono la base a cui si aggiungono, progressivamente e delicatamente, tutti gli altri elementi. Prendiamo The Stars Of Track And Field (uno starter sulla falsariga di The State I Am In): inizia la voce, poi entra la chitarra acustica, poi ancora basso, elettrica, tastiere e infine violino e cello; un crescendo graduale e soffice che ricorda il gonfiarsi di una palla di neve lungo una discesa (per usare l’azzeccata metafora usata da Carlo Bordone nel volume “Belle And Sebastian - College Pop”, Arcana, 2004).
Una formula tanto elementare quanto efficace, che prevede altresì arrangiamenti pieni, quasi orchestrali (la chiassosa Me And The Major, la festosa Mayfly) e altri più scarni (i “lenti” Fox In The Snow, quadretto semiacustico con squisite partiture d’archi, e The Boy Done Wrong Again, la più “miserabilista” del canzoniere dei Belle), ulteriormente impreziositi da piccoli accorgimenti (un vibrafono, una linea di synth, un assolo centrale di tromba, una frase di violino, un guizzo di elettrica, un controcanto); tutti segni inequivocabili di un estro e una maestria di cui gli scozzesi sono già pienamente padroni. Una scrittura agile e compiuta (vedi picchi assoluti come Get Me Away From Here, I’m Dying e la title track) e una tracklist omogenea fanno il resto; poco male se la produzione, ai limiti dell’artigianale, sia stata sempre considerata dalla band come una spina nel fianco: difficile immaginare queste canzoni senza quei suoni ovattati, senza quelle imperfezioni che conferiscono al tutto un fascino irresistibilmente naïf.
La base per un’intera carriera è così posta; sarà a partire da Sinister che i Belle And Sebastian prenderanno le mosse, aggiungendo e togliendo a questa formula elementi sempre nuovi, volta per volta, album per album, in una continua e silenziosa evoluzione nella continuità. Resta comunque sorprendente come quest’opera sia riuscita a fissare in maniera tanto incisiva ed efficace un universo a parte. Un piccolo miracolo. (8.5/10)
Una volta entrati a far parte del gioco, a Murdoch e i suoi non resta che cominciare a giocare, ma seguendo le proprie regole. Con Sinister ancora relegato all’interno dei confini del Regno Unito, l’intero 1997 dei Belle And Sebastian viene infatti dedicato allo sviluppo concreto del progetto; questo però avviene secondo modalità e canali in totale controtendenza con quelli vigenti (in particolare, il “circo” londinese di NME e del brit pop). I modelli da seguire, piuttosto, sono le indie band degli anni ’80, quelle del periodo d’oro della Creation, per intenderci; tale tattica sarebbe stata impensabile senza il supporto della Jeepster, che appoggia in tutto e per tutto la linea promozionale voluta dal gruppo. Essa prevede interviste e apparizioni dal vivo somministrate con il contagocce (scelta che causerà immediatamente ai Nostri la fama di “timidi” per antonomasia), la realizzazione di videoclip squisitamente homemade (per lo più destinati alla scena hip di Glasgow) e, soprattutto, l’uscita di EP al posto dei tradizionali singoli tratti dagli album.

Così, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, vengono pubblicati tre mini album composti di materiale per lo più inedito*. Ad aprire le danze c’è Dog On Wheels (Jeepster, 28 aprile 1997), il cui punto di forza è senz’altro una memorabile title track che aggiunge, alla formula di Sinister, un mood irresistibilmente morriconiano (merito anche della tromba di Mick Cooke), senza dimenticare la lezione dei Love; per il resto troviamo una versione demo di The State I Am In (che, ricordiamo, al momento non era disponibile su LP) e due brani ancora abbozzati, String Bean Jean (sulla falsariga della title track, ma con la chitarra sugli scudi) e l’eponima Belle And Sebastian (tentativo di ritmica Motown, ma niente più che una bozza). (6.6/10)

Segue nel mezzo dell’estate Lazy Line Painter Jane (Jeepster, 28 luglio1997), che presenta un poker di canzoni a loro modo più coraggiose. L’ombra dei Velvet Underground aleggia su You Made Me Forget My Dreams, ballata pianistica minimal con un bizzarro deragliamento techno sul finale, e su A Century Of Elvis, esperimento di spoken word in stile The Gift, con Stuart David a declamare un proprio racconto sulla basic track di un brano che sarà pubblicato di lì a poco (A Century Of Fakers); e se Photo Jenny è un gradevole esercizio jingle jangle, il brano che dà il titolo all’EP troneggia su tutto: una spettacolare incursione in territori pop-soul, complice una produzione azzeccata (merito del riverbero naturale della chiesa sconsacrata in cui è avvenuta la registrazione) e la notevole esibizione della guest vocalist Monica Queen (front woman degli scozzesi Thrum); una jam finale ancora in odore di VU segna uno dei momenti migliori nella discografia del collettivo. (7.3/10)

