Torniamo a parlare di Amen, l’ultima notevole fatica dei Baustelle, perché tra i rinterzi e le botole che ne cospargono la superficie capita d’imbattersi in “attori non protagonisti” capaci d’innescare link dall’inconsueta, penetrante densità. Accendiamo la luce su quattro di essi, così diversi nelle intenzioni, negli ambiti operativi, nelle potenzialità. Così misteriosamente affini.
Muoversi con equilibrio tra dischi buoni e meno buoni non è poi così difficile. Basta esser bravi a smorzare l'entusiasmo che a volte ti prende, attendere che la fiammella si consumi prima di assumersi quel rischio di troppo. Che poi sennò rimbalza nella rete vita natural durante, e quel voto esagerato ti si appiccica addosso come un tag imperituro. Quindi: cautela. Un'impresa non certo difficile, diciamo pure che è roba da mediani. Il problema è che ogni tanto ti capita quel disco che ti si annida dentro, non smette di squadernare messaggi a diversi livelli di profondità e complessità, dallo sfrigolio epidermico del pop al cigolio angoscioso dell'avanguardia (non necessariamente musicale). Allora è un po' più difficile ritrarsi, nicchiare, fare lo gnorri. C'è un dovere nel piacere proprio come c'è una ragione nella follia, così non puoi fare a meno di additare quel titolo tra i tanti, affinché altri ne colgano il peso e la portata sulle cose del mondo pop-rock. E fanculo la cautela.

Il panegirico è dedicato all'ultima fatica dei Baustelle, già incensato nella recensione del numero scorso. Il cui valore ci è sembrato notevole fin da subito, salvo poi irrobustirsi con gli ascolti, con la decodifica dei segni e segnali di cui è pervaso. Ci sembra un album importante come lo furono a suo tempo - solo per dirne qualcuno - Ko De Mondo dei CSI, Hai paura del buio? degli Afterhours, Trasparente di Marco Parente. Oppure - più lontano nel tempo - La voce del padrone di Battiato, così come - più di recente - Socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax. Dischi non necessariamente bellissimi, non esenti da pecche. Ma importanti appunto per quella tensione che li spinge a costruirsi una rete di rimandi, allusioni e relazioni tra epoche, stili e fenomenologie culturali diverse, innescando link che definiscono un orizzonte coerente ma espanso, sempre che l'ascoltatore decida di stare al gioco, d'investire curiosità, passione, impegno nel disvelamento dei livelli narrativi.
Botole disseminate nella trama testuale e sonora, preziosismi che puoi scambiare per abbellimenti vezzosi finché non allarghi l'angolo di ripresa e intravedi una mappa, una sensibilità strutturata e convergente. Prendete, in Amen, il caso del singolo Charlie fa surf: melodia parecchio adesiv per non dire scontata, chitarre impetuose, tastiere e archi per una bolgia iperpop su cui impazza un laconico sarcasmo anti-giovanilista e anti-anti-giovanilista ad un tempo. Un bel coacervo di espedienti se volete, ma intanto occorre prendere nota dell'introduzione d'arpa a cura di Beatrice Martini - giovane artista multidisciplinare prossima al debutto solista - e degli ammiccamenti (la contro-citazione del titolo, le allusioni nel testo, l'ispirazione generale) ad una installazione – Charlie Don’t Surf - dell'artista(?) provocatore (?) Maurizio Cattelan, che a sua volta schiude altri "rimbalzi" musicali e cinematografici, dai Clash a Francis Ford Coppola.
