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Bassholes

di ©2000-5 Pasquale Boffoli e Lorenzo Filipaz
Un bianco degenerato che si riappropria dell'essenza più perversa ed ipnotica del blues nero del Mississippi di inizio '900 col piglio incendiario di un Jeffrey Lee Pierce. Questo sono i Bassholes di Don Howland.
Foto: Bassholes

La Forza Segreta Della Depressione Blues

di ©2000-5 di Pasquale Boffoli

I Bassholes sono da sempre Don Howland, chitarrista minimale e rumoroso, vocalist dall'inconfondibile timbro stridulo. Tra la fine degli '80 e la meta' dei '90, lui e monsieur Jeffrey Evans nei Gibson Brothers (Columbus, Ohio) scarnificavano le imprescindibili roots country e blues dandone una versione bianca malata ed urbana; Howland ha in seguito definito con Bassholes una personalissima visione punk-acida del blues attraverso opere già classiche come la triade Blue Roots (1992), Haunted Hill (1995), Deaf Mix vol.3 (1997), incisa per un'etichetta di nicchia specializzata in questo tipo di sonorità malate, la In The Red Records di Larry Hardy.
In queste incisioni é lo spirito originario del delta blues, paludoso ed ossessivo, ad essere esaltato e trasfigurato come solo Jeffrey Lee Pierce aveva saputo fare in passato con i suoi primi indimenticabili Gun Club in Fire Of Love e Miami. Dimenticate le solite 'dodici battute' eseguite con piglio bacchettone e purista: Howland va al cuore della faccenda: tira fuori la sua natura di bianco degenerato che si riappropria dell'essenza più perversa ed ipnotica del blues dei neri del Mississippi nei primi decenni del '900: Lightnin' Hopkins, Robert Johnson, Elmore James....attraverso uno stile psicotico e sotterraneo.

Copertina: Long Way Blues/1996-1998

Nel 1998, Don Howland ed il suo fido compagno di colore, il batterista Bim Thomas approdano all'eclettica etichetta Matador incidendo il superlativo Long Way Blues/1996-1998, che raccoglie appunto preziose, mature elucubrazioni psycho-blues di un biennio magico: Cabooseman Blues, Afrodite, Or Was It Just a Dream?, Long Way Blues sono bizzarre esternazioni basate talvolta su solitarie riverberate frasi e ritmiche chitarristiche, grotteschi vocalismi.
Big Carnival Overture é frutto di manipolazione e si avvale dei campionamenti di DeeJay Tard. Turpentine sconfina apertamente nel garage: Don Howland é unico quando riesuma Strychnine con quel suo timbro acido e nel finale le sue chitarre vanno fuori di testa..
Non a caso in occasione dell'uscita di Long Way blues, a proposito di Howland scriveva Eric Davidson nel sito della Matador: ...si autodefinisce ' cannibale d'arte' e mai come in questo nuovo pacchetto di songs, Long Way blues '96-'98, non ha perso un'occasione per macchiare le formule dei puristi del garage-rock con la sua bile inventiva... ed ancora :... ogni incisione di Bassholes ha offerto un elegante caotico distillato dei molteplici gusti di Howland, da Skip James alla disco, dai Germs a Bob Dylan... lui é una sorta di uomo del Rinascimento che ha scritto per il Village Voice, Spin, New York Rocker e non é mai stato da meno di Bukowsky in quanto a cubetti di ghiaccio...(!?!?).... Howland fortificò il suo zelo di diciassettenne ascoltando il suo primo disco dei Velvet Underground: fu così che capì che reale bastardo poteva diventare...


