Ovvero, come si possa crescere disegnati male in quel di Manchester adorando il Boss di un altro mondo, e nonostante ciò diventare uno degli autori pop in attività più importanti del Regno.

Damon Gough piove sul mondo a Bolton, appena quindici
miglia a nord di Manchester, dove si trasferisce giovanissimo. Nei
Settanta è un ragazzino al quale non mancherebbero certo glorie
locali da idolatrare, dagli Smiths ai Fall,
dai Joy Division agli A Certain Ratio.
Tuttavia il Nostro preferisce abbracciare il culto di Bruce
Springsteen.
Pur con qualche scappatella e/o effetto collaterale (da Bob Dylan ai Police),
sarà un amore longevo e nutritivo, se è vero (come è vero)
che sotto al futuro pastiche stilistico - una tenera schizofrenia che lo porterà a
flirtare con folk e hip-hop, funky soul ed elettronica con disarmante naturalezza
- ci sarà pur sempre un solido sostrato cantautoriale, una cura per
lo scrivere canzoni che assieme al sacrosanto talento lo porrà ben presto
un gradino sopra a molti pari età.
Intorno alla metà dei Novanta, Damon è già determinatissimo
circa il proprio futuro: si vuole musicista e non altro. Gli mancano però almeno
due cose, e fondamentali: un nome-come-si-deve e l'incontro-che-cambia-le-cose.
Per il primo risolve facile, ricordandosi di un cartone animato dei Settanta
(Sam and His Magic Ball) e - probabilmente - di quanto vi
si scontrasse e identificasse. Quindi, Badly Drawn Boy: un
ragazzino disegnato male in un mondo complicato. Elementare, ingegnosa, ingenerosa
e volendo un po patetica (rap)presentazione di sé.
Quanto al secondo elemento, avviene di colpo e quasi per caso, come unesplosione
di affinità elettive: loccasione è lincontro con Andy
Votel - grafico e dj -, con il quale lintesa si rivelerà fin
da subito totale. Due giri di birre e fondano la Twisted Nerve,
etichetta con la quale Badly Drawn Boy esordisce sparando tre EP in rapida
sequenza.
Come a sottolinearne la natura di tiri daggiustamento, sono intitolati
stringatamente 1, 2 e 3:
balbettii folk, bossanove stranite (come minimo), densi sgangheramenti psych,
soul teneri e inconcludenti, lo fi senza possibilità (e neanche desiderio)
di redenzione. Lavori interessanti, certo, pervasi da un entusiasmo acerbo,
da una consapevolezza già solida della propria inguaribile fragilità.
Tuttavia materia grezza nella quale solo grazie alla luce di ciò che
verrà possiamo intravedere quei tipici germogli genialoidi.
E ciò che verrà è The Hour of Bewilderbeast.

Nella prima metà del 2000, con il mercato musicale britannico in gran
fermento fra aspettative (Coldplay), promesse da
mantenere (Radiohead) e nuove stelle (Sigur Ròs), il nostro Damon pubblica il
primo long-playing, riuscendo a strappare in egual misura plausi
al pubblico e alla critica.
Vincitore del Mercury Prize, The
Hour of Bewilderbeast si rivelerà in prospettiva l’episodio più fortunato della carriera:
scritto, suonato e arrangiato
interamente dal musicista, è un miscuglio di freschezza, immediatezza, coraggio,
ingenuità e ricercatezza, compendio di un talento
a 360° che allora sembrava sconfinato. Da un lato una varietà di
stili e di registri al limite della schizofrenia, dall’altro un sottile
equilibrio in cui le diciotto tracce convivono: non propriamente
un concept, piuttosto una sorta di epopea fantasy il cui protagonista è sempre
lui, il ragazzo disegnato male, che gioca coi suoni per dar vita alle proprie
storie prima ancora di affidarsi a forme più "classiche".
Dall’apertura pastorale di The Shining, sorta di Nick Drake
& Beta Band, i brani si susseguono irregolarmente, in un alternarsi
di interludi più o meno strumentali (il tema Bewilder, poi
ripreso più ampiamente in Bewilderbeast, un country-garage
dai toni indianeggianti; la beckiana Body Rap; la breve filastrocca
alla Simon and Garfunkel This song; l’onirica Blistered
Heart) e brani compiuti, tutti diversi tra loro, eppure riconducibili
a un'unica fonte: Once Around The Block è Elliott Smith che
flirta col jazz; Magic In The Air una ballata bacharachiana per piano e
voce che mantiene ciò che promette il titolo; Say It again si
trascina indolente alla Tom Waits, con un bell'arrangiamento bandistico di ottoni; Everybody's Stalkingè indie rock di ottima fattura.