Un muoversi tra popular e avanguardia, tra culto ed emergenza che li porta ad avvalersi di Beatrice Antolini - multistrumentista neopsych sodale dei Jennifer Gentle, già un album alle spalle - così come della poetessa Francesca Genti (autrice delle liriche di Dark Room), del mitologico musicista etnojazz etiope Mulatu Astatke - alle prese con vibrafono, percussioni e Fender Rhodes - e di Alessandro Alessandroni, storico compositore romano già al lavoro con Morricone e Umiliani che ha orchestrato Spaghetti Western e addirittura suonato il sitar ne Il liberismo ha i giorni contati. Per non dire dei rimandi impliciti ed espliciti (gli omaggi a Lee Hazlewood, Pasolini, Baudelaire...), nonché le tipiche carrellate mnemoniche come nella struggente Alfredo, giocando ad oscillare con una certa - voluta - forzosità tra presente e passato più e meno remoto, gettando improvvisi bagliori su una Storia recente troppo poco metabolizzata affinché si possa chiudere pacificamente nei libri.
Il passaggio alla multinazionale di turno - la Warner in questo caso - degli ex indipendenti/frugali Baustelle avvenuta ai tempi di La Malavita (2006), fu un passo coerente al disegno che oggi si compie, di drogare cioè con pasticche pop birbantelle il beverone indistinto della contemporaneità, nel tentativo tanto più struggente quanto velleitario di scuotere la vita emotiva dell'individuo/ascoltatore strattonandolo per i timpani via cervello e cuore. Volendosi pop nella sua accezione più viva: emulsione edibile di rovello avanguardistico.
Ci pare giusto anzi stimolante quindi lasciare che Amen ci seduca. Ma a modo suo, rendendoci cioè amanti attivi in cerca di risposte e forme e volti e indirizzi. Per questo torniamo ad affrontarlo scegliendo quattro punti di osservazione diversi, quattro segnali di rinterzo per raccogliere la sfida e lanciarne altre.
Una porta che cigola. La sirena di un'ambulanza che d'un tratto invade, violentandolo, lo spazio. Ma la ragazza non si scompone: come fosse protetta da una pellicola di tenacia, i sensi affondati nel compiersi di un'epifania sonora per arpa e percussioni. Anzi, quel cigolio e quell'ululato sono agenti accidentali proprio come il cacciavite o il rotolo di cartone adoperati per complicare la consuetudine di un'arpa, la stupenda consuetudine del più immaginifico e surreale tra gli strumenti.
Il luogo è il Sound Metak, negozio milanese di strumenti musicali gestito da Xabier Iriondo. Il tempo è l'aprile del 2007. La ragazza è Beatrice Martini, arpista e percussionista fiorentina, classe 1985. Tra i motivi per cui l'ex terrorista della sei corde per Afterhours e A Short Apnea si è interessato a lei, c’è probabilmente quella determinazione che lavora - senza mai travalicarla - sotto la soglia di una solenne delicatezza. La performance documentata nel dvd in mio possesso si apre con The Crown Of Ariadne, composizione del 1979 a firma Raymond Murray Schafer, oltre venti minuti di rapimento ora etereo ora febbrile per arpa e percussioni (tom, cavigliere, woodblocks, shaker, wind chimes...) che già le valsero il Premio delle Arti 2006. C'è poi la breve Divertissement à l'espagnole di André Caplet, un intermezzo tanto "antico" - è del 1924 - quanto brioso, prima del palpitante valzer Elégie pour la morte d'un berger di Bernard Andrès.

Avrete capito che l'ambito in cui Beatrice ama muoversi è quello della colta contemporanea, ma un dichiarato amore per le sperimentazioni (minimale, elettronica, atonale, improv) e per la molteplicità/multiformità delle manifestazioni artistiche (teatro, letteratura, architettura, danza, grafica...) conducono la sua calligrafia in una zona di confine tra indistinto e contaminazione, dove location, scenografia, posa, tratti somatici, luci, colori, suoni, gesti, esattezze e imperfezioni collidono in una performance fragile e coerente. Come già in 3 Meters, video realizzato nell'agosto del 2005 da Dubravka Sekulic, camera fissa su una candida Beatrice intenta a percuotere con un cucchiaio dodici bottiglie di vetro riempite con colla vinilica, latex, farina, latte... Un ingenuo, puro, ingegnoso inseguimento del "suono bianco", percussivo e armonico, esistenziale e utopico, tenace e minimale.
