Art Of Fighting, ovvero l’arte del combattimento. Ma interno, intimo, privato. Una specie di lotta al contrario: delicata, solitaria e senza difese. Una struggente deriva oceanica sulle coordinate dei Red House Painters, di Jeff Buckley e del migliore pop chitarristico inglese.
È il booklet del loro secondo album Second Storey, con quelle palafitte nell’oceano, che forse ci ha suggerito l’immagine dell’acqua, di quel lento ondeggiare sinusoidale. Ma non solo: è proprio la musica degli Art Of Fighting a evocare di per sé l’oceano. La loro formula stilistica tanto struggente quanto rilassante culla come un’onda lunga. Dopo aver salpato da Melbourne, Australia, la loro è una navigazione in oceano aperto: lenta, rispettosa e calma. Immune da ogni tempesta e perturbazione. Ma, attenzione, la traversata è solitaria e improvvisata: bisogna seguire le stelle per orientarsi. Efemeridi di un universo fatto di slow-core e di fluorescenze pop. Non a caso, infatti, la stella-guida alla quale i Nostri fanno riferimento è proprio quella dei Red House Painters. Ma non solo, il baluginare intermittente di Jeff Buckley e quello più tenue dei Coldplay, sui quali gli Art Of Fighting dirigono il timone, sembrano alleggerire un poco quella drammaticità propria della band di Mark Kozelek. Proprio qui, infatti, risiede il merito del combo australiano: quel giusto dosare atmosfere solari e consolatorie a quelle più cupe e solitarie, sulle quali muove la loro sezione strumentale. Infatti, di questa rivisitazione pop dello slow-core, il merito è da conferire soltanto alle leggere traiettorie vocali che il cantante riesce a far planare dolcemente su quel dilatato contesto musicale, fatto di trame chitarristiche in crescendo e struggenti note di piano. Ciò che ne scaturisce sono delicate canzoni senza tempo che, nonostante facciano della lentezza il loro principio esistenziale, si infilano sottopelle inesorabilmente. Che, a dispetto del nome della band, rappresentano la più palese negazione del combattimento, inteso nella sua accezione comune. Ma se conflitto deve esserci sicuramente è interiore: rivolto malinconicamente verso l’interno. Formati nel 1997 gli Art Of Fighting, dopo un paio di EP, completano la loro definitiva line-up nel 2000. Iniziano così i preparativi per questa lenta e rilassante navigazione in oceano aperto senza meta alcuna.


Il varo della loro imbarcazione avviene nel 2001 con la pubblicazione del loro primo album Wires (Trifekta). Mai cerimonia iniziatica fu più fortunata. Infatti il loro esordio valse loro il premio come miglior album alternativo agli Australian Record Industry Awards 2001. In questo loro debutto risiedono abbozzate già tutte le loro peculiarità stilistiche. Il passo di queste undici canzoni è quello tipico dello slow-core, però sono già evidenti anche richiami a Jeff Buckley (forse anche troppo marcati, sul limite del plagio, in Moonlight) e a quel pop chitarristico inglese tipico di etichette come Sarah Records e 4AD. L’album viene distribuito in netto ritardo nel resto del mondo (Stati Uniti, Germania, Giappone e Taiwan), ma il tour europeo che ne è seguito ha catturato l’attenzione di Simon Raymonde (ex-Cocteau Twins), boss della Bella Union label, che decise così di occuparsi della distribuzione europea del loro secondo album. (6.5/10)