Ancora, Pissing In the Wind (ribattezzata Spitting per, supponiamo, perbenismo) è il più classico dei
country; Disillusion un irresistibile e variopinto brano disco esistenziale. Il tutto
è, se non memorabile, almeno degno di nota, fino all'appropriata conclusione bucolica di Epitaph,
con il suo malinconico coro di bimbi (tratto che si farà distintivo nei dischi a venire). C'è poco da stupirsi, dunque, se si è parlato (e si può ancora parlare di)
esordio strepitoso. (7.7/10)

Se The Hour Of Bewilderbeast rappresentò,
a detta dell'autore, un "classic piece of work", una
raccolta di diciotto tracce fuori dal tempo, proprio quella testarda
ricerca di genuinità e perizia, esposta in una varietà di
stili, ne costituì un velato tallone d'Achille.
La stessa funambolicità ritroviamo in About a Boy,
con l'importante differenza che la colonna sonora in questione segue un canovaccio
preciso che si propone di tradurre un'interazione particolare: quella tra un
ragazzo emarginato e un Peter Pan viziato di 38 anni.
Affidatogli il compito di musicare il lungometraggio basato sul romanzo di
Nick Hornby, BDB decide di affidarsi alla produzione di Tom Rothrock (Eliott
Smith, Beck) e focalizzare la propria creatività giocandosi la carta
che meglio conosce: la leggerezza. Aspetto che costituirà il tratto
distintivo di questo lavoro, immagine che contraddistinguerà il disegno
complessivo: un buffo ritratto della giovinezza nel bene e nel male, nella
gioia ludica e nella solitudine dell’abbandono, senza tempo e senza età.
Sagome ben contornate e tanti colori vivi, strati e strati che sfumano l’uno
nell’altro, delicate pennellate buttate giù come se i personaggi,
l’ambiente fossero chiari fin dall’inizio: tali sono le canzoni
di quest'album, checché ne dicano molti critici; un perfetto contraltare
musicale dell’Hornby narrativo, fluido e ironico come lo scrittore di "Alta
fedeltà". E basti ascoltare brani come Something to talk about -
attacco quasi country e profusione di strumenti come in un negozio di dolciumi
-, Above you below me - contrappunto di chitarra e walzer in stile Crowded
House -, Silent Sigh - efficacissimo vocalizzo sussurrato
tra Bono e Robert Smith - e Walking out of Stride - profusione di
campanelli e xilofoni da Paese delle Meraviglie - per realizzare che il pop
di questa raccolta è sempreverde, Prozac musicale per curare ogni depressione.
About A Boy non è soltanto una collezione
di canzoni, rappresenta anche un’ottima colonna sonora formata da un
motivo ricorrente che si giustappone in variegati interludi e brani strumentali:
come nel caso di Exit Stage Right, introduzione per vibrafoni, raddoppiato
in Dead Duck con l’aggiunta dell’orchestra, e da I
love Nye, ripresa strumentale guidata questa volta dalla chitarra e dal
pianoforte.
Non dimentichiamo infine i divertissement: il curioso, ma non indispensabile,
pop di A Peak you Reach, con riff da jingle pubblicitario, o un brano
tra l’ebete e il sornione come File Me Away. Non ultimo, Delta
(Little Boy Blues), entertainment per cow-boy anni ’80 coi baffi
disegnati.
Un album piacevolmente imperfetto, con almeno un paio di momenti indimenticabili.
(7.5/10)

Spiazzato e incantato dallo stupendo About A Boy -
di gran lunga più compiuto ed espressivo dell'omonima
pellicola per cui è stato composto - attendevo la seconda
prova "ufficiale" di Mr. Damon "disegnato male" Gough
con una certa impazienza.
Per amore di paradosso, il tocco poetico di BDB - opalescente, svagato e tenerone
- è sembrato giovarsi degli steccati formali imposti dalle regole della
soundtrack (scavalcati e aggirati con levità straordinaria), salvo poi
impantanarsi nel plot da egli stesso concepito (il gap tra aspirazioni e realtà,
tra desideri e vita familiare, tra sogno e vita) per questo Have You
Fed The Fish?, alternando con piglio forzoso umori e ambientazioni
fin troppo diversi (tanto per dire, dal RnB quasi funky di Using Our Feet al
rockaccio umorale di Born Again, passando dall'impalpabile intermezzo
di Centrepeace), consegnandoci così un album stuzzicante, ma
slegato, patchwork di appunti intriganti, assemblati in un canovaccio poco
plausibile e coeso.