Ciliegina sulla torta è l’autunnale 3.6.9. Seconds Of Light (Jeepster, 13 ottobre 1997), che suggella l’annata del gruppo mostrando vistosi progressi in fase di composizione e di arrangiamento. A Century Of Fakers (con un magnifico intreccio di voci sul finale), così come Beautiful, sono degli squisiti quadretti di miserabilismo e vita vissuta che migliorano - se possibile - la formula di Sinister, mentre Le Pastie De La Bourgeoisie è un numero scatenato in stile western virato sixties, con Stuart che veste i panni del Morrissey più sferzante; Put The Book Back On The Shelf e la hidden track Songs For Children sono semplicemente la quintessenza dei B&S prima maniera (8.0/10).
Tra un EP e l’altro la band muove anche i primi passi dal vivo, spingendosi addirittura oltreoceano, dove Sinister viene pubblicato in primavera. Qui si consuma uno dei momenti cruciali nella mitologia degli scozzesi: durante uno show nel Greenwich Village, le good vibrations causeranno il crollo del tetto della vecchia cappella dove si stavano esibendo. L’episodio simbolo di un’annata fondamentale, soprattutto in termini di creazione di un’immagine inequivocabilmente “di culto”.
* I tre EP sono stati pubblicati nel 1999 nel box “Lazy –Line Painter Jane”, oggi fuori stampa.

Tra un mini tour in Europa (memorabili le Black Session parigine del 5 ottobre, documentate su bootleg audio e video) e uno oltreoceano, il 1998 vede i Belle affinare ulteriormente il repertorio e le dinamiche di gruppo. Adesso le idee provengono anche dagli altri membri della band, e la sala prove somiglia sempre più a un laboratorio, con i musicisti a scambiarsi gli strumenti e a provare nuove e differenti soluzioni stilistiche e compositive. Stuart lascia il timone sempre più spesso, consentendo adesso anche a Stevie Jackson, Isobel Campbell e Stuart David a contribuire attivamente alla scrittura e all’interpretazione; nondimeno, il suono si arricchisce ulteriormente con i primi arrangiamenti per archi, senza considerare il reclutamento a tempo pieno del trombettista Mick Cooke, già guest nelle registrazioni precedenti.

Con il senno di poi, The Boy With The Arab Strap (titolo che è una sorta di “scherzo” rivolto indirettamente al collega Aidan Moffat) ha tutte le caratteristiche del proverbiale lavoro “di transizione”, ma il tempo non ha intaccato di certo il suo valore, anzi. È qui che la scrittura di Murdoch si classicizza e si produce in esercizi di tutto rispetto: Ease Your Feet Into The Sea, A Summer Wasting, Simple Things, The Rollercoaster Ride, It Could Have Been A Brilliant Career sono un invitante biglietto da visita per chi si trovasse ad ascoltare gli scozzesi per la prima volta, incarnandone perfettamente i topoi. È qui che abbiamo il primo assaggio del folk allo zucchero filato di Isobel, quella Is It Wicked Not To Care che rende palese il suo amore per VU, Dylan e Nick Drake (citato esplicitamente nel verso “will you love me ‘til I’m dead”, da Northern Sky); Bryter Layter influenza vistosamente anche la Seymour Stein di Jackson, mentre Chickfactor mette in luce la devozione del chitarrista per gli Zombies, da cui attingerà anche successivamente; Stuart David ha invece l’onore di firmare uno dei brani più sperimentali del disco (e del combo tout court), lo spoken word A Space Boy Dream: un lounge/trip hop che si libra in un’improvvisazione acid jazz. Ed è soprattutto qui che i B&S rivelano la loro natura di potenziale macchina da hit: tra buffe ascendenze electro, impasti Motown e folk sbarazzini, Sleep The Clock Around, Dirty Dream N° 2 e la title track sono i veri assi nella manica del lotto, primi gioielli di quel pop intelligente, solare e contagioso che dilagherà nelle uscite future.
Tanto basta al disco per ambire al podio dei migliori del gruppo, e tanto è bastato all’epoca per fargli scalare le charts indie. Un traguardo inaspettato, il cui vistoso e significativo effetto collaterale sarà la sorprendente premiazione dei Belle And Sebastian ai Brit Awards 1999 come “nuove proposte”. Parafrasando gli Housemartins: London 0, Glasgow 4. (7.8/10)

Da Arab Strap non sono tratti singoli ma, seguendo la prassi consolidata, viene stampato l’EP This Is Just A Modern Rock Song (Jeepster / Matador, 5 dicembre 1998), la cui title track, risalente agli esordi nel 1996, è anzitutto un regalo per i fan, nonché uno dei classici del gruppo, con la sua struttura circolare, i suoi crescendo (un po’ alla Fillmore Jive dei Pavement) e i versi dedicati ai membri della band. Il songwriting di Isobel fa capolino anche qui nel folkettino - ancora immaturo - di The Gate, mentre l’organo solare di I Know Where The Summer Goes (che non avrebbe sfigurato su LP) e la solenne Slow Graffiti fanno il resto. (7.4/10)