Ferma restando l'importanza della "messinscena" come enunciato irrinunciabile: tutto è scarno ma accogliente, tiepido e schivo dal parquet alla luce radente, essenziale ed evocativo dalla veste al drappo sospeso (un patchwork realizzato con sagome floreali ritagliate da mappe e quotidiani) che la ricoprono, rendendola ascetica e angelica, ninfa curiosa e inarrestabile alla scoperta di quel cha accade quando accadono le emozioni. Una cura dei dettagli, della fragranza e delle sfumature votata al concepimento di una indagine intima anzi interiore, sulle tracce dell'immaginifico residuo nell'esistenza reale, un esercizio d'intelligenza femminile che ipotizza evidenti link con l'opera di Joanna Newsom, Cocorosie, Juana Molina, per non dire della ricerca ormai divinizzata di Bjork e della frusta arcaicità operata dall'ultima PJ Harvey.
E' grazie a Myspace - pensate un po' - che Iriondo si è accorto di lei. Così come Alessandra Fabbri, attrice e coreografa, che l'ha voluta in Hydrology, spettacolo di danza andato in scena al TANZherbst Festival di Dresda nel novembre 2007, stessa città dove si è tenuto ImproWinter 08, settimana dedicata all'arte improvvisata nel quale è stato presentato un evento concepito durante alcuni workshop condotti da Markus Stockhausen – trombettista e compositore figlio del grande Karlheinz - con la fattiva partecipazione della Martini.
Anche Francesco Bianconi è uno di quelli folgorati su Myspace. L'intervento di Beatrice in Amen è una gelatina fiabesca d'arpa a mo' d'introduzione del singolo Charlie fa surf, appena un frammento quindi però posto in prima fila a caratterizzare il sound dei Baustelle anno 2008. Ulteriore peculiare ingrediente di un album che, strato dopo strato, dettaglio dopo dettaglio, suggerisce una elaborazione sofisticata di elementi semplici, una frugale metabolizzazione di memorie e teoremi, di passato che realizza un presente che non consente di auspicare futuro.
Per Beatrice invece il futuro c'è e significa una collaborazione live con Robert Lippok dei To Rococo Rot al Brighton Festival 2008, in programma una performance per organo, arpa, percussioni ed elettronica. Quindi arriverà il primo album, Scores For Fingertips On Tiptoe, in uscita entro l'estate. Ne riparleremo.
Prima di Amen, prima del contratto major, prima che la “Milano da bere” si impossessasse delle corde vocali sgualcite di Bianconi e Co. trasformandole in una versione aggiornata e decisamente pop di Luigi Tenco e Seirge Gainsbourg, i Baustelle vivacchiavano con dignità nel sottobosco indie nostrano. Un universo a sé stante, con proprie regole, tuttora in perenne fibrillazione, dove non è poi così difficile imbattersi, tra le tante promesse mancate, anche in qualche piccolo fenomeno di culto destinato a crescere in fretta. Qualche anno fa quel fenomeno si chiamava proprio Baustelle. Ora il testimone sembra passato nelle mani di Beatrice Antolini.

Due storie apparentemente diverse le loro, che in Amen uniscono fortune e capacità. Il merito è della band di Montepulciano, che chiama l'artista bolognese a musicare Steinway e a prestare gli strumenti in Spaghetti Western, ottenendo nel primo caso uno strumentale al pianoforte malinconico quanto “surreale” e nel secondo un brano dal suono a dir poco esplosivo. Episodi che al di là delle responsabilità dirette di chi suona, fanno riflettere ancora una volta sulla poliedricità, la voglia di contaminarsi, la creatività di una musicista capace di cambiare d'abito con estrema facilità.