Alla fine un mezzo pasticcio, un lavoro decisamente irrisolto. E pensare che
prima la follia frizzante di Coming In To Land e poi il dolceagro dipanarsi
della title track (sorta di enfatica ouverture tra Broadway ed Elton John,
attraversata da strani disturbi e inquiete increspature di chitarra) facevano
ben sperare. Poi però il filo pare perdersi, sfibrato da una sorta di
horror vacui produttivo che cuce e riempie ossessivamente ogni strappo, ogni
cedimento, ogni pertugio, soffocando i buoni propositi e le gustose intuizioni
che pure ci sono (eccome se ci sono).
Vedi la peraltro trepidante You Were Right, che disperde in lungaggini
eccessive un capitale melodico non da poco, senza riuscire a far sposare il
crudo mulinare di corde con l'enfatica scivolosità degli archi; oppure
la conclusiva Bedside Story, decisamente sovrarrangiata (archi sfilettati,
piano alla Eels, emulsioni cosmiche di synth, gocce di finto vibrafono
e chitarra scabra) rispetto alla piattezza dell'incedere; o infine l'insulsa
innocuità di What Is It Now?, forse inclusa in scaletta per esigenze
narrative, altrimenti non si spiega.
Va da sé che il talento è una bestia dura ad arrendersi, e infatti
capitano momenti di pura soddisfazione: a How?, posta non a caso al
centro del disco, non manca davvero nulla, dalla splendida malinconia dei versi
a cavallo di un tiepido tre quarti, al decollo fuzzy del bridge in un due quarti
stringente, con trombe e archi a disegnare faville per poi finire sbuffando
speranza come un robusto mantice psych.
Il resto si difende benino, forte della vitalità e della simpatia disarmante
del Nostro, coniugando immaginari XTC a trepidi groove soul (The
Further I Slide), marce bislacche e piglio country (40 Days, 40 Night),
folk, RnB e disco music (All Possibilities), psichedelia sorniona, piacionismo
esotico e scazzonismo vaudeville (Tickets To What You Need) senza colpo
ferire, intrattenendoci con l'arrendevole sfacciataggine e la delicata follia
di un poeta del disagio (quotidiano).
Chissà, forse domani ce lo ricorderemo come l'episodio minore di una
mirabile carriera. Intanto rimane un disco (solo) abbastanza ascoltabile. Però,
che peccato. (6.1/10)

Mettiamola così: il ragazzo disegnato male ha i propri tempi, i propri spazi, le proprie dinamiche ambientali/affettive. Nella sua musica avviene immancabilmente questo incontro/scontro tra intimo e pubblico, tra rock e focolare, nutrendosi – non potendola risolvere - della stessa contraddizione che pone. Vengono un po' in mente i "panni sporchi" sbandierati con disinvoltura dal Lennon solista, più o meno lo stesso centripetismo "domestico" che però in Mr. Gough prova a comprendersi, spiegarsi quale punto di vista attendibile, plausibile, auspicabile dello/sullo stare al mondo.
Se in Have You Fed The Fish? questa poetica finiva per implodere, non azzeccando né la forma né l'equilibrio, con quest'ultimo One Plus One Is One il caro Damon fa capire da subito di aver ritrovato, se non le chiavi giuste, quanto meno la verve. Perfino troppa, per certi versi, visto come nelle quattordici tracce in scaletta il tipico fiabesco palpitante si stempera in una sorprendente attitudine folk-prog, aperta a concessioni psichedeliche ora diafane, ora brucianti.
E' pur sempre pop, ma c’è un retrogusto piuttosto dimesso - quasi un coprifuoco emozionale - che cova sotto il piglio giocoso di chi architetta suoni con lo spirito d’un bambino nella propria cameretta, poco prima o poco dopo Natale. Con lo stupore di chi scopre la possibilità di farsi vivere mondi intorno e dentro, senza scordare però il mondo vero.
Un gioco che funziona finché la scrittura tiene botta, come nell'incanto opalino di Easy Love (un David Crosby anestetizzato da suffumigi Fairport Convention) o nella pulsante Summertime In Wintertime, il cui groviglio cinematico attraversa bailamme beat e prog-pop flautato à la Jethro Tull bazzicando alla volé rigurgiti electro-slacker beckiani. Vanno bene anche la title track, sorta di Lennonriammodernato Eels, e la struggente This Is The New Song, che ci piace immaginare interpretata da un Elliott Smith in fregola Left Banke.