Brit Awards a parte, il 1999 degli scozzesi scorre senza particolari scossoni. Se si esclude l’organizzazione del “ loro ” festival Bowlie Weekender, il progetto B&S viene relativamente accantonato, così da lasciare spazio al fiorire di ambizioni parallele. Isobel Campbell debutta come autrice e interprete con i suoi Gentle Waves, pubblicando in aprile The Green Fields Of Foreverland, album di folk pop gentile (appunto), zuccheroso e languido (a cui seguirà nel 2001 Swansong for You); Mick Cooke si diletta con gli Amphetameanies, Chris Geddes e Stevie Jackson si uniscono ai già attivi V-Twin mentre Richard Colburn presta le sue pelli agli allora esordienti Snow Patrol. Più significativi gli sforzi di Stuart David che, dopo aver pubblicato l’anno prima un singolo per Sub Pop, debutta in marzo sulla lunga distanza sotto il moniker Looper, con Up A Tree, un dischetto di folk al laptop venato di hip-hop, sorta di punto di incontro tra gruppo madre e one man band analoghe come Badly Drawn Boy, Cornelius e Beck. L’esperimento risulta così interessante e stimolante che di lì a poco il bassista, completate le registrazioni del quarto disco dei B&S, lascia il collettivo per dedicarsi a tempo pieno al suo nuovo giocattolo. I Looper pubblicheranno altri due album (Geometrid, 2000 e The Snare, 2002), mentre David si affermerà anche come autore di romanzi (Nalda Said, 1999, e The Peacock Manifesto, 2001).

E così, al momento dell’uscita del quarto LP, Stuart e soci si ritrovano in sette; come se non bastasse, visto il relativo successo di Arab Strap l’aspettativa è tale che i timidi ragazzi si trovano al cospetto di decine di giornalisti in occasione della conferenza stampa di presentazione del disco. Album dal titolo criptico, Fold Your Hands Child, You Walk Like a Peasant (leggenda vuole che la frase sia stata letta da Stuart in un gabinetto pubblico) segna ulteriori passi avanti sia verso la diversificazione della scrittura già avviata nel suo predecessore, sia nella ricerca di una formula pop legata ai canoni sixties – quelli della sacra triade Beatles-Beach Boys-Zombies; un esempio su tutti: Nice Day For A Sulk. Accanto al Murdoch più classico di I Fought In a War e The Chalet Lines, ecco allora la filastrocca al miele di Isobel Family Tree e il debutto di Sarah Martin chiamato Waiting for The Moon To Rise, mentre The Wrong Girl di Stevie Jackson, sorta di country virato Motown, entra subito a far parte dei classici del gruppo; ancor più interessante su questo versante è Beyond The Sunrise, dove il chitarrista e la Martin si esibiscono in un duetto di folk cupo e oscuro, tra Tim Buckley, Fred Neil e Johnny Cash (esperimento insolito e destinato a restare unico, anche se qualcosa del genere verrà ripreso nel 2006 da Isobel con Mark Lanegan in Ballad Of The Broken Seas). Altrettanto riuscito è Don’t Leave The Light On Baby, brano seducente di soft soul, con Stuart e Isobel a cinguettare su un tappeto sexy di rhodes, ma laddove la formula riesce appieno è in Woman’s Realm, There’s Too Much Love e The Model, brani in cui fra tripudi orchestrali, crescendo cinematici e gioiose good vibrations le scelte di produzione della band - e del fido Tony Doogan, già assistente in registrazioni precedenti - si rivelano davvero azzeccate, anticipando una perizia certosina e una ricerca sonora che verrà fuori definitivamente negli album più recenti.
Stranamente, il disco viene accolto malissimo dalla critica britannica, che lo reputa troppo dispersivo (una vendetta trasversale per i Brit Awards?), mentre il pubblico lo premia: sarà il primo disco dei B&S a entrare in Top Ten in UK. Considerando che tutt’ora Fold Your Hands… resta un gran bell’ascoltare (senza contare che il gruppo avrebbe anche fatto di peggio), il tempo ha ampiamente fatto giustizia di certe valutazioni ingenerose dell’epoca. (7.0/10)

Che si respira aria nuova lo si capisce anche dal singolo uscito poco prima dell’album, Legal Man (Jeepster / Matador, 22 maggio 2000), uptempo beat che mescola filologicamente il sixties pop di gruppi vocali come le Ronettes alle colonne sonore di spy movies di serie b, sfoderando un armamentario che va dal sitar elettrico all’Hammond fino alla chitarra fuzz. Peccato che il brano non sia all’altezza dell’arrangiamento; nonostante questo diventerà un momento topico dei concerti e frutterà agli scozzesi la prima apparizione a Top of The Pops. A sorpresa, il retro Judy is a Dick Slap, apparentemente uno scanzonato strumentale, svela uno degli arrangiamenti più ricercati nella discografia della band: girandole di synth, figure di chitarra folk e un tappeto ritmico kraut (!) per un malinconico finale pianistico; la modesta Winter Wooskie è il commiato di Stuart David. (6.5/10)

