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Introduzione
Critica
Webografia

The Bees

di Antonio Puglia

 

 

 

 

  • These Are The Ghosts
  • Wash In The Rain
  • No Atmosphere
  • Horsemen
  • Chicken Payback
  • The Russian
  • I Love You
  • The Start
  • Hourglass
  • Go Karts
  • One Glass Of Water
  • This Is The Land

Free The Bees (Virgin, 2004)

di Antonio Puglia

Questi ragazzi originari dell’Isle of Wight tornano a farsi sentire dopo un’incoraggiante prima prova (Sunshine Hit Me, 2002, forte di nomina per il Mercury Prize) con Free the Bees, programmatico sin dal titolo.
Se l’intento di produrre musica in perfetto stile sixties era già abbastanza evidente nei solchi del lavoro passato, stavolta si fa davvero sul serio: per ricreare appieno quei suoni e quelle atmosfere, Paul Butler - frontman nonché produttore dell’album - e Aaron Fletcher hanno addirittura fatto ricorso al calore analogico, vecchio di quarant’anni, delle antiche apparecchiature dei prestigiosi Abbey Road studios, avvalendosi di tecniche di registrazione e di un armamentario rigorosamente vintage (hammond, fiati, piano elettrico, chitarre Rickenbaker e quant’altro).
Più che revival, questo è un recupero estetico-filologico, tanto preciso da sfociare nel falso storico: i Bees non riecheggiano, sono una band degli anni ’60, riuscendo per giunta ad essere credibili più di tanti loro contemporanei. Possibile?
Sì, se dalla parte di questi musicisti c’è, in aggiunta al fascino insito nella proposta stessa, una scrittura sicura che, alla stregua dei Beta Band più addomesticati o dei Gomez meno funambolici, riesce a fondere in un approccio tritatutto numi tutelari come Byrds, Who, primi Pink Floyd, Grateful Dead e (ovviamente) Beatles, mantenendosi sempre sulla linea della piacevole citazione stilistica senza scadere nel plagio.

Un viaggio nel tempo avvolti in una mesmerizzante nebbia sixties, che confonde le coordinate spazio-temporali in uno sciorinare di generi e di umori: dalla psichedelia “storica” (These Are the Ghosts, No Atmosphere) alla ballatona strappacuore (I love you, ovvero With the Beatles meets Pet Sounds), dalle filastrocche lisergiche (The Start, Go Karts) al più sciocco dei balli di gruppo (l’irresistibile Chicken Payback), l’album procede come una corsa sull’Helter Skelter.
Che si tratti del vaudeville barrettiano Wash in the rain o del country-beat Buffalo Springfield One Glass of Water, passando per il mid tempo doorsiano Hourglass fino all’apocrifo byrdsiano This is the land, i Bees riescono sempre a tenere alto l’interesse dell’ascoltatore, alternando e fondendo sapientemente stili diversi anche all’interno dello stesso brano (si veda Horsemen, che da una strofa carica di spigolosità Stones/Who si stempera nella soffice acidità del ritornello, o lo strumentale Russian e i suoi cambi di ritmo ai limiti del dub).
Nostalgico? Indubbiamente sì. Fresco? Potete scommetterci. Come questi due aggettivi possano riferirsi allo stesso disco, chiedetelo ai Bees. (7.0/10)

  • Who Cares What The Question Is
  • Love In The Harbour
  • Left Foot Stepdown
  • Got To Let Go
  • Listening Man
  • Stand
  • This Is For The Better Days
  • Ocularist
  • Hot One
  • End Of The Street

The Bees – Octopus (Virgin, 19 marzo 2007)

di Antonio Puglia

A tre anni da quel Free The Bees che settava la macchina del tempo al 1965 per uno dei migliori dischi di vintage pop di inizio millennio, rinfranca constatare che i Bees non hanno perso un briciolo della loro freschezza, e anzi rimpastano il loro amalgama con l’aggiunta di nuovi ingredienti, rendendolo ancor più saporito.

Le api dell’Isola di Wight sono sempre intrappolate nel passato, non è un mistero, anzi ci sguazzano che è un piacere; solo che stavolta le coordinate si allargano ulteriormente, da Abbey Road (il country&western alla Ringo Starr dell’iniziale Who Cares What The Question Is) al Big Pink della Band (il funk bianco di This is For The Better Days), fino a Kingston (il reggae e il dub di Listening Man, Stand, Left Foot Stepdown, arrivate dritte dal catalogo Trojan).

Aldilà dell’eclettico citazionismo a 360°, la marcia in più del sestetto di Aaron Fletcher e Paul Butler è probabilmente il saper creare un’atmosfera goliardica - lo humour irresistibile di End Of The Street, parente stretta di Monkey Payback dal disco precedente, o il pastiche indo-folk-tropicalista di Ocularist - , in un patchwork divertente, ispirato e intelligente di generi e attitudini, tanto compatto da superare gli analoghi tentativi di Beta Band e Gomez, le due band britanniche più facili da accostare. That’s entertainment! (7.0/10)