Così nel 2004 prende vita Second Storey (Trifekta / Bella Union), l’album consacratore dell’avvenuta maturità stilistica degli Art Of Fighting. La loro proposta musicale, ora molto più curata e dettagliata, scava decisamente in profondità, ammalia con canzoni memorabili e stupisce per la carica emozionale che i Nostri riescono a conferire a ogni singolo passaggio. Ovviamente, il contesto su cui muovono è sempre lo stesso del loro esordio, ma qui è la componente vocale a raggiungere picchi emotivi altissimi. I nomi dei riferimenti che vengono evocati sono tutti di alta caratura: Radiohead, R.E.M. e gli onnipresenti Buckley e Red House Painters. La bellissima Break For Me, la struggente Busted, Broken, Forgotten e la sospesa Two Rivers rappresentano gli episodi più riusciti dell’album, se non addirittura dell’intera loro discografia. Canzoni che se fossero state contenute negli album degli artisti succitati avrebbero fatto gridare al miracolo. Invece, essendo scritte da questa nostalgici navigatori senza meta, restano sospese sopra la superficie dell’oceano come quella nostalgica foschia mattutina. Infatti, nonostante una distribuzione europea (sempre in ritardo rispetto all’uscita in madre patria), questo album è rimasto oggetto soltanto di pochi intimi. (7.8/10)
La meta del loro percorso oceanico è ancora celata; ma il loro ultimo album, Runaways, sembra darci una romantica chiave di lettura. Noi saremo lì, dove l’oceano incontra la terra, la sabbia, pronti a raccogliere nuovi, preziosi tesori.

Art Of Fighting. Che buffo nome per una band che fa della malinconia e della delicatezza i propri principi esistenziali, i quali, del combattimento, sono la più vivida negazione. Paradosso questo che già era emerso positivamente dai primi due album della band australiana: Wires (2001) e Second Storey (2005). Entrambi distribuiti in Europa in netto ritardo rispetto alla loro pubblicazione in madre patria. Stessa cosa sembra avvenire anche per Runaways: per ora distribuito, fuori dai confini nazionali, soltanto in Giappone. Disinteresse incomprensibile dato che qua (come anche per i primi due album) ci troviamo tra le mani un delicato tesoro da proteggere. Non certo da trascurare.
C’è l’oceano in queste canzoni. C’è tutto l’oceano che hanno dovuto attraversare per arrivare fin qua da Melbourne, Australia. Onde lunghe che si alzano e si abbassano lentamente, che si propagano delicatamente da quello stesso centro che fu originato dalla prima nota che i mai dimenticati Red House Painters fecero cadere solennemente in quel mare di calma. Infatti, è lo stesso principio di base, la lentezza, a segnare il passo di queste undici canzoni, fra trame chitarristiche in crescendo, nostalgiche note di piano e una voce che da sola riesce a entrare sottopelle con struggenti melodie mai banali. È proprio quest’ultimo elemento il valore aggiunto degli Art Of Fighting; ciò che più rende la loro formula originale rispetto alla classica definizione di slow-core. La voce di Ollie Browne, un umbratile incontro tra Chris Martin e Andy Yorke (il leader dei misconosciuti Unbelievable Truth e fratello del più famoso Thom) ha il potere di ridestare antiche melodie struggenti che ci sembra di conoscere da sempre. È proprio questa sfumatura pop del cantato, intessuta in un dilatato contesto strumentale molto curato, a rendere la loro musica così suggestivamente spontanea, naturale e onesta. Ma, non per questo banale. Immaginate i Coldplay, spogliati di ogni orpello commerciale, sprofondare nel lento incedere dei Red House Painters ammiccando alla leggerezza stilistica dei Bedhead più delicati. Ciò che ne viene fuori sono struggenti ballads introspettive: tanto immediate nella loro melodica epifania, quanto penetranti per la loro ricercatezza compositiva. Canzoni come Misty As The Morning e Territories ci avvolgono candidamente movendosi in punta di piedi tanto è dolce e raffinata la loro tratteggiata traiettoria. Certo, non mancano episodi più incalzanti (Mysteries) o più sbarazzini (Ride After Ride – cantata dalla bassista Peggy Frew), ma tutto ciò suffraga ancor più la completezza dell’album.
Un disco profondamente leggero. Fatto di onde. Onde lunghe che cullano, che rilassano, che sussurrano delicatamente che l’oceano è fatto per incontrare la terra, la costa, la sabbia. “I don't know where I'm going / somewhere where the water meets the land” (Sycamore And Sand). (7.5/10)