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Continua l’ottimo lavoro della Paw Tracks (etichetta di proprietà degli Animal Collective). Dopo varie uscite appartenenti all’orbita del collettivo animale (tra cui l’ottimo Young Prayer di Panda Bear), è ora la volta del primo estraneo alla famiglia, Arial Pink. Giovane allampanato losangelino, già titolare di un numero imprecisato di uscite nel circuito off, Arial Pink's Haunted Graffiti (questo è il nome per esteso) ha la possibilità di uscire dall’anonimato grazie all'interessamento di Panda Bear & Co.
Le notizie su The Doldrums ci dicono di un album nato come cd-r casalingo, registrato su un otto tracce con sole voce, chitarra e tastiere (la batteria che si sente dovrebbe essere frutto dell'ugola di Arial), presumibilmente in una stanza dalle pareti tappezzate con poster di Brian Wilson e Todd Rundgren. Sì, perché è proprio dalle parti loro che vanno a parare le piccole pillole contenute nel dischetto. Sono visioni distorte e sghembe del pop, puzzle imprevedibili e proprio per questo inclini all’effetto sorpresa.
Tra il falsetto sonnolento di Strange Fires, le trame melodiche di Among Dreams, il croonerismo abulico di Gray Sunset e lo slaker pop di Envelopes Another Day, sembra di ascoltare contemporaneamente Pet Sounds e A Wizard, A True Star. Un mare di idee che pur parlando la stessa lingua non coincidono sempre perfettamente (la seconda metà del disco, tranne Let's Build a Campfire There, è emblematica in tal senso). Ingenuità perdonabilissime, visto come il nostro affronta la tortuosa strada che porta alla melodia (quasi) perfetta. I miglioramenti sono d’obbligo; per ora la sufficienza è più che meritata. (6.0/10)

Ariel Rosenberg può sembrare un ragazzo comece ne sono tanti a Los Angeles: ventottenne stradaiolo, t-shirt, jeans e viso da giovincello, con un’aria trasognata. In realtà Ariel Pink (questo il nome d’arte scelto) è totalmente fuori di testa. Un home taper di professione che i moderni menestrelli gli fanno un baffo, un visionario che in confronto l’LSD pare il valium, un convinto assertore dell’etica DIY che solo R. Stevie Moore riesce a battere. Se queste sono le premesse non sorprende come Ariel abbia fatto breccia nel cuore di quella Paw Tracks, casa del “collettivo animale”, che subito si è proposta di ripubblicare tutti i dischi del suo progetto Haunted Graffiti (e siamo ormai a quota cinque).
Ed ecco arrivare House Arrest, originariamente il secondo di un doppio album (Lover Boy, l’altra metà, dovrebbe uscire a marzo di quest’anno), un’accozzaglia di suoni, stili, generi così diversi da creare uno stato di schizofrenia acuto e irreversibile: il pop psichedelico dei Beach Boys recuperato da una stazione radio freak di L.A. (Hardcore Pops Are Fun), il cantautorato zuppo di spleen (West Coast Calamities), gli anni Ottanta dei Cure (Alisa) e i fine Settanta dei Bee Gees (Flying Circles), infine i Beatles - un po’ ovunque - nella spiccata vena melodica.
Siamo quindi di fronte ad un altro piccolo genio della città degli angeli, oltre a Mr. Hansen? Non proprio, perché se è vero che in questo guazzabuglio il giovane Pink mette a segno qualche armonia da far girar la testa, è anche vero che tutto suona troppo derivativo, con un conseguente forte denso di déja vu, come chi si compiace a sfogliare album di famiglia per ricordarsi dei bei tempi passati. Si aggiunga poi l’incondizionata fede nel suo metodo di lavoro iper lo-fi (suona tutto da solo: tastiere, chitarra elettrica e acustica, basso, e persino la batteria, ma con il solo uso della bocca…) e nel fido 8 tracce a cassetta MT8X della Yamaha, e il quadro è completo: un suono non solo derivativo, ma anche qualitativamente scarso. Se voi riuscite a reggere una sorta di radio oldies a bassa frequenza, in onda 24 ore su 24…
Io preferisco spegnerla. (5.7/10)

Il 2007 potrebbe essere il crocevia di Ariel Pink. Notizie recenti, infatti, dicono che una delle sue icone, Madonna, abbia conosciuto il Nostro grazie ad un album tributo a lei dedicato, e che la versione di Everybody allestita da Ariel Rosenberg sia piaciuta non poco alla Signora Ciccone.
Che il losangelino sia sobbalzato dalla sedia? Boh. Che si schiuda qualche porta? Mah. Che non ne ha mai abbastanza questo è certo: una nuova ristampa dal suo confusionario catalogo, Scared Famous, e lo stralunato collega degli Animal Collective pubblica un disco fruibile e dal suono, finalmente, meno saturo del solito. C’è il Bowie in paillettes che suona coi Supertramp (Gopacapulco: metà Starman e metà Goodbye Stranger. Tutto vero) e un Prince d’annata (Howling At The Moon) che non t’aspetti. C’è quindi funk e rock. Quindi le solite sorprese, come l’andamento in levare di The Kitchen Club e la viziosa In A Tomb All Your Own che suona come una No Fun (Stooges) redatta da dei Suicide giocattolo.
Due intermezzi per chitarra e voce, Passing The Petal 2 You e Inmates Of Heartache, e The Doldrums trova finalmente un degno referente. È materiale del biennio 2000/2001 ma nessuno o quasi ne sapeva nulla… È un cane sciolto, ma basta addomesticarlo.. (7.0/10)