Progetto del georgiano Bradford Cox dei Deerhunter, Atlas Sound è ambient pop su sponde shoegaze trasognate, di stordente bellezza.

Coi Deerhunter ha pubblicato un disco, Cryptograms, in molte playlist di fine 2007. Un lavoro atipico per una Kranky che però, ascoltando anche i lavori di Strategy e Nudge, pare voglia scrollarsi di dosso la nomea di label “ambient”.
In attesa del seguito, pronto per l’anno corrente e che dovrebbe chiamarsi Microcastle (un lavoro con influenze doo-wop e Everly Brothers, dicono gli interessati), il georgiano Bradford Cox mette da parte il suo gruppo per concentrasi sul progetto Atlas Sound, che dopo due split rispettivamente col conterraneo Cole Alexander dei Black Lips (ritrovatisi dopo la collaborazione in We Did Not Know The Forest Spirit Made The Flowers Grow di questi ultimi) e Mexcellent vedrà pubblicarsi, sempre su Kranky, l’esordio Let The Blind Lead Those Who Can See But Cannot Feel.
Cox è un precoce punk rocker, iniziato dal cugino alla tenera età di nove anni, con una singolare tendenza per i gruppi che cominciano con la lettera s – Stooges, Sonic Youth, Stereolab – e qualche attrattiva dalle parti krautock e Steve Reich.
Alto, magro, snodatissimo e terribilmente pallido, soffre della sindrome di Marfan, una rara patologia genetica trasferitagli da uno dei coniugi Cox. La sua famiglia quindi, problematica come molte, che per fingersi coesa un bel dì decise l’acquisto di un karaoke. Ovviamente il tentativo fallì e l’oggetto fu presto rinchiuso in cantina dove un giovane Brad lo scopri, e complice un’intervista di Beck dove si illustrava la tecnica della registrazione multitraccia, quel karaoke divenne cavia dei suoi esperimenti.
Lì i primi passi degli Atlas Sound (nome preso dalla fabbrica che produceva il macchinario), progetto nato cronologicamente ben prima dei noti Deerhunter e concepito con modalità opposte agli stessi, avvalendosi cioè di un software Ableton che abbinato ad una tastiera muta permette di procreare una batteria, un basso elettrico, una chitarra e perché no, un vibrafono.
Tutto artificioso quindi, frutto del genio in simbiosi con la tecnologia. Un disco umanoide dove le chitarre, seppur illusorie suonano corpose come un Kevin Shields finalmente ritrovato. C’è del jingle ciondolante e grumi di pop stordente, ma di bellezza. C’è un uomo solo con un quarto di secolo alle spalle, ma di primavere. C’è un appeal C86/Creation - Braken, Caribou, Shocking Pinks – che si avvale di un nuovo tassello. C'è sempre il My Space alla voce Atlas Sound per farsi un’ idea…

Un disco con dedica, niente di strano. Si dedicano i libri figurarsi un disco. L’intestatario della suddetta è Lockett Pundt, che con Bradford Cox ha condiviso e condivide tutto da dieci anni, dalla stanza d’ albergo quando si è in tour coi Deerhunter sino all’affitto mensile.
Ed è lui, Pundt, alla chitarra in Cold As Ice, unica intromissione nel solo project di Bradford Atlas Sound dal chilometrico titolo di Let The Blind Lead Those Who Can See But Cannot Feel.
Se gli interessati definiscono la musica dei Deerhunter come ambient punk, quella degli Atlas Sound è ambient pop, laddove il raggio d’azione del progetto ripiega decisamente su sponde shoegaze. Certo, anche nei Deerhunter si parlava una lingua simile, ma mentre lì ci si concedeva anche febbrili aperture wave (Cryptograms) in Let The Blind… ci toccano slowgaze – concedetemi il neologismo – trasognati come Recent Bedroom e Bite Marks che ci condurranno, accolti da un vellutato tappeto di feedback, in docili viaggi a ritroso dalle parti della Creation. A tratti – come capita nei Shocking Pinks – pare di ascoltare una versione meno redneck dei Grandaddy (River Card e l’indolente Quarantined) mentre altrove funziona il connubio tra Sigur Ros e Postal Service, come dimostra l’eterea Winter Vacation.
Da figlio degenere dei Jesus And Mary Chain, Bradford ci ricorda che anche Darklands era un bel sentire (Ativan) e poi c’è sempre una griffe Kranky da rispettare. Quindi l’avvertimento ai Sig Bruce Adams e Joel Leoschke, nelle note della dronica title track, e che se solo volessero… (7.0/10)