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Nuovo disco per Barzin, il seguito dell’esordio omonimo del 2003. Accasato presso l’inglese Monotreme, l’artista canadese prosegue nel suo percorso che mescola il dream pop dei Radio Dept. più languidi con lo slow core trasognato e disperato dei Red House Painters. Questo è My Life In Rooms.
E sebbene il lavoro non sfoggi nulla di memorabile, mette però in mostra un talento non comune nello scrivere morbide canzoni da ascoltare al chiaro di luna, tra sconsolati sospiri per amore e brezze primaverili che accarezzano guance e chitarre, sorrisi e batterie elettroniche. Ce n’è per tutti i gusti: dalla serenata di Acoustic Guitar Phase alla slide guitar raffinata di Won’t You Come, passando per l’evocativa marcetta notturna di Sometimes The Night... e per la ballata da cuori infranti di Leaving Time.
Un album piacevole. Un piccolo scrigno di eleganza, buon gusto ed emozioni. Roba preziosa, quindi, e facilmente consigliabile.
(7.0/10)

La Monotreme Records, in vista della prossima autunnale pubblicazione del terzo album del canadese Barzin, ha visto bene di distribuire in Europa il suo primo omonimo lp, uscito nel 2003 sotto l’egida della Where Are My Records di Toronto e mai arrivato fisicamente nel Vecchio Continente se non per importazione. Per chi non avesse mai avuto l’occasione di imbattersi in Mike Findlay, il vero nome a cui si deve attribuire la nascita di questo progetto (nato come solista e successivamente allargatosi grazie alla continua collaborazione dei suoi fidi musicisti tutti gravitanti in band canadesi), sarebbe opportuno sapere che la sua musica si basa principalmente su un sad-core liquido e malinconico tendente soprattutto alla creazione della ballad perfetta: introspettiva, lenta e nostalgica oltremodo. Questa è la cifra stilistica di Barzin: un ideale punto di incontro tra i Red House Painters, gli Sparklehorse più intimisti, gli Spain e i Low. E dobbiamo ammettere che il Nostro riesce nell’impresa di ritagliarsi un proprio originale spazio tra i nomi succitati, grazie soprattutto a un approccio ambient che impreziosisce ancor più quel dilatato intrecciarsi di tasti e corde sfiorate, pelli spazzolate e steel guitar su cui la sua voce sommessa si inserisce dolcemente. Ovviamente stiamo parlando col senno di poi, visti gli ottimi risultati raggiunti anche col secondo lavoro My Life In Rooms (Monotreme, 2006). Ma già in questo debutto erano ben evidenti le sue buone doti compositive: otto struggenti tracce che, nonostante una certa somiglianza di fondo, riescono a toccare in profondità (su tutte le commoventi Pale Blue Eyes, Past All Concerns e Morning Doubts). In attesa del terzo album, una suggestiva occasione per ricordare. (6.7/10)