Come il 1997, il 2001 è un anno cruciale per la crescita dei Belle and Sebastian, per quanto di transizione. In passato riluttante all’attività live, la band entra nel meccanismo dei tour mondiali: nell’arco dell’anno gli scozzesi visiteranno Stati Uniti, Spagna, Giappone e persino Brasile. La vita on the road si rivelerà esperienza formativa come poche altre: sui palchi internazionali Murdoch e soci prendono confidenza col loro status di musicisti, in un processo - sorta di “perdita dell’innocenza” - che li porterà alla metamorfosi da piccolo combo a vera e propria macchina da concerti, con sviluppi che incideranno non poco sulla direzione del collettivo. In corsa, il gruppo trova modo di arruolare tra le sue fila Bob Kildea dei V.Twin: acquisto importante, non solo nel colmare il vuoto lasciato da Stuart David al basso, ma anche nello schierare un’ottima chitarra solista in aggiunta a Jackson.

Tra un concerto e l’altro, il silenzio discografico viene interrotto dalla pubblicazione di due EP: Jonathan David (Jeepster / Matador, 18 giugno) e I’m Waking Up To Us (Jeepster / Matador, 26 novembre). Il primo dà a Stevie Jackson l’onore di occupare un A side per la prima volta, con un brano pop efficace (ancora vengono scomodati gli Zombies) dalla melodia sofisticata, ricco di finezze di arrangiamento; ma la vera perla sta sul retro ed è la The Loneliness Of A Middle Distance Runner, una canzone di Stuart che aspettava paziente di vedere la luce sin dal 1997 e che, tra flauti alla Fool On The Hill e spruzzi di Hammond, si rivela un vero asso nella manica (7.1/10).

I’m Waking Up To Us segna invece il debutto di un produttore esterno alla band (eccezion fatta per Tony Doogan, uno “di famiglia”), Mike Hurst; sintomo di una ricerca sonora che prenderà il volo di lì a poco nel “nuovo corso”. E le tracce contenute nell’EP sfoderano infatti un pop di gran classe, dai vezzi Roy Orbison, Morricone e Scott Walker della title track, al bell’omaggio ai Beach Boys (merito di uno dei versi più ironici dedicati al gruppo californiano: “I love my Carl / I love my Brian, my Dennis and my Al / I could even find it in my heart to love Mike Love ”) e ai Beatles di Penny Lane chiamato I Love My Car, che si avvale nel finale di una strepitosa sezione fiati in stile dixieland. (7.0/10)
In mezzo ai due singoli, il 19 giugno i Belle registrano una Peel Session con quattro nuovi brani che resteranno completamente inediti: Shoot The Sexier Athlete (strepitoso esperimento loureediano, che gioca con partiture dispari), The Magic Of A Kind Word (duetto tra la Campbell e la Martin con un testo very hippy), Nothing In The Silence (ancora Morricone) e My Girl's Got Miraculous Technique (Femme Fatale che incontra l’hip hop). Sommati ai sei degli EP fanno dieci pezzi, praticamente un album. Non male per un anno di transizione.
Entrati nel settimo anno di attività, nel 2002 gli scozzesi portano a compimento un progetto tanto insolito (per loro) quanto coraggioso: una colonna sonora. A parte certi rimandi palesemente morriconiani nella loro discografia, la loro musica è ricca di aperture spaziali e a loro modo “cinematiche”, visivamente evocative. Purtroppo, nonostante l’impegno e l’ambizione in gioco (questo è infatti il primo disco dei Belle registrato fuori dalla Scozia, a New York), Storytelling è in tutta probabilità l’episodio più prescindibile dell’intera produzione dei Belle.

Anzitutto, al momento dell’uscita l’operazione appare da subito sotto una cattiva luce: del materiale registrato, solo pochi scampoli verranno effettivamente utilizzati nell’omonimo film di Todd Solenz. Quasi una soundtrack senza un film, che si traduce in trentasette minuti di brevi strumentali dalle tinte soffici - i lievi tocchi di piano di Fiction, che introduce il tema principale, o la delicata melodia per fisarmonica Fuck This Shit, o ancora l’interludio per tromba di Consuelo –, intervallati da qualche canzone non proprio memorabile: la title track, uno spotlight per la Martin, è ben poca cosa, I Don’t Want To Play Football di Stuart è ordinaria amministrazione, mentre la Wandering Alone firmata Jackson - sorta di “singolo” del lotto - mette in scena esotismi che in mano ai B&S appaiono fuori luogo. La consueta cura negli arrangiamenti non basta a risollevare le sorti di un episodio irrimediabilmente interlocutorio come questo dischetto, che comunque segna un paio di punti a suo favore: Big John Shaft, forte del lavoro alla chitarra di Kildea, anticipa sensibilmente certe atmosfere dei lavori di lì a venire, mentre il minuto scarso di Scooby Driver è tra gli episodi più scatenati e divertenti del catalogo dei Nostri. Poco, ma meglio di niente (5.5/10).
Storytelling sarà un flop negli Stati Uniti (mercato per cui era stato pensato), e verrà quasi subito archiviato dagli stessi membri della band come un passo falso (Stevie Jackson: “tutti i gruppi, anche quelli che più amiamo, hanno fatto almeno un disco brutto. Questo è il nostro”).