Del resto non è mai stato un mistero. Ce ne eravamo accorti già nel 2006, al momento della pubblicazione del suo esordio discografico e ne abbiamo ulteriore conferma ora che ritroviamo Big Saloon di nuovo sugli scaffali dopo un' opera di restyling – musicale e grafico – ad opera dell'artista e del Madcap Collective. Allora come oggi trentaquattro minuti di musica sconclusionata, esplosiva, eccitata da cambi di ritmo repentini, in cui si mescolano obliquità melodiche di scuola barrettiana, pianoforti sotto anfetamina, fugaci scenari onirici, ritratti a pennarello che sbordano, finezze jazzate. Si segue il flusso delle parole tra pistole laser e batterie che sembrano macchine da scrivere (Topogò – Dancing Mouse) e ci si ritrova a bazzicare tra morbidezze quasi trip-hop (Moved From A Town); si saltella su ritmi sincopati e battiti di mani all'urlo di we are kids with the microphone (Bread & Puppets) e si finisce col citare vecchi sketch di Benny Hill (Lazy Jazy); si apprezzano crepuscolari malinconie al pianoforte (Turtle & Peach In Love) finché non arriva il turno delle balere cubane (Monster Munch). La nuova veste è una rimasterizzazione ad opera di Davide Cristiani del Bombanella Studio, un'operazione di chirurgia estetica che pur mantenendosi fedele alle vecchie registrazioni, dà nuovo lustro alla scrittura dell'Antolini, giocando sulla definizione degli strumenti, ripulendo le melodie, innalzando il disco da semplice home recording a opera di lo-fi “coscienzioso”. Il minimo per una musicista capace di conquistare con il suo charme anche i piani alti della discografia ufficiale.
Non è difficile cogliere il senso della presenza di Francesca Genti in Amen dei Baustelle. C’è un medesimo sentire che la accomuna al gruppo, come ci rivela la poetessa, raggiunta per mail: “Ascoltando a manetta tutti i dischi dei Baustelle mi ha colpito la nostra consonanza poetica, mi ha proprio stupita, per questo ho voluto mettermi in contatto con loro. La durezza e vitalità delle loro canzoni, penso - e spero - sia la stessa dei miei versi. Quello che mi piace in Amen è il coraggio di compromettersi con la contemporaneità, non solo criticandola, ma anche subendola. E cercando un senso sempre e comunque. Un atteggiamento veramente romantico e temerario. Penso che i Baustelle non si mettano mai in cattedra a criticare dall’alto lo stato delle cose, ma ci affondino dentro, patendo il mondo e tutte le sue contraddizioni”.
Un ritratto che traccia le coordinate della band toscana, che la Genti ha voluto conoscere da fan, attraverso una lettera: “Mi sono presentata cercando di fare una bella figura, quindi scrivendo una mia poesia. Mi sono proposta per una collaborazione, sebbene pensi che i Baustelle non abbiano assolutamente bisogno di un paroliere, perché i loro testi sono molto belli”.

Classe 1975, torinese trapiantata a Milano, Francesca (che cita tra i suoi numi tutelari Aldo Palazzeschi, Nanni Balestrini e Rossana Campo) ha all’attivo un paio di libri di poesie, Bimba Urbana (Emilio Mazzoli, 2001) e la raccolta che l’ha imposta all’attenzione, Il vero amore non ha le nocciole (Meridianozero, 2004), folgorante esempio di metapop poetico, piccoli affreschi metropolitani postmoderni espressi con grazia, che affermano in realtà una poetica dura e spietata, e uno sguardo critico verso la contemporaneità (All’Esselunga dell’amore: compro un gelato / a forma di sole. / (il sole vero / ha meno colore / il vero amore / non ha le nocciole). Ha da poco pubblicato su Coniglio Editore un libro di narrativa, Il cuore delle stelle. Aggiornatissimo catalogo dei maghi (2007), sorta di disvelamento ironico del mondo della magia odierna, con tutto quello che di ciarlatanesco comporta (“quello che volevo mettere alla berlina in questo testo, che è una parodia della letteratura new age, era proprio il lato prosastico e mistificante dell’esoterismo”), un lato della nostra “società dello spettacolo” che pretende di rendere tutto commerciabile, svilente. Va da sé, il volume ha intenti parodistici che hanno generato anche fraintendimenti (“l’operazione è riuscita talmente bene che nessun libraio ha capito che si trattava di un’opera di narrativa ed il libro è stato messo nel reparto dedicato all’esoterismo…”).