Copertina: When My Blue Moon Turns Red Again

Con When My Blue Moon Turns Red Again, datato 1998, ma uscito quasi un anno dopo, Bassholes tornano all'ovile In The Red R.: si tratta di uno dei migliori prodotti in assoluto punk-blues della benemerita etichetta americana. Questo doppio album ci consegna un trio motivatissimo dal tiro micidiale, orbo di basso come al solito, con l'anfetaminico Bim Thomas alla batteria e gli azzeccati sapidi interventi saxophone/harmonica/organ di Jon Wahl: ma soprattutto c'é un Don Howland lucido, viscerale come mai prima autore ed esecutore di sghembi blues epico-elettrici orgogliosamente punk, che riesce persino a resuscitare Ian Curtis ed a fasciarlo di blues in Interzone.

Copertina: The Secret Strenght Of Depression

I successivi scampoli di blues-madness di Don sono contenuti in The Secret Strenght Of Depression (Sympathy for The Record Industry, 2000): si tratta di registrazioni live effettuate presso la stazione radio KSPC di Claremont, Pomona il 16 agosto 1997. Howland e Bim Thomas appaiono in forma smagliante e violentano, stracciano alla loro maniera cruda e vissuta di sempre classici di Don come Nakema, (I'm Gonna) Write Me A Letter, Microscope Feeling, Evil Eagle, Bowling Ball da When My Blue Moon Turns Red Again ma anche i vecchi Haunted Hill, Lightswitch nonché il traditional Stack O Lee.

 

Copertina: Bassholes (Dead Canary, 2005)

Con l’omonimo Bassholes uscito da pochissimo, Howland e Thomas continuano la loro perenne peregrinazione attraverso le labels americane più integerrime, approdando alla Dead Canary del suo concittadino Lou Poster, leader e chitarrista dei Grafton ed intrecciando con lui ed il suo trio le sue vicende artistiche (parecchi gigs insieme; Poster e Donovan Roth che collaborano ad alcuni brani del disco). Bassholes è opera che continua con devozione l’operazione decisamente non ortodossa di contaminazione di densi umori blues e folky con l’elettricità meravigliosamente svogliata della chitarra ed il vocalismo grezzo e chioccio di Don Howland. Il suo primitivismo sonoro sembra però assumere in questi 14 brani una forma più compiuta e matura, grazie anche a sapienti interventi di vari strumentisti, come negli stupendi arrangiamenti dei due traditionals, il carismatico Broke Down Engine di Blind Willie McTell e John Barleycorn (Bo Diddley jungle-style), nelle polemiche e perentorie Fascist Times e Hell’s Angel, nei torridi intrecci guitar-harmonica (Pete Remenyi) di Caravan Man, nel country fascinoso ed acido di Daughter, con Carl Yaffey al banjo. Ed ancora, un incredibile contagiosissimo impeto punkoide in Purple Noon, freschezza ispirativa ed agili movenze in High Up in The Treetops per finire con la paludosa ipnotica Dingleberry Jam, con le due chitarre di Howland e Derek Dicenzo. I sette anni di attesa sono valsi tutti: Bassholes (uscito in contemporanea con un mini-tour europeo che ha toccato anche l’Italia) è il nuovo capolavoro di Don Howland, un’opera di certo scevra dal profondo lo-fi degli anni ’90 ma densa, sfaccettata e penetrante. (7.0/10)

Per vizio di completismo segnaliamo infine un solo-album di Howland uscito per la Birdman nel 2001, The Land Beyond The Mountains e la recente antologia di 45 giri e materiale inedito Broke Chamber Music per la piccola etichetta newyorkese Secret Keeper.

Copertina: Grafton – Blind Horse Campaign

Imperdibile release della Dead Canary Records, anche se risalente al 2003, è poi Blind Horse Campaign, primo lavoro sulla lunga distanza (dopo due singoli ed un vinile ) dei Grafton del fondatore della Dead Canary Lou Poster. Un disco dal suono possente, colmo di riff così taglienti da far male: il tiro di I’ve Been Lookin’, Slowpoke, Sinker, Down the road, The day they ran us out of town è un cocktail micidiale di punk ed hard malato e stravolto da riportarci a certe atmosfere dei Cheater Slicks. Poster poi ha una voce talmente grezza ed ubriaca da far invidia ad un Lemmy in stato di grazia. Ecco, forse è proprio così che i Grafton di Blind Horse Campaign a volte suonano: dei Motorhead a stelle e strisce, inaciditi o tagliati male come una droga pesante.