La botta sarà in parte lenita da una serie di trionfali concerti in giro per il mondo - memorabile l’apparizione a Benicassim - , ma una bastonata ben più grave è in agguato: alla fine del tour americano, Isobel Campbell abbandona la nave. Lo split è pacifico, e - pare – dovuto a fattori di routine, tuttavia una cosa è certa: senza di lei Belle and Sebastian non saranno più gli stessi. E non solo per questo: lo scioglimento del contratto con la Jeepster a fine anno segna, a tutti gli effetti, la fine di un’era. Un soffio dopo l’altro, l’aura di mitologia che avvolgeva gli scozzesi sin dagli esordi si dissolve. Quel piccolo universo nato con Sinister non esiste più (o meglio, si trasforma in qualcos’altro). Smessi i panni di “eroi per caso” dell’indie, a Stuart e i suoi resta soltanto una cosa: diventare una delle migliori band pop-rock del panorama mondiale.
La metamorfosi annunciata dei Belle and Sebastian prende il via con una scelta che, insieme a quella di accasarsi presso la benemerita Rough Trade, si rivela quanto mai programmatica: per il sesto album in studio i Nostri si affidano a Trevor Horn, l’uomo del suono di Buggles, ABC, Pet Shop Boys, perfino T.A.T.U. Insomma, il gioco è più che mai scoperto: se pop dev’essere, che sia di gran classe.

Certo, com’è sempre stato, l’evoluzione stilistica del gruppo non avviene bruscamente: i prodromi di questo Dear Catastrophe Waitress (titolo che covava sin dal 1996) vanno ricercati nei brillanti singoli del 2001, in certe cose di Storytelling e perfino in Fold Your Hands...Stavolta però c’è una consapevolezza diversa, quella di “volersi” pop-rock, anziché (o meglio, non soltanto) lasciarsi andare alla pura indole, nel - più o meno - casuale fondersi degli input. Se nei concerti e nei videoclip Stuart ormai gioca a fare la star, vorrà pur dire qualcosa.
Qualcuno potrebbe chiamarlo calcolo, e probabilmente lo è; per dire, l’incedere dell’iniziale Step Into My Office, Baby tra i soliti richiami Pet Sounds, intermezzi a cappella, pause, guizzi e accelerazioni sa tanto di - pur meravigliosa – maniera, e le caramellosità di You Don’t Send Me e Roy Walker non sono certo da meno: bubblegum pop ammiccanti, infarciti di trovate da enciclopedia (un vibrafono, un theremin, una percussione a molla). Artifici mirati, che troviamo anche in episodi dalla scrittura più classica come la title track o il siparietto per Sarah Martin chiamato Asleep On A Sunbeam, in cui un’orchestra o una sezione fiati riescono a fare la differenza, a farci comunque capire che i Belle non sono più “quei Belle”. Pur restando in altri episodi inequivocabilmente legati al passato folk (una Piazza, New York Catcher in perfetto stile Dylan Greenwich Village, o Lord Anthony che non a caso risale all’epoca di Arab Strap), sentire i Belle and Sebastian suonare la loro versione di The Boys Are Back In Town dei Thin Lizzy (I’m a Cuckoo) fa un certo effetto, così come la chiusura new wave di Stay Loose ( la bowiana Ashes to Ashes che incontra Who e Clash nel ritornello), con tanto di assoli di chitarra incrociati in stile seventies; d’altronde di fronte a una maestria pop a 360° (dal jingle-jangle in Wrapped Up In Books al northern soul in If She Wants Me), non si può che togliersi il cappello.
Si tratti di calcolo o - semplicemente - di liberarsi di certi freni inibitori artistici, c’è n’è abbastanza per restare quantomeno straniati, pensando ai vecchi tempi. Guardando al presente (e, perché no, al futuro) la nuova formula degli scozzesi non può essere che vincente: difficile pensare a una “fabbrica del pop” tanto efficace, enciclopedica eppure altrettanto unica. Perché in fondo il vestito è nuovo, ma l’anima non può essere che quella di sempre, e si sente. Perché anche se i Belle non sono più speciali come una volta, non saranno mai “normali”. Poco importa se Dear Catastrophe Waitress non è il disco perfetto: la sfida lanciata è di quelle che segnano una carriera. A voler ribadire che, come spesso capita nel rock, l’unica via per sopravvivere è il cambiamento. Insomma, ancora una volta, If they follow you, don’t look back... (6.7/10)