Dopo essersi proposta a Francesco Bianconi, la collaborazione si è quindi concretizzata nei versi di Dark Room, un incedere morriconiano da colonna sonora anni ’70 di cui è autrice e cantante Rachele Bastreghi (“Francesco mi ha mandato via mail una melodia: io ho scritto il testo che lui ha successivamente rimaneggiato”) e che sembra richiamare Io e te nell’appartamento da Sussidiario illustrato. La dark room come luogo chiuso del sesso, scelto espressamente dalla Genti, come ci rivela: “Ho ascoltato il pezzo, mi è sembrato morbido e malinconico e ho subito pensato che volevo metterci una stanza, un posto chiuso, fuori dal mondo. Rachele ha una voce molto gattosa e sensuale, quindi ho pensato di fare una canzone che parlasse di sesso. La mia idea era scrivere un nuovo Pensiero stupendo, ma a Milano, nel 2008”.
Chissà che questa proficua collaborazione non possa continuare.
Un provocatore di grana grossa, ma forse anche un genio. Artista oppure piazzista di se stesso e - perché no - entrambe le cose. Colui che - furbescamente - rivela il lato oscuro. Insomma, su Maurizio Cattelan si può liberamente pensare di tutto e questo sostanzia la sua arte, se di arte si può parlare. Se di arte si sia mai potuto lecitamente - con cognizione, autorevolmente - parlare. In ogni epoca e forma e luogo. Se ci prendiamo questa licenza è solo per il link attivato dai Baustelle in Amen, ovvero in Charlie fa surf, il famigerato singolo che cita inversamente (col titolo) ed esplicitamente ("…ma le mani chiodate…") un'installazione di Cattelan, Charlie don't surf (1997), dove si può angosciosamente ammirare un simpatico ragazzino incappucciato dalla sua felpa e seduto anzi inchiodato (appunto) ad un banco di scuola.

Il titolo dell'opera è - ve ne sarete accorti - a sua volta una citazione, anzi due: del pezzo dei Clash, ovviamente, ma anche dell'asserzione ultrasbruffona del colonnello-surfista Kilgore in Apocalypse Now, il capolavoro (forse) di Francis Ford Coppola. Episodio cui Strummer e soci s'ispirarono componendo il loro celebre - diciamo così - contrappasso. Tre piccioni presi con una fava messa lì un po' di sbieco, condimento poco evidente ma sottilmente invasivo, quasi invisibile (e infatti da me colpevolmente ignorato al momento di stendere la recensione di Amen) e non essenziale, però caratterizzante o comunque agente di rilievo nella misticanza di segni e segnali di cui il disco si sostanzia.