Altrove però il citazionismo si fa dispersivo, a tratti stordente, tanto da ostacolare una peculiarità espressiva forte, distogliendo dal midollo della questione. Si veda in particolare Logic Of A Friend, la cui ovvietà melodica non giustifica il frankenstein country-prog dell’impalcatura (tra Peter Gabriel, Neil Young e gli ultimi 90 Day Men), oppure l’andatura da valzer depresso di Take The Glory, latrice di un fascino che troppo presto - ahinoi - collassa (effetti spacey tra progressioni electro e fantasmagorie jazz, un po’ Traffic sotto valium e un po’ Floyd sottovuoto). Così come piuttosto fuori fuoco suona la conclusiva Holy Grail, svacco strutturale lungo oltre otto minuti con flauto in resta, slide filante e coretto di cherubini, prima folk-prog bucolico poi errebì saltellante, il tutto guarnito da distorsioni spiaccicate e sfilacciamenti atonali, inceppamenti e ripartenze.
Non c'è dubbio, Damon ha voluto strafare. One Plus One Is One poteva - voleva - essere il suo capolavoro, invece ha soltanto qualche bel momento disperso in un campionario ipertrofico di riarticolazioni stilistiche. Tuttavia, dobbiamo riconoscergli d’essersi impegnato e cresciuto, in qualche modo. Sarà pure disegnato male, ma non sembra il tipo da svalutarsi con operazioni sbrigative. E' uno che rischia. E che quindi, generosamente, sbaglia. (6.6/10)

Eh sì, devo proprio avere un debole per questo ragazzo, vista l’impazienza con cui ho atteso il nuovo album a firma Badly Drawn Boy. Sarà anche a causa dei due precedenti lavori, tutto sommato più che dignitosi ma nei quali aveva un po' esagerato a guardarsi attorno, talora pisciando - diciamolo pure - fuori dal vaso (lui che un tempo pisciava nel vento con ineffabile savoir faire). Anche il cambio di scuderia, va detto, mi stuzzicava. Invece, approdato alla corte di mamma Emi il buon Damon ha dovuto affrontare qualche spiacevole contrattempo. Tipo che fare un disco era diventato un problema.
Un primo tentativo abortito, perché le canzoni, ha dichiarato, non giravano. Quindi, la decisione più drastica e giusta: ripartire da zero. Alla fine se n'è uscito con queste. Non meno che carine. Talvolta anche buone, delicatamente complicate ma senza strafare (grazie anche alla piuttosto sobria produzione di Nick Franglen, una metà dei fu Lemon Jelly). Il songwriting di Mr. Gough ha raggiunto una ragguardevole consistenza, che gli consente ad esempio di sbrigare con disinvoltura la passione springsteeniana - come dimostrano le ombre ai margini della città in Degrees Of Separation, l’errebì selvaggio e innocente di Walk You Home (smerigliato d’elettroniche sparse) o quella Journey From A To B che baratta la pink cadillac con una polverosa afflizione - così come di affrontare deviazioni ardite tipo gli effluvi Elton John in fregola Mercury Rev di Nothing's Gonna Change Your Mind o i cori da Jesus Christ Superstar di Welcome To The Overground.
C’è un problema, però, ed è quel broncio sempre in canna, come una membrana che copre tutto, un paté di fegato depresso che trovate spalmato addirittura sul folk-pop di The Way Things Used To Be (le slide a cucire disarmi R.E.M. con baluginii Mojave 3) nonché sul boogie scoppiettante della title track. Al punto che viene da chiederti: cosa gli ho fatto a questo? Certo, il talento c'è ancora, anzi si è affinato, non fosse per l'abilità con cui stempera spirito natalizio ed effort tropicale (The Time Of Times), per non dire di quando trascolora un valzerino in danza tribale quasi Gabriel-iana (Without A Kiss). Però mettere malanimo nei dolciumi è un’arte sottile, e abusarne un grosso rischio. Troppo breve la distanza tra struggente e dozzinale, e qui spesso finisce col prevalere la seconda opzione. Che dire, l'uomo un tempo spacciato come il Beck d'Albione si è definitivamente infilato le pantofole? Sembra proprio di sì. E lo spettacolo comincia a farsi avvilente. (6.2/10)