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Au Revoir Simone

di Valentina Cassano
Lolite d’altri tempi, Erika, Annie e Heather ci svelando il mondo delle Au Revoir Simone, fatto di tastiere, synth e drum machine, tra cinematografia e zucchero filato. Viatico per lo sciocco ma grazioso mondo del pop.

It's A Silly Silly World

di Valentina Cassano

Eteree e impalpabili, graziosi fantasmi di una femminilità sfuggente eppure irresistibile, al contrario delle collegiali disperse di Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir le Au Revoir Simone si affacciano al mondo musicale con altrettanto mistero, trascinandosi dietro con una corda le loro tastiere e drum machine, attraversando un vecchio pontile scricchiolante verso una natura incontaminata e nascosta. Ma come le ragazze novecentesche del film la loro allegra malinconia possiede una fascino livido, malato dal quale non si riesce a distogliere lo sguardo. Silhouette dalle forme affusolate, appena macchiate da tenui colori ondeggiano sotto strati di veli, gazzelle selvagge di un certo pop sbarazzino in corsa su umori vintage. In testa la melodia, nel cuore i sintetizzatori. Così nel 2003, in una carrozza di un treno in viaggio verso New York, Erika Forster e Annie Hart, scambiando chiacchiere per trascorrere piacevolmente il tempo, si ritrovano a fantasticare su una probabile band di tastiere da loro composta. “Conoscere gente sul treno può essere meglio che stringer la mano”, cantano i nostri Amari, e nel caso delle Au Revoir Simone si tratta di una profezia autoavverante: la voglia di realizzare questo sogno è tale da farle incontrare e spingerle a provare. La curiosità di una terza amica poi, Heather D’Angelo, non tarda ad arrivare, così come il supporto di un ex membro dei Sung Bin Park.

Au Revoir Simone

Il quartetto comincia quindi a farsi conoscere per le strade della Big Apple e di Brooklyn, ma tre è il numero perfetto e le fanciulle proseguono da sole lungo un percorso che porta il nome di Verses Of Comfort, Assurance And Salvation (Moshi Moshi / V2, marzo 2005). cover:La leggenda vuole che sia stato registrato nel box doccia dell’amico/produttore/manager Rod; vero o meno che sia il disco suona frizzante e felicemente ispirato. Dentro c’è tutto il meglio del contemporaneo pop elettronico, dal Casiotone scontornato dell’attitudine rumoristica e lo-fi (Through The Backyards) alla ditta Morr e in particolare i Lali Puna, nelle voci ipnotiche e all’unisono (Back In Time). Ogni tanto si incappa in qualche nuvola di zucchero di troppo sulla scia dei Russian Futurist (Hurricanes), ma sono peccati veniali su cui si sorvola facilmente, se paragonati ad una ideale seconda parte che si illumina di toni chiaroscurali, con una The Winter Song che non sfigurerebbe nel repertorio delle Cocorosie meno vezzose oppure una And Sleep Al Mar che si adagia sugli allori tragici e cinematici di certi AIR. Piace questa voluttuosa vulnerabilità, come il repentino cambio di scena in Where You Go che da scanzonata filastrocca si tramuta in contratta posa Ottanta a la Ms John Soda. Piace toccare con mano i lati, seppur spigolosi e taglienti, di una sensuale ispirazione un po’ lunatica e rétro e per questo affascinante. (7.0/10)

E il bagliore delle tre ninfette riesce ad aprire le porte della popolarità dapprima con la soundtrack della serie tv “Grey’s Anatomy”, in cui figura la loro Through The Backyards, poi con un duemilasei al seguito di We Are Scientists e Double che tocca l’Europa e l’America per una lunga serie di sold out. Rimane giusto il tempo di chiudere l’anno in Giappone e di inaugurare quello nuovo con una performance newyorchese al reading di presentazione del libro “Catching The Big Fish”del maestro David Lynch, il quale si dichiara letteralmente invaghito del loro sound.

cover

Non c’è quindi da meravigliarsi se con The Bird Of Music (Moshi Moshi / V2, 16 febbraio 2007) Erika, Annie ed Heather tentano di battere il ferro finché è caldo, riproponendo il già noto bouquet di synth, tastiere e drum machine, tra optical spy story Stereolab e carinerie downtempo Postal Service. Ma già dall’iniziale The Lucky One spira il vento del cambiamento: se le prime note fanno piombare nell’acquatica atmosfera campestre che le ha subito caratterizzate, in chiusura spunta fuori un coro gospel chiesastico che lascia spiazzati e perplessi. Il furbesco easy listening sembra essersi impossessato di loro. E la prova arriva con Sad Song e Fallen Snow, graziose e solari canzoncine che istigano il piede a portare il tempo, maleficio sonico a cui non si sottrae neanche l’ugola negli angelici ah di fondo. Il resto dell’album non si discosta tanto, ma anzi schiaccia l’acceleratore del ritmo, fino a toccare tempistiche quasi dance (Dark Halls e Night Majestic). Una tangibile spensieratezza che ha solide basi in sciocchi e freschi refrain, profumi primaverili che non deluderanno chi dalle Au Revoir Simone si aspetta questo. Ma di quella seducente malattia cinematografica dell’esordio neanche l’ombra. (6.6/10)