Tornando a Cattelan, tirare in ballo un nome come il suo significa inserirsi in un solco scomodo e assieme ammiccante, essendo le sue "provocazioni" - o se preferite "perturbazioni" - sempre estremamente popolari, conditio sine qua non per l'impatto shockante delle stesse. I codici sono immediatamente fruibili affinché il messaggio arrivi nel minor tempo possibile col suo carico di delizioso veleno, ad azione fulminea e/o differita secondo i casi. Fulmineo fu ad esempio il messaggio (e lo scandalo) di Senza Titolo (2004), tre bambini fantoccio impiccati ad un albero di Piazza XXIV Maggio a Milano, tanto che qualcuno pensò di arrampicarsi per estirparli (cadendo rovinosamente - e graziaddio - nel compimento dell'eroico gesto). Idem dicasi per il celebre papa Woytila abbattuto da un meteorite in La Nona Ora (1999). In entrambi i casi c'è altresì un riverbero semantico ed esegetico che agisce a vari livelli di concomitanza culturale, penetrando trame prettamente artistiche come già in opere più "esoteriche" quali A Perfect Day (1999) - dove il gallerista Massimo De Carlo venne letteralmente attaccato con lo scotch ad una parete - e La ballata di Trotski (1997), ovvero un cavallo imbalsamato appeso al soffitto con un'imbragatura.
L'importanza del contesto - una stanza barocca, la piazza di Milano - più che un retaggio situazionista sembra obbedire al progetto pubblicistico del Nostro, attento a tradurre scenograficamente le pulsioni espressive in gioco con fulmineo adattamento ready-made. Una velocità fruitiva che discende da moduli stilistici complessi ma ben riconoscibili, mai privi di agganci potenti con la cultura popolare che ne dissimulino la strutturazione. Nell'Adolf Hitler inginocchiato di Him (2001) e nel sacco riempito con macerie del Padiglione d'Arte Contemporanea (distrutto in un attentato terroristico) di Lullaby London (1994), lavorano simbolicamente e materialmente frammenti di memoria, archetipi o a rischio di amnesia, in ogni caso fondanti il tessuto della memoria collettiva come somma di esperienze culturali, sociali, individuali.
E qui torniamo ad Amen. Al lavoro di recupero e ricircolo operato con ossessiva e sempre più curata maniacalità da Bianconi e compagni. Alla critica/analisi cui sottopongono il presente partendo sempre da un confronto in atto con un passato a sua volta criticabile. Al senso di deriva - ecco un altro rivolo situazionista - in ciò che accade. All'assurdità che permea le relazioni tra individui e oggetti nello spazio vitale, quasi non fosse altro che uno spazio mentale. Sentitevi liberi di sentirci un disperato assalto alla fortezza del senno smarrito. Velleitario, dispersivo, equivoco forse. Anche furbo, nella peggiore delle ipotesi: ma generoso e quindi vivo. Se vi par poco.

Una volta la mia amica Shelley Jackson mi confidò di avere capito una cosa: i Cuori Neri, mi disse, quelli più pesanti del peso stesso, sono troppo pesanti perché la realtà li possa sostenere, e così la bucano, sprofondando nelle voragini della vita, fino al sogno che le sta sotto. “Pensa – aggiunse – se ci sedessimo sul bordo e se gettassimo una lenza sapendo quale esca usare, se anche prendessimo all’amo il cuore, riusciremmo a sollevarlo?”. Mi piacerebbe reincontrare Shelley, non la vedo da un po’. Ricambierei il favore donandole qualcosa che rappresenti esattamente l’incarnazione estetica più alta di quello che lei chiama Cuore Nero. Talking about Baustelle, sì. Le regalerei il loro ultimo La Malavita: qualcosa di italiano che all'estero non soffra di reumatismi, allo stesso tempo internazionale e contemporaneo nei suoni, moderno nelle strutture, esagerato nel songwriting e assolutamente letterario nei testi. Alla lettura dei quali, son sicuro, Shelley rimarrebbe un po’ così.
Sono tante le cose che questo disco porta con sé. Innanzitutto una rottura, con la dipartita di Fabrizio Massara, piccolo grande genio dei suoni, colui che ha profondamente inciso sui Baustelle sintonizzati su frequenze vicine ai Pulp. Ma se da un lato è crollata una certezza, e alla band toccherà ripensarsi dal vivo (Massara ha partecipato alle registrazioni del disco), dall’altro c’è un Francesco Bianconi che ha preso definitivamente il volo. Citazionista di buon gusto, lettore malato di vita e attore in primo luogo di se stesso, dandy dalla morbosa attrazione verso le donne e verso il sesso, il cantante - sempre più testa, voce ed espressione di quello che i Baustelle sono e vogliono rappresentare - esplode in quanto a presenza, e il suo Cuore Nero buca le tessitura del disco sprofondando fino al sogno ultimo della sua vita, che Bianconi ci narra con una classe e uno stile oltre i confini dei generi.