L’amore di Poster per il blues e le sue radici è tradito comunque sia da un episodio breve ma significativo come l’acustico The Captain and Big Muskie ,giocato ipnoticamente su un solo accordo con tanto di slide ed armonica che dal potente e perforante boogie finale di Lord Baltimore. Un lavoro imprescindibile sia per gli appassionati di hard-punk che per quelli di noise-blues, capace di scrollarvi di dosso tanta di quella merdosa frustrazione da riempire un cassonetto. (7.0/10)

Foto: Bassholes dal vivo
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Live: Bassholes (+ Jeffrey Evans), Orto Klub, Lubiana, 16 Febbraio 2005

di ©2005 Lorenzo Filipaz

All'Orto Klub di Lubiana i Bassholes sono stati artefici di una fenomenale gig di garage-blues: roba marcia, stridula e tonitruante come mai udito prima. In apertura un busker barba-fino-all'inguine-munito propone un hillibilly nasale e polveroso, accompagnadosi solamente con la sua Fender e ripetendo continuamente "I've lived a rich life", chi è? chi non è? è Jeffrey Evans, ex compagno di Don Howland nei Gibson Brothers e poi nei '68 Comeback e nei CC Riders , ora ubriacone solista (più volte si è fatto fotografare orgogliosamente con in mano una bottiglia di birra Lasko, che solo un alcolista all'ultimo stadio può esaltare); lo ritroveremo a fine concerto nel ruolo di venditore di dischi, costernato, mentre mi dice "sorry, I haven't When My Blue Moon Turns Red Again".

I Bassholes salgono sul palco senza salutare, il Go! Team gracchia in sottofondo (???), Don Howland indossa una giacca di raso grigia su un camicione da Mariachi (!), minuscoli occhialini tondi scuri, pizzetto senza baffi e ciocche di neri ricci elettrostatici che si dipartono orizzontalmente dalla fronte stempiata, pare uscito da un film di Ramirez o Besson. Immaginatevi poi un Bill Cosby delinquente e avrete Lamont "Bim" Thomas, il batterista "epilettico" che sale poco dopo; provano gli strumenti 10-secondi-10, giusto per pagar tributo alla prassi (e che ti frega dell'accordatura se un attimo dopo devi scordare lo strumento?) e "Bim" inizia a pestare la batteria, ridotta all'osso ma fracassona come non mai nelle sue mani; Howland lo segue con un riff di rockabilly deviato: è la cover di Blind Willie McTell che apre il nuovo Lp, la Broke Down Engine travolgente 'si che tutti (e quattro i gatti venuti a vederli) si ritrovano a fine pezzo a ripetere "Lordy-Lordy-Lordy-Lord, Lordy-Lordy-Lordy-Loooord". Bim si alza e fa ciao-ciao con la mano ipercineticamente , si risiede, si mette a ridere da solo con tutti i suoi 75 denti mentre ci dà giù di rullante, innalza e cala la bacchetta a perpendicolo, strabuzza gli occhi come un tarantolato: è un pazzo, ma Dio o chi ne fa le veci è con lui, Howland è invece glaciale, preciso come un'autopsia, cool. Bluebird, Daughter, Out On The Treetops, le nowhere hits del recente disco s'inframmezzano soprattutto ai pezzi gloriosi dal primo album Blue Roots del '92, oltre che al rimanente back-catalogue. La catarsi definitiva arriva con Interzone, si, il pezzo dei Joy Division che qui sembra un pezzo di Son House (!!!), ancora due canzoni e lo show si chiude senza repliche, un fulmine: secco, elettrico, carbonizzante.