Tuttavia saranno sempre in molti gli affezionati al primo periodo della band, quello trascorso in seno alla Jeepster. Per loro, quasi in contemporanea con il primo disco per la Rough Trade, arriva un DVD titolato appropriatamente Fans Only (Jeepster, 20 ottobre 2003); compilato da Blair Young, raccoglie non solo tutti i videoclip realizzati dalla band dal 1996 al 2001, ma anche filmati rarissimi e spezzoni di concerti (da segnalare anche la presenza di inediti assoluti come lo strumentale Tigermilk e Landslide). E’ senz’altro un tuffo al cuore vedere i membri della band presentarsi per la prima volta nel documentario Don’t Look Down (1996), o rivisitare The Kids Are Alright degli Who durante i bis al Bowlie Weekender del 1999, o suonare The State I Am In, la canzone da cui tutto era cominciato, poco dopo l’abbandono di Isobel. Finita la visione, c’è tanta nostalgia per una band che non c’è più, ma anche la sensazione di aver visitato ancora una volta un universo unico ed irripetibile. Appunto, Fans Only. Che – siamo sicuri – ringraziano sentitamente per un regalo così bello (8.5/10)

Segno che i tempi sono davvero altri, con il passaggio alla Rough Trade i Belle si trovano ad adottare strategie promozionali standard. Rompendo la tradizione del EP interamente inediti, da Waitress vengono tratti tre singoli: Step Into My Office Baby (17 novembre 2003), I’m A Cuckoo (16 febbraio 2004) e il Books EP (21 giugno 2004). Nelle b sides l’eclettismo del “nuovo corso” viene fuori ancor più prepotente che nel disco: amabili retaggi del passato folk (I Believe In Travellin’ Light di Jackson, esclusa all’ultimo momento dalla tracklist di Waitress, o Desperation Made a Fool Out Of Me, dove Stuart rispolvera gli amati Felt), galoppate country-western (Stop Look And Listen), strumentali tarantiniani (Passion Fruit , twang di chitarra compresi), una bossa sporcata di synth (Love On The March), perfino il primo remix (I’m a Cuckoo rivista da The Avalanches, davvero ben riuscita). Ce n’è per tutti i gusti.

Ma il colpo fatale viene sferrato nella la doppia A side del Books EP, Your Cover’s Blown: un esperimento funk-disco che ha dello sconvolgente, definita da Stuart sulle pagine del NME come la Bohemian Rhapsody indie a causa delle ripartizione in tre sezioni. Se per un momento ci si dimentica di ascoltare i Belle and Sebastian, il brano è più che riuscito nel suo genere: una dimostrazione suprema sia dell’auto-ironia della band sia della sua formidabile perizia in sede di arrangiamento, e pazienza se la scrittura ogni tanto fa acqua. La strada per le vibrazioni funk di The Life Pursuit è comunque aperta.

Il 2005 segna il giro di boa dei dieci anni di carriera: un traguardo importante, che la band celebra con una doppia compilation che raccoglie tutti gli EP usciti per Jeepster dal 1997 al 2001 (Push Barman To Open Old Wounds - Rough Trade / Self, 23 maggio 2005) e un live album (pubblicato solo su Itunes il 6 dicembre) contenente l’esecuzione integrale di If You’re Feeling Sinister al Barbican di Londra; gli incassi del concerto e le vendite online del cd vengono devolute in favore dei terremotati dell’Asia. In settembre, gli scozzesi appaiono nell’album benefico Help!-A Day in the Life un con un brano inedito, Eighth Station Of The Cross Kebab House: un reggae vagamente arabeggiante, ispirato a una recente visita in Palestina di Stuart (pezzo decisamente bruttino, in realtà).