La prova di questo grande talento sta nella dimestichezza con la quale Bianconi racconta Milano, città in cui ha vissuto nell’ultimo periodo per lavoro e per costrizione, ma anche per amore: Milano che il primo anno quanto è difficile, Milano che dopo le sei si colora di vita, Milano che portami via e Milano che in fondo un po’ di bene te lo voglio. Porta Ticinese, i Navigli si sostituiscono agli scenari delle storie baustelliane - vedi il carcere nelle Vacanze dell’83 -, sempre però ancorate a una visione pessima del mondo, ai suicidi, al sesso, alla droga, alle sigarette, al male di vivere e alla bellezza salvifica dell’arte (“estetica anestetica”).
Il disco oscilla tra aperture orchestrali e frasi memorabili, ritornelli già cult e contrappunti strumentali che dimostrano quanto i Baustelle siano cresciuti, anche tecnicamente, in questi anni coronati da due dischi stupendi (prodotti da Amerigo Verardi al contrario della Malavita, che vede Carlo U. Rossi dietro il mixer). Non è un caso che a proposito dei Provinciali - canzone incredibilmente pop, per chi ha vissuto in provincia si trasformerà subito in un inno – Bianconi abbia dichiarato: “Ai tempi di Sussidiario ne avevamo registrato una versione che faceva cagare. Molti pensano che il Sussidiario fosse volutamente naif: in realtà suonavamo davvero male”.
Ma il disco annovera altre piccole storie che in realtà hanno grandi obiettivi, come Il Corvo Joe (scritta per Celentano) e il capolavoro A vita bassa (cantata in duetto assieme a una Rachele sempre più grande voce della musica italiana), l’unica canzone che riesca a raccontare senza retorica - ispirandosi a un articolo di giornale - il dramma esistenziale non capito, ma somatizzato dagli adolescenti, ai quali - in un mondo di divi, starlette e pin up ("la personalità se la può permettere solo una piccola élite") – non resta che portare lo slip D&G sopra la vita dei jeans.
In un disco stupendo, di immaginario e musica, i Baustelle hanno fermato il mondo in crisi. E senza esserne perfettamente consapevoli, lo hanno salvato. (8.0/10)

Questa sarà una recensione più lunga del solito e - già lo so - mi lascerà insoddisfatto. Tante, forse troppe le cose in gioco. Ad esempio, una che c'entra di rimbalzo riguarda la mia idiosincrasia per i Baustelle, nata in coincidenza del loro frugale esordio ed irrobustitasi ad ogni uscita, a causa di quella posa nostalgica, appiccicaticcia e sdegnosa che nel qui presente Amen - quarta prova per la band toscana - viene letteralmente travolta, sommersa da un approccio ultrapop massimalista (orchestra d'archi, ance e ottoni, elettricità sfrigolante ed elettroniche vintage, apprensioni acustiche e tribalismi percussivi...), composito fino al surreale, strizzato tra commozione e disincanto fino a conseguire uno sconcerto bruciante. Risultato: la mia idiosincrasia dissolta, svaporata come neve al centro dell'inferno, tanto per citare quel tale.
E pensare che il singolo Charlie fa surf mi era sembrato (e mi sembra) l'apoteosi del loro lato detestabile, con l'emerita insulsaggine d'una Boy Band trasfigurata tra iridescenze e campanellini, quel sarcasmo che oscilla tra ammiccamenti e cattiveria a stomaco vuoto, mirando sia certi giovani che certo antigiovanilismo a perdere. Invece, l'album è una girandola di segni, forme, memorie, provocazioni e confessioni, frullati col preciso scopo d'incendiare il malanimo di meraviglia, ottenendo dalla combustione una miscela pop totale, ossia gracile e veemente, indolenzito e crudele.
