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BJ Nilsen

di AA.VV.
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  • It's About The Size Of A House
  • Temple Of The Holy Tooth
  • How To Catch The Right Thought
  • The Direction Was Foggy Or Cloudy
  • I Have Seen Similar Stones
  • Arrival
  • Writing On A Dead Animal

Hildur Gudnadottir, BJ Nilsen And Stilluppsteypa - Second Childhood (Quecksilber / Wide, 15 giugno 2007)

di Edoardo Bridda

It's About The Size Of A House (che conta 18 minuti) è un inquieto - e greve - sfrigolino di corde di violoncello tenuto per circa sei minuti. Lo stacco è brusco, come lo “Stop” premuto sul registratore. Segue una litania abbandonata da scuola isolazionista (pre e) post rock. C’è della micro elettronica a sprazzi (sotto forma di consueti fruscii) e qualche nota appesa alla elettrica, una pianola appena accarezzata e nulla più. Facile. Seppur nell’alveo cameristico dell’operazione, il territorio bazzicato dai tre è quello delle derive elettro-acustiche d’inizio Novanta, differentemente però Second Childhood indaga i confini tra certa gotica (nel significato più essenziale e architettonico della parola) e un ambient leggermente horrorifico, una variante - diciamo - attuale (Doom Folk, Type Records) delle ricerche di Mick Harris (Lull) e compagnia assortita. Pensate ai Black Tape For A Blue Girl - per chi li ricorda - molto rarefatti e soltanto strumentali, ossia piane non troppo dissimili da quelle frequentate dalla Gudnadottir nel progetto Angel, dove è coinvolto pure Ilpo Väisänen (Transmediale, Oral 2006), oppure nell’ultimo Pan Sonic dove la violoncellista compare in un paio di tracce.

È gente preparata questa, ma i difetti non mancano: a fronte di una bella How To Catch The Right Thought - dove l’ambience ecclesiale si fa più compatta, e l’immagine è quella di una chiesa dalle volte protese al cielo, gli spazi spogli e un senso di conforto -, negli iniziali 28 minuti il trio si perde nella ricerca di un climax e altrove non c’è molto oltre il citazionismo cosmic-krauto-tangerine (The Direction Was Foggy Or Cloudy), loop di scorie transistor (I Have Seen Similar Stones) o un classico ambient à la Pan American verso il finale (Arrival). Sei politico. (6.0/10)

  • Front
  • Finisterre
  • Pole Of Inaccessibility
  • Viking, Cromarty…
  • Black Light
  • Icing Station
  • Viking North

The Short Night (Touch, 23 ottobre 2007)

di Vincenzo Santarcangelo

Se tutto l’album di Bj Nilsen – il secondo, abbandonato il moniker Hazard, a suo nome su Touch - si esaurisse nella prevedibile sintassi ambient di Front e Finisterre,potremmo facilmente liquidarlo come un lavoro scolastico di field recordings tutto giocato sulla saturazione tonale e l’impatto scenico complessivo. Un compitino svolto alla perfezione, ma assai irretito in stereotipi di genere, svolto da chi, con registrazioni d’ambiente, volumi e riverberi ci lavora ai massimi livelli ormai da anni.

Poi con Pole Of Inaccessibility le cose iniziano a cambiare: se le frequenze dei bassi iniziano a scavare il terreno, in superficie i detriti - la risultante di uno scavo profondo - sono scorie di rumore di derivazione industriale. Il paesaggio esplorato inizia a farsi meno ospitale, i suoni meno pacificati: l’ambient a cui si guarda non è più quella di un Brian Eno ma, semmai, quello generato decenni fa dalle spore più malate dell’industrial storico. Black Light è la ricerca ossessiva – a tratti percussiva: e viene davvero da pensare agli :zoviet*france: – di un crescendo al cui culmine sta un fascio di frequenze di puro rumore, la stasi in divenire di un mood oscuro e depresso che mal si concilia con il pacificato eden artificialericercato dai brani di pura accademica ambient.   In questo senso, un brano come il conclusivo Viking North, pur essendo un esperimento di soundscape dei più classici, è sorretto da un’inquietudine di fondo – che ha la forma di rumore indistinto sottotraccia – che è ancora e sempre (e sempre dev’essere) - il pungolo della ricerca, anche in un ambito ormai altamente formalizzato come la musica d’ambiente. (6.8/10)