Nel frattempo Stuart e soci hanno completato in California le session di registrazione per il settimo album The Life Pursuit, una canonizzazione della metamorfosi avviata con Dear Catastrophe Waitress . Stavolta dietro il desk c’è Tony Hoffer (già con Beck, Supergrass e The Thrills, tra gli altri), che contribuisce a forgiare un sound ancora più diretto e impulsivo del predecessore; i toni si fanno a volte più rock e smaccatamente ruffiani, anche se la componente pop resta predominante e, in generale, c’è una certa continuità col passato, sia nelle liriche - che tornano ad essere quadretti di gente qualunque che “lotta per la vita”, da qui il titolo del disco - sia in certe trame sonore, un marchio di fabbrica inconfondibile sin dai tempi di If You’re Feeling Sinister.
Cosa distingue i Belle And Sebastian dalla pletora di indomiti emuli che affolla la scena pop rock di oggi? Perché questi ragazzi sembrano perfettamente “in parte” sia che affrontino il glam o il folk, il funk o il blue eyed soul, il twee-pop, il lounge o l’electro? Vediamo: forse perché Murdoch e compagni sottopongono ogni “influenza” a un lungo, appassionato processo di metabolizzazione (vedi intervista). Forse perché in primo luogo amano perdutamente l’oggetto del loro fare. Ciò spiegherebbe l’intrigante miscela di riferimenti, di gentili omaggi, di vene nascoste che zampillano all’improvviso. Sentite ad esempio come le strofe di Song For Sunshine raggrumano funk à la Sly And The Family Stone prima che il ritornello spalanchi senza tema il soffice folk pop stile America. E quei preziosismi e le effervescenze più o meno ovunque: ghigni elettrici, meste giocosità di tromba, cori madreperlacei Beach Boys, guizzanti fantasmini Kinks, un piano che si trascina a sussulti, un organo evanescente, il violino che affetta i petali carnosi del mood, chitarre agili come mai era avvenuto in passato…
Malgrado tanta estroversa eterogeneità, mai e poi mai la loro musica appare raffazzonata o forzata. Anzi, la cognizione di causa permette ai B&S di fare le cose difficili con grazia, con allegria, con affettuoso umorismo. Sentite con quale brio The Blues Are Still Blue, White Collar Boy e Sukie In The Graveyard ti propongono d’ammazzare il tempo con un glam T.Rex venato funk al modo di certo Lou Reed. E ancora il blue eyed soul contagioso di Act Of The Apostle Part 1 (e relativa reprise). E la verve jingle jangle di Another Sunny Day. E il consueto Motown melodico - a firma Stevie Jackson - di To Be Myself Completely . E le maestrie pop à la Todd Rundgren del singolo Funny Little Frog …
Vi chiederete: ma i vecchi B&S, quelli che impastavano spleen periferico e struggimenti bucolici, tedio esistenziale e incanti adolescenziali? Ok, ponete orecchio a Dress Up In You, a come Stuart sprimacci mestizia intanto che l’errebì s’inzuppa nelle nebbie di Glasgow, oppure prendete Mornington Crescent col suo tepore country circa Gram Parsons / Neil Young (dalle parti di After The Goldrush), il piano bizzarro, l’irresistibile baluginio delle chitarre. Soddisfatti?
Un buon disco insomma, che ha il non trascurabile merito di schiudere nuovi spiragli (gli ennesimi) da cui sbirciare il cuore della band. Basteranno a soddisfare i fans della prima ora, abituati a ben altre palpitazioni? Se l’album dovesse scalare le classifiche - scopo per cui implicitamente è stato concepito, non ci sarebbe tanto da storcere il naso… ( 6.8/10) (a.p., s.s.)

Non di certo a fare musica. A quei tempi nessuno di noi pensava di essere ancora lì dopo dieci anni. La band è cominciata come un progetto molto semplice, non era stato concepito come un progetto a lungo termine, dovevamo solo registrare delle canzoni che Stuart Murdoch aveva scritto. Poi è semplicemente andata com’è andata. Abbiamo semplicemente affrontato ogni cosa album dopo album, e così continuiamo a fare.
Il migliore momento per me è stato suonare di fronte a 30.000 persone sul palco principale di Benicassim nel 2002. Stevie Jackson è riuscito a fare schioccare le dita a tutti loro al tempo di Roy Walker. Dev’essere un record mondiale. Il peggiore è stato quando abbiamo dovuto annullare il nostro primo concerto a Philadelphia all’ultimo minuto perché Isobel stava male. Credevamo che il pubblico ci avrebbe linciati, ma invece sono stati molto comprensivi. Il più divertente è stato l’apparizione allo show televisivo brasiliano di Jo Suarez, quando ho pensato che dicendo blue eyes si riferisse a me. Potete vedere questo momento sul DVD Fans Only.
A dire il vero nessuno nella band è mai rimasto completamente soddisfatto di quel disco. Penso che abbia le nostre canzoni migliori, ma la produzione è deludente. Così ci ha fatto molto piacere l’opportunità di suonarlo e registrarlo di nuovo per intero (Mick ha anche mixato le tracce per il disco). Ci siamo molto divertiti al concerto, e siamo rimasti sorpresi da quanti giovani fossero presenti, non solo i vecchi fan hardcore.
Ci ha fatto lavorare sodo. Sapeva perfettamente ciò che faceva. Ogni canzone suonava come il disco finito ogni volta che finivamo di registrarne una versione. Ha passato un sacco di tempo a lavorare sui suoni prima che registrassimo una nota, in particolare sul suono della batteria. Tony è stato molto più presente di Trevor, che entrava e usciva dallo studio in continuazione e si è comportato più come un mentore. Comunque è stato interessante lavorare con entrambi, e abbiamo imparato molto dalle rispettive esperienze.
Non era la prima volta che registravamo all’estero, abbiamo realizzato gran parte di Storytelling a New York e in New Jersey. Stavolta siamo andati a L.A. perché Tony vive lì, e preferisce lavorare vicino a casa. Abbiamo voluto che facesse il miglior lavoro possibile, e alla fine ha funzionato alla perfezione. Comunque le canzoni sono state scritte a Glasgow, quindi sono più ispirate da quel posto che da L.A., anche se il suono della California si sente nella scelta dello studio e del produttore.
Sarebbe interessante lavorare con qualche produttore dance. Fare qualcosa con i Neptunes o i Dust Brothers sarebbe un sogno che si realizza, anche solo per vederli al lavoro.

Il nome viene da una canzone che non è finita sull’album. Parla del trovare un significato nella vita, una ricerca della spiritualità. Non credo ci fosse dell’ironia sottesa.
Sì, penso che Stuart sia tornato a fare il cantastorie, parlando di personaggi immaginari piuttosto di esprimere il suo punto di vista personale. Ci sono meno canzoni come If She Wants Me, Piazza New York Catcher o I’m A Cuckoo in questo disco, canzoni essenzialmente autobiografiche. Personalmente mi piace di più quando Stuart canta di personaggi inventati. È più interessante.
Beh, anche se non è un concept album intenzionalmente, ci sono comunque dei temi ricorrenti che attraversano l’album. Ci sono molte canzoni che parlano di gente che si sente fuori posto e cerca di trovare la propria dimensione, magari attraverso molte difficoltà, come Sukie In The Graveyard o la ragazza protagonista di Act Of The Apostle. In questo, The Life Pursuit ha molto in comune con Tigermilk, che aveva canzoni come Mary Jo e She’s Losing It, che parlavano di gente che lotta con la vita.
Cose che ci hanno ispirato? Sly And The Family Stone, suonare molto dal vivo e far ballare il pubblico. Vivere a Glasgow. Alcuni film. Passare tanto tempo insieme, di nuovo come una band.
In questo caso, Chris (Geddes, il tastierista) ha contribuito con Song For Sunshine, e io ho fornito alcune delle idee musicali per We Are The Sleepyheads. Ma la maggior parte delle canzoni sono di Stuart. Però, per questo disco, l’autore della canzone (di solito chi la canta, quindi Stuart o Stevie) ha portato in studio i brani in forma più grezza rispetto a quanto avveniva prima, e, durante le prove, ognuno di noi ha contribuito con le sue idee. Per dire, alcune canzoni sono state cambiate considerevolmente mentre le suonavamo: To Be Myself Completely all’inizio era un pezzo country, finché non l’abbiamo trasformato in uno stomp alla Motown. Tutti noi contribuiamo con idee per la struttura delle canzoni e per gli arrangiamenti, e a volte anche per i testi.
Proviamo sempre a fare cose nuove, a cercare nuovi arrangiamenti e nuovi modi di suonare le nostre canzoni. A volte non riusciamo a ottenere completamente il suono che stiamo cercando - To Be Myself Completely non ha esattamente lo stesso suono della band della Motown, per esempio - ma cerchiamo sempre di fare il nostro meglio. A volte non riesci a riprodurre un suono, viene fuori qualcosa di nuovo, o almeno di diverso. È quello che cerchiamo di fare.

Penso sia inevitabile che queste cose finiscano dentro la tua musica, se è qualcosa di cui ti importa. Non penso che le band debbano sentirsi obbligate a trattare di politica. Di certo noi non sentiamo nessun obbligo. Ma ci piace supportare alcune cause, se possiamo. È abbastanza facile per noi suonare un concerto per raccogliere soldi per una certa causa, ti fa sentire come se stessi facendo qualcosa per cui valga la pena suonare.
Nessuna nostalgia, no. Le cose vanno avanti, e la gente cambia. Continuiamo a fare i dischi nello stesso modo - scriviamo, proviamo e registriamo. Stuart continua ad occuparsi dell’artwork e dei poster. Abbiamo ancora controllo sui concerti che suoniamo, sulle offerte che accettiamo. Quello che è cambiato è la quantità di denaro spesa per promuovere i dischi, e il fatto che adesso pubblichiamo singoli tratti dall’album anziché EP. Sostanzialmente, penso che siamo rimasti gli stessi.
Viviamo tutti a Glasgow, tranne Richard (Colburn, il batterista), che abita in un piccolo centro in Fife. Di solito non ci vediamo al di fuori della band, ma ci incontriamo ai concerti o nei club.
Penso che nessuna band si senta realmente parte di una scena. Ma conosciamo molte delle band locali. Penso che la “scena” sia in costante evoluzione, ed è una cosa molto eccitante. È sempre bello vedere nuove band emergere, alcune dal nulla, altre dalle ceneri di vecchie band. Scommetterei qualcosa sul successo dei 1990 entro la fine di quest’anno. Sono un trio di rock’n’roll che include ex membri di Yummy Fur e V-Twin (band collaterale ai B&S, in cui hanno militato anche Bobby Kildea, Chris Geddes e Stevie Jackson).
Ci sono alcune band che penso abbiamo preso qualcosa dal nostro sound: Camera Obscura,
My Latest Novel, Hidden Cameras. È lusinghiero pensare che i tuoi dischi forse hanno ispirato qualcuno a fare musica.
Una giornalista giapponese una volta mi ha chiesto se pensavo che fossimo come il Wu Tang Clan. Le ho detto che non avevo idea di cosa stesse parlando. Non c’è nessun Ol’ Dirty Bastard tra di noi! Tuttavia, c’è chi arriva a pensarlo!