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Il nome è di quelli che confondono. Beach House. La casa sulla spiaggia. L’associazione di idee è scontata: sole, mare, abbronzatura, divertimento, casino. Dunque, ti avvii in direzione di un luogo che ti aspetti – come minimo – pieno di calore e sorrisi. Qualcosa, però, non sembra andare per il verso giusto. La sabbia c’è, ma al tatto risulta fredda e indifferente al carico di aspettative che ti porti appresso. Alzi gli occhi al cielo, e vedi le nuvole rubare i raggi del sole, che da quaggiù risulta malaticcio e dal passo svelto. Di fronte, la casa è ben diversa da quanto prometteva il nome. Sobria, piccola, severa. Dalle stanze rimbombano spettrali delle canzoni che sono un distillato di cuori infranti ed esistenzialismo dei tempi moderni. Come i Low, ma dall’umore ancora più basso. Come i Mazzy Star, che sublimano le loro depressioni in un mare di tastiere. Questi sono i Beach House.
Un duo che non si limita a suonare la propria musica, ma – anche se può sembrare banale – la fa davvero vibrare, creando così la perfetta colonna sonora di un giorno di pioggia da vivere in riva al mare, con l’acqua a lavare via abbronzatura, risate, ricordi. Ed è tutto – nonostante tutto – bellissimo. La dissolvenza di Heart And Lungs riverbera i suoi cori nello spazio circostante. La ninna nanna dark di Master Of None è una marcetta blues che a metà del tragitto incontra la psichedelia – un matrimonio non nuovo ma sempre affascinate. Tokyo Witch è una cantilena dall’ambientazione sonora quasi ovattata ma dalla forza espressiva spaventosa.
Possiamo parlare di sorpresa? Certamente. Perché questo esordio sulla lunga distanza della band di Baltimora aggiorna le emozioni dello slowcore, innervandone le strutture di rimandi psichedelici vicini per alcuni aspetti ai sogni senza tempo del dream pop. Sono quindi trentasei minuti intensi. Austeri negli arrangiamenti ma non nelle vibrazioni. Come una passeggiata autunnale, con la nebbia che sottrae ai nostri occhi la platea dell’orizzonte. Perché l’autunno è qualcosa di più di una semplice stagione. Uno stato dell’anima. Come la musica dei Beach House. (7.5/10)

A cosa pensano Victoria Legrand e Alex Scally mentre osservano il piatto vuoto e la torta al centro tavola? Forse stanno pensando che troppa panna e troppo zucchero non hanno mai fatto bene a nessuno ed è meglio mantenersi composti, magari fare giusto un assaggio di sfuggita. Infilarci giusto l’indice e portarselo alla bocca. Ma la gola è difficile da soddisfare. Devotion è il secondo disco, quello che si incarica tanto di confermare quanto di dirne nuove e il duo di Baltimora lo sfrutta per provare timidamente ad uscire dal cliché che li ha inchiodati subito come due dreamers romantici e testardamente innamorati della propria malinconia. Ci riescono lavorando di fino, con un senso della misura e un’accortezza da incorniciare. Non stravolgono di un millimetro lo stile che li contraddistingue (ritmi lenti da metronomo, gran lavorio di tastiere, chitarrina slide) ma lavorano di songwriting. I turbinii tastieristici che animavano il debutto qui si stemperano in un dipingere sommesso (You Came To Me, Gila) e in un grappolo di intense romanze vissute sempre con un certo distacco (Turtle Island, Heart Of Chambers, Astronaut). I brani che risaltano di più – pur all’interno di un disco molto omogeneo come il debutto – sono quelli che cercano di inventarsi qualcosa di nuovo: Holy Dances e Home Again con i loro deliziosi e onirici valzer o il carillon natalizio di All The Years. Di questo passo, continuare a descrivere questa musica potrebbe prevedere l’utilizzo di tutti gli aggettivi e i sinonimi di una pasticceria lessicale con l’effetto di produrre un nefasto effetto diabete. Meglio fermarsi qui. Difficile avere il senso della misura che i Beach House dimostrano di avere con la loro musica. Sarà per effetto del canto di Victoria, quel misto di passionale eleganza alla Karen Carpenter e di gelida ma leggera compostezza, come se fosse una Nico attenuata dai suoi travagli, ma sta di fatto che proprio li dove la slide potrebbe buttarla eccessivamente in zucchero e panna montata, la sua voce stempera il giusto e regala un equilibrio perfetto. Quel che si dice “il colpo dello chef”! Gli ingredienti musicali si riconfermano gli stessi di sempre: un po’ (parecchio a dire la verità) di dream pop e un pizzico di slo-core (l’ultimo lavoro dei Low, anche per le scelte strumentali, assomiglia parecchio ai Beach House). I due tra l’altro si permettono anche la ciliegina sulla torta: una cover di lusso con Some Things Last A Long Time di Daniel Johnston. Un ulteriore prova di stile, posto che ce ne fosse stato realmente il bisogno. A questo punto possiamo anche smettere di parlare e affettarla questa torta. (7.5/10)