Qualche esempio: l'iperdance wave-pop screziata bossa tra tastieroni Bluvertigo e canto laconico Mario Castelnuovo di Baudelaire; la carburazione Battiato-Garbo ad elettricità battente e spunto melodico dolciastro di Colombo; la cosmicità amniotica Air e l'enfasi sinfonica Alan Parson Project di L; la gloriosa Knock On Wood riarticolata nel bailamme popadelico Flaming Lips tra chimere morriconiane in Spaghetti Western (una delle due ghost track "in negativo"); l'ultra brit-pop a due voci (il canto di Rachele torna spesso felicemente in prima linea) e sentori esotici de Il liberismo ha i giorni contati.
Nostalgie disseminate come segni di un codice da decifrare, per scrivere l'anamnesi di una malattia annidata nel vivere (tu chiamala, se vuoi, la malavita). Ed ecco quindi la straziante Alfredo, ibrido De André/Bersani in guisa di valzer piano, voce e organino, dedicata alla dirimente vicenda di Vermicino, quando la televisione si deificò nel reale e viceversa, ferendo a morte - in chi scrive - l'idea stessa di Dio. Ed ecco lo struggimento finale di Andarsene così, ovvero come anelare un utopico suicidio esistenziale/emotivo/sentimentale in una languida gelatina che tremolando rammenta i Pooh di Parsifal, i Dik Dik, i Duran Duran di Save A Prayer, certi King Crimson più potabili… Eppoi quei disarmanti cambi di registro, robe tipo una Mietta se la producesse Wayne Coyne (L'aeroplano, dai potenziali radiofonici enormi) o la blaxploitation exotica di Ethiopia o ancora l'esplicito omaggio a Lee Hazlewood di Panico!, deliziosamente interlocutorio con le sue carezzevoli arguzie pop-soul-mambo.
Vuoi per il mero numero dei pezzi (15 più due bonus più la cover di The Boy With The Thorn In His Side riservata a chi acquista su ITunes), per la quantità di trovate d'arrangiamento, per i preziosismi (il vibrafono di Mulatu Astatkela, la fisarmonica del venerabile Alessandro Alessandroni, il piano di Beatrice Antolini, un oboe toccante lì e un Minimoog visionario là...), per le sistematiche svolte, le appendici "d'arredo" ed i mash-up stilistici (vedi l'ultra glam di Antropophagus che diventa tribal dance tra Byrne e Rettore prima di una coda dance che - come già in Baudelaire - sembra quasi divertirsi ad attualizzare Moroder), è un disco che tende all'enormità, da cui ti allontani per guardarlo meglio, per gestirne il frastuono che brucia la fama facilona da Pulp nostrani, sparando razzi traccianti che bruciano il culo a mille idoli di ogni epoca (dai Sessanta ai Novanta, fermandosi quasi in ogni stazione) e grado, un massimalismo appunto che non soffoca mai del tutto il disagio minimale di chi si è fatto il percorso antico dalla periferia alla città, portandosi dietro tutto il timore, le paranoie, tutto quel nostalgico sdegno - ebbene sì - di cui sopra.
Un percorso di chilometri ed epoche, di generazioni, di valori mitologici e comunque sbriciolati, di simboli e feticci divorati dalla storia ma annidati nella memoria. Ecco il punto: a forza di sciorinare artifici, scenografie ed espedienti, questo disco ti convince della propria sostanziale genuinità. Ti suggerisce continuamente che la sua ambizione è un depistaggio. Consideratelo, se volete, il Sgt Pepper dei Baustelle. E fatevi tutte le proporzioni che vi pare. (